ARRIVO LI’ GUARDO IN GIRO E POI DECIDO DI FARE IL SERVIZIO…
IO MI ACCORGO PERCHE’ POSSO STUDIARE IL PAESAGGIO…
BISOGNEREBBE LEGGERE LE FOTOGRAFIE E GUARDARE I GIORNALI PERCHE’ LA FOTOGRAFIA NON MENTE…
Umberto Pizzi non è un fotografo qualunque. Ha raccontato Roma, la Dolce Vita, e nutrito pagine e pagine di Cafonal di Roberto D’Agostino, dove si raccontava la bella vita di chi ha un posto di rilievo si potrebbe dire nella Roma cafona, per immortalare i vizi mondani di politici e attori, prezzemoline, nobili e imprenditori, cardinali, politici di destra e di sinistra e tutto il mondo che conta, o crede di contare. Finivano tutti sullo stesso piano, raccontati attraverso un gesto, una smorfia o un particolare capace di diventare cronaca. Dove c’erano loro, c’era anche lui, attento osservatore, scrutatore, che ogni volta sembrava essere lì per puro caso, tanto qualcosa da fotografare c’era sempre. In realtà sapeva benissimo cosa era venuto a fotografare, il trash del jet set. Forse per primo ha spostato l’attenzione dal mondo del cinema a quello della politica rivelandone vizi e virtu’, pare – come lui ha ricordato – si suggerimento di Marcello Mastroianni. Nato a Zagarolo, alle porte di Roma nel 1937. aveva iniziato a fotografare nel 1968 e da allora non aveva mai smesso di seguire la cronaca italiana e internazionale. Pizzi ha immortalato gli anni della Dolce Vita e grandi personaggi dello spettacolo, come Liz Taylor e Richard Burton, ma anche alcuni dei momenti più drammatici della storia italiana. Fu tra i primi fotografi ad arrivare in via Fani il 16 marzo 1978, giorno del rapimento di Aldo Moro e della strage della sua scorta. Ha seguito inoltre la discesa in campo di Silvio Berlusconi e per anni ha raccontato la politica, l’imprenditoria e la mondanità romana. Il suo archivio raccoglie circa due milioni di fotografie e il suo patrimonio fotografico è stato destinato alla conservazione da parte del ministero della Cultura. “Le fotografie a differenza delle parole ti dicono la verità”, aveva detto in una recente intervista, aggiungendo: “Io sono uno degli ultimi bisonti”. per lui la fotografia era musica, racconto, romanzo. Roberto D’Agostino ha pubblicato con lui i libri “Cafonal” e “Ultracafonal”, trasformando feste, cene e ricevimenti dell’alta società romana in un racconto fotografico ironico e spesso impietoso dei protagonisti della Seconda Repubblica.
Reporter di guerra, “paparazzo” della Dolce vita e dei Cafonal per immortalare i vizi mondani dei politici della Seconda Repubblica. Da oltre un decennio collaborava con Il Fatto Quotidiano, firmando il portfolio sul quotidiano e sul mensile Millennium, oltre alla rubrica video “Pizzi e Merletti”.

E’ nato a Zagarolo, alla porte di Roma, nel 1937, ma durante gli anni ’60 dava del tu a Liz Taylor e Richard Barton, con la macchina fotografica pronta a scattare per immortalare i divi. Dopo l’infanzia nella provincia romana ha lavorato di fotoreporter di guerra per la FAO in Iran, Iraq, Turchia, Siria e Giordania. Negli anni 70/80 la svolta come “paparazzo” per raccontare la dolcevita e le serate mondane della Capitale. Ha pubblicato su Time, People Magazine, Sunday Express Magazine e sulle principali testate nazionali ed internazionali.
Negli anni 2000 ha collaborato con il sito Dagospia, pubblicando 2 libri, Cafonal ed Ultracafonal. Una collezione di volti e gesti dell’alta società colti nei momenti più rivelatori di una certa inclinazione al trash: labbra rifatte addentare una fetta di prosciutto, danze senza freni, perfino nei momenti intimi in toilette. Cardinali e porporati, eredi della nobiltà e politici (di destra e sinistra), imprenditori e finanzieri: quasi nessuno si sottraeva all’obiettivo di Umberto Pizzi, nelle notti e negli eventi dei salotti romani, quelli dell’alta società.
Non solo un paparazzo dei vip, ma un fotografo di razza in grado di “incorniciare” molteplici aspetti della società. Il suo archivio erra davvero sterminato.
Oltre 50 anni di scatti che raccontano la storia d’Italia. Circa due milioni di foto, che il ministero dei Beni culturali ha deciso di conservare per le future generazioni. Nelle sue immagini c’è la storia d’Italia, e forse anche dell’Italietta. Lo sguardo attento. Nella vita precedente ai divi e alla mondanità della Dolce vita, Pizzi fa la gavetta in Medio Oriente immortalando la povertà assoluta. Vi giunse per svolgere un lavoro su mandato dell’Onu. E in virtù alle Nazioni Unite compie il salto verso la fotografia di costume. “Devo ringraziare la picture editor della Fao, la signorina Boots. Mi disse, “Umberto, sei bravo, perché non segui i paparazzi?”. Io mi buttai in quel mondo. C’era il terrorismo, gli scontri in piazza. Ma quando va male, gli italiani vogliono solo divertirsi. E in quegli anni si divertivano come pazzi”, raccontava in un’intervista al Fatto Quotidiano del 2016.

E Prima dei teatri di guerra, lontanissimo dai fasti del Cafonal. Ogni fotografo ha nell’archivio le foto che non ha mai potuto vendere e come pubblicato su Il fatto Quotidiano, lui raccontava che tracimava sovente dai suoi aneddoti di vita, tagliati con il rasoio di un’ironia sincera. Un serbatoio infinito in grado di lasciare di stucco ogni platea. La foto che non è mai riuscito vendere? Berlusconi con la mano sulle parti intime. “Noi avrei mai creduto che si grattasse i suoi giocattoli in mezzo ai presidenti della Repubblica, di Camera e Senato. Berlusconi lo facevo ben cafone, ma non così”, disse in un’intervista a ilfattoquotidiano.it. “La proposi a Franco Bechis, direttore del Tempo. Mi guardò e disse: ‘Ma che sei scemo?’”. Invece la foto che preferiva era quella di Berlinguer circondato dagli operai, del resto la sua simpatia per la sinistra, Pizzi non l’ha mai nascosta. Uno scatto che non gli ha fatto guadagnare una lira, ma lui amava Berlinguer e il suo carisma.
A via Fani, quando rapirono Aldo Moro, Pizzi giunse così vicino alla scena del crimine da camminare sui proiettili: “Con lo scooter imboccai un paio di vie contromano e mi trovai a pochi passi dai cadaveri della scorta, camminavo sui proietti, mentre gli altri fotografi erano lontanissimi, dietro il cordone della Polizia. Il colonnello era impazzito, ma ho sempre avuto il dono di infilarmi”, ricordava.





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