Chi ha ancora negli occhi Forme di luce, la retrospettiva che Palazzo Reale di Milano ha dedicato a Man Ray meno di un anno fa, può rituffarsi nel mondo dell’Uomo-raggio, raggiungendo la Fondazione Magnani Rocca, nella campagna parmense. La collezione di Mamiano di Traversetolo ospita, infatti, fino al 13 dicembre 2026 MAN RAY tutto, a cura di Walter Guadagnini, Mauro Carrera e del direttore Stefano Roffi, quest’ultimo raggiante per il ritorno a casa dei tre dipinti sottratti alla collezione permanente.

Tutto. Pretenziosa la chiosa, se si considera la ricchezza e varietà produttiva di Emmanuel Radnitzky (questo il vero nome di Man Ray) che, tuttavia, precisa Guadagnini, andrebbe letto come “a tutto tondo”. La peculiarità della mostra sta non tanto nella sezione fotografica, comunque a disposizione coloro i quali non avessero ancora incrociato l’iconico Violon d’Ingres, l’Élevage de poussière, strato di polvere depositata sul Grande vetro di Duchamp, il Noire et blanche o il Primat de la matière sur la pensée Meret Oppenheim, nudo della celebre modella adagiata su una pozza di simil-mercurio. Non solo “rayogrammes”, dunque, firma inconfondibile di Man Ray anche per il procedimento di solarizzazione.
«Caro Tzara, dada non può vivere a New York. Tutta New York è dada e non tollererà un rivale, non si accorgerà di dada»: nell’incipit della lettera al collega Tristan si compendia la poetica di Man Ray, ed anche il senso stesso di questa mostra.

Tutto. Oltre 250 tra fotografie, sculture, dipinti, oggettistica d’autore, esempi di design, libri d’artista, film, per affrontare temi ricorrenti, a partire dall’eros, che coinvolge le muse/amanti/modelle dell’artista. Le tecniche fotografiche, gli stessi objet trouvé sono come attrezzi usati per variare la medesima idea, un po’ come la tastiera che nell’immaginario accomuna strumenti musicali differenti, dalla spinetta e all’organo fino al pianoforte e al sintetizzatore.
Ecco, Man Ray è, consciamente o inconsciamente, certo beffardamente, antifilologico. Gli objet trouvé in realtà trovati non lo sono: non sono esposti tali e quali (come nella lezione duchempiana), ma “manufatti” dallo stesso Man Ray. In questo senso, è ben trovata l’idea di presentare immagini con gli oggetti fotografati, come per esempio la grande foto di Man Ray in compagnia dell’amico Duchamp con la scacchiera originale di fronte alla quale sono ritratti. Presenza significativa in mostra, sono i dipinti che rivelano l’influenza del Man Ray pittore sulle prime opere fotografiche, ancora ricche di nuance chiaroscurali. Si veda La Jumelle o il celeberrimo A l’Heure de l’Observatoire – Les Amoureux (nue) del 1936, di tre anni successivo all’originale, qui esemplato da una stampa proveniente, come altre opere, dal Man Ray Trust.

L’aspetto peculiare dell’esposizione risiede nel mettere in luce i rapporti fra Man Ray e i protagonisti dell’arte, della cultura e del costume italiani, come la marchesa Luisa Casati, il cui celebre ritratto realizzato nel 1922 nacque da un fortunato incidente tecnico: a causa del movimento della marchesa e di un lampo imprevisto nello studio, l’immagine risultò mossa e sdoppiata, mostrando sei occhi. La Casati ne fu entusiasta, definendolo il ritratto della sua anima. C’è soprattutto l’Italia degli artisti, dalla presenza fin dagli anni ’30 di Giorgio de Chirico, Pictor Optimus, nel suo rapporto ambivalente con il Surrealismo. A seguire, incontri con Enrico Baj, Carol Rama, il designer Dino Cavina. A Parigi, il milanese Giorgio Marconi acquisì direttamente dall’artista un nucleo di opere che in Italia ne hanno rilanciato la popolarità. Stringe rapporti con gli editori d’arte Tosi & Squatriti, con Carlo Cardazzo, soprattutto con Arturo Schwarz, che pubblica Il reale assoluto, libro d’artista con litografie di Man Ray e di Marcel Duchamp, e poesie dello stesso Schwarz. La mostra ne dà conto.

Sodalizi con altri studiosi, come Argan, Fagiolo dell’Arco, Paolo Fossati, soprattutto Roberto Gianolio (Janus), che gli fu amico. Il legame di Man Ray con l’Italia è testimoniato anche dall’incontro con Pier Paolo Pasolini avvenuto nell’agosto 1975, poco prima della grande mostra al Palazzo delle Esposizioni di Roma e della morte dello stesso Pasolini. Man Ray entra dalla porta principale in Italia in occasione della Biennale di Venezia del ’76, anno della morte (la mostra lo celebra 50 anni dopo), grazie all’intuizione del curatore Vittorio Gregotti che apriva il design e la fotografia all’architettura.

Infine, Luciano Anselmino, che realizza la cartella dal titolo La logique assassine, raccolta che reca sul cofanetto una riproduzione del ritratto di Man Ray eseguito da Picasso. Come ci informa Mauro Carrera, non si conoscono esemplari completi, giacché le cartelle vennero smembrate dall’inizio e le tavole vendute separatamente. Occasione preziosa per vederle qui. Nel 1973 Anselmino presentò Andy Warhol a Man Ray. Warhol ne realizzò alcuni scatti con la Polaroid, da uno dei quali produsse una serigrafia trasformata con colori acrilici. Da quel trattamento, Warhol realizzò alcune tele che furono presentate nella mostra Man Ray by Andy Warhol nel 1974 a Torino e a Milano.

Ad una collezione privata di Parma appartiene la litografia di Andy Warhol del ’73/’74 Portrait of Man Ray, che campeggia in mostra e che rammenta quell’intervento. Seguendo il filo rosso della presenza italiana, e pensando all’ubicazione della mostra, vanno citati gli importanti contributi di collezionisti parmigiani, e ancor più quello pubblico, grazie alla ricca dotazione del Centro Studi e Archivio della Comunicazione dell’Università di Parma (CSAC), mentre il catalogo è edito da Dario Cimorelli.

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