ART/ GASLIGHTING UNA MOSTRA DI ROBERTA MEOLA RIPORTA AL CENTRO IL TERMINE CHE DEFINISCE LA MANIPOLAZIONE

Gaslighting: nel progetto di Roberta Maola l’arte è occasione di cura collettiva

 

 

 

Roberta Maola porta al Palazzo Ducale Cantelmo di Atina un progetto dedicato al gaslighting e alle forme sottili di manipolazione, coinvolgendo il pubblico in un’installazione condivisa.
GASLIGHTING, OVVERO MANIPOLAZIONE E’ UN TERMINE CHE IRROMPE NEL LINGUAGGIO CON IL FILM  INTERPRETATO DA UNA GIOVANISSIMA INGRID BERGAM E CHE FA SEGUITO ALLA REALIZZAZIONE DI UNA PIECE TEATRALE ATTORNO AGLI ANNI ’40. SOLO 3 ANNI FA E’ STATO IL TERMINE PIU’ CERCATO SU GOOGLE ORA UNA INSTALLAZIONE CONDIVISA RIPORTA AL CENTRO LA PAROLA CHE DEFINISCE LA MANIPOLAZIONE….
Gaslighting, 2018 Disegno a matita su Carta 40/20 cm inserito in struttura in plexiglas 60/40/20 cm

Dal 23 al 27 settembre 2026, il Palazzo Ducale Cantelmo di ATINA ospita il progetto d’arte Gaslighting di Roberta Maola, a cura e con il testo critico di Laura V.d.B. Facchini. «Può l’Arte contrastare le molteplici forme della violenza?». Questa domanda pone le basi del progetto, una domanda che chiede all’arte di essere parte attiva di una società che troppo spesso vive le forme di rappresentazione figurativa come immagine da ammirare o agognare. Roberta Maola, invece, nel solco delle modalità partecipative che intessono il suo fare arte, propone a ciascuno di noi di entrare, per donare a se stessi una risposta che non si ha avuto modo di dare.

Il fenomeno del gaslighting è una forma particolarmente subdola di manipolazione psicologica attraverso la quale una persona viene progressivamente portata a dubitare delle proprie percezioni, dei propri ricordi e della propria capacità di interpretare la realtà. Una dinamica che può manifestarsi nelle relazioni familiari e di coppia, sul luogo di lavoro, a scuola, nelle amicizie e persino all’interno delle relazioni di aiuto, assumendo forme diverse di svalutazione, controllo, isolamento, colpevolizzazione e negazione dell’esperienza dell’altro.

Il tema, già affrontato nell’opera omonima del 2018 diviene in questo progetto luogo fisico da esperire. Gaslighting si presenta come un delizioso ed elegante divano, al cui centro campeggia una rosa bianca, che mostra quell’accoglienza tipica dei soggiorni familiari. Quel simbolo di certezza e serenità è però racchiuso in una doppia teca di plexiglas, una sorta di scatola asfittica che lo cristallizza e allontana, come a voler indicare quanto difficile sia smascherare le forme di violenza psicologica che si celano dietro la quotidianità degli affetti.

 

 

 

Nel progetto per il Palazzo Ducale di Atina, l’artista espande quest’opera per farla divenire una stanza: una struttura, riassemblata direttamente nello spazio espositivo, attende i visitatori per accoglierli al proprio interno. Qui, infatti, ciascuno potrà entrare e sostare per riflettere su una frase svalutante ricevuta nella propria vita e sulla risposta positiva che avrebbe voluto ma non ha avuto modo di dare. Entrambe le frasi dovranno essere scritte su un biglietto diviso in due parti: la frase svalutante sarà lasciata nella struttura, la risposta sarà portata con sé. Le frasi lasciate dai partecipanti saranno poi affisse sulle pareti dello spazio andando a creare l’installazione partecipata In the box che verrà aperta a conclusione del progetto, rendendo così i visitatori autori insieme all’artista dell’opera totale.

La struttura rappresenta, dunque, una sorta di rifugio per accogliere il visitatore, a cui è riservato un momento di silenzio e riparo, un dono per sé a fronte di una quotidianità divorante. In questo spazio l’opera a matita ha la funzione di stimolare la riflessione, quella visione meditativa dell’arte che conduce all’immersione profonda nel proprio animo e che aiuta a portare alla luce quei ricordi o pensieri, sedimentati in maniera silente e divenuti poi macigni da trascinare.

 

 

 

Articolo 1: Luana d’Orazio, 2021 Matita su carta 40/60 cm

Il progetto si lega, inoltre, a una ricerca sulla complessità femminile affrontata in questi anni dall’artista. Saranno, infatti, esposte le opere appartenenti alle serie Fiori d’acciaio e Tratti ritratti, due percorsi differenti ma complementari. La prima serie mette in luce la bellezza e la resilienza di donne che si confrontano con forme di violenza, discriminazione e ingiustizia sociale, da quelle più esplicite a quelle più sottili e pervasive. Nella seconda serie, invece, il volto diventa il luogo nel quale il tempo, le esperienze, le ferite e le trasformazioni di una storia personale si depositano e diventano segni visibili.

Un programma multidisciplinare vedrà le opere dialogare con la poesia, il teatro e la musica. Sono infatti previsti un reading teatrale, un preludio musicale al pianoforte e un reading. Saranno inoltre proiettate, in sintonia con la matrice partecipativa che caratterizza il progetto e per gentile concessione delle autrici, opere di videoarte.

Ancora una volta l’opera di Roberta Maola ci chiede di vivere l’arte non come esperienza esterna ma come atto di immersione e partecipazione. Ci parla per consentire a noi stessi di parlare, di non passare di fronte a un’opera con una sensazione superficiale ma di fermarci e vivere quel momento per farlo entrare nel nostro vissuto e regalare a noi stessi un pensiero. La sua opera si contrappone alla modalità di fruizione contemporanea delle immagini, che oggi scorrono senza soluzione di continuità sotto i nostri occhi senza raggiungere forse la nostra mente. L’artista ci chiede di fermarci, di stare, di attendere e riflettere. Ci chiede un atto fisico che conduca ad un atto mentale per costruire un luogo di trasformazione e cura collettiva.

 

 

 

 

Invictus, 2026 Matita su carta 25/25 cm

E questa credo sia la base più solida del messaggio che l’artista propone: un’arte che chiama a un’azione di riflessione interiore, che riporta l’uomo alla consapevolezza e all’arricchimento tramite l’esperienza fisica, che pone ciascuno di noi al centro della creazione artistica, insieme e in maniera partecipata. L’arte che non rappresenta solo la realtà ma diviene motore per creare un luogo di resistenza e trasformazione interiore e sociale.

 

 

 

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