Ti ho sentito gridare Francesco dietro un camion e non ti ho più dimenticato (Giuseppe Ungaretti)
ANNA MAGNANI “LUPA” GENTILE DAL CUORE TENERO
Sono una bambina ho circa otto anni e guardo la televisione assieme a mio padre. Sullo schermo: “Roma Città Aperta”. La scena che mi colpisce e’ quella di una donna minuta dagli occhi intensi che chiama per le scale “Marcello”. E’ come un tuono, un urlo disperato quando la stessa voce grida “Francesco! Francescoo!…” Corre ma sembra volare, un braccio alzato verso il cielo, leggera, elegante fasciata in un abito scuro, tale è la spinta del suo corpo che sembra quasi staccarsi dal suolo quando cerca di raggiungere l’uomo che si allontana mentre invoca anche lui il nome della donna: “Pina! Pinaa!…Una mitragliata della Gestapo, un prete cerca inutilmente di fermare un bambino con gli abiti da chierichetto che grida: “Mamma! Maa”… “Papà, papà… ma perché Paolo è lì”? Si, proprio lì, dentro il televisore, dico a mio padre mentre sono in attesa di una risposta. ”Paolo? Macchè Paolo! Quello è Vito”! Mi dice mio padre e niente più, mi gira le spalle e continua a vedere le immagini che scorrono in quella scatola magica che è entrata nella nostra casa con prepotenza. Sono gli anni sessanta, la televisione ha fatto capolino nelle case degli italiani da pochi anni. Anch’io[sr1] rimango a guardare il film rapita nel vedere mio zio in televisione, inconsapevole ancora di come sia finito là dentro, in quello schermo quadrato mentre il mio interrogativo rimane senza risposta… Paolo è suo figlio, mio cugino, la somiglianza è sorprendente. Ha lo stesso nasino all’insù, è biondo come lui, sono proprio uguali…Certo, non potevo immaginare di vedere mio zio ancora bambino in televisione… Resto per lunghi anni con questo ricordo che nel corso del tempo si allontana, si fa sempre piu’ distante, relegato all’infanzia si appanna. Ormai adulta sono una giornalista finanziaria, amo il cinema e mi sono iscritta ad un corso per scrivere una sceneggiatura. Un giorno Vito mi dice che al cinema l’Aquila a Roma avrebbero proiettato un docu-film di Laura Muscardin “I figli di Roma Città Aperta” che ha vinto il premio Wide Angle nel 2005 al Tribeca Film Festival di New York ideato e diretto da Robert De Niro, e mi propone di andare a vederlo. Non mi dice, discreto come è, che è lui il protagonista, tiene il filo conduttore del documentario accompagnando la regista nei luoghi in cui il film fu girato che sono i luoghi del suo cuore. Perché lui è cresciuto proprio al Pigneto, il quartiere di Roma dove Roberto Rossellini gli chiese di accompagnarlo per vedere la chiesa, in cui Vito faceva il chierichetto, l’oratorio dove giocava a calcio e via Raimondo Montecuccoli dove il regista girò con tre macchine da presa alcune tra le piu’ belle e commoventi scene del film, come quella in cui la sora Pina, Anna Magnani, muore. Poi sempre assieme a Vito, andiamo a vedere una mostra su Anna Magnani, a Monterotondo, una cittadina nei pressi di Roma. Sono esposti alcuni vestiti di scena, come quello in cui Nannarella è vestita da Arlecchino nel film “La carrozza d’oro” di Jean Renoir girato nel 1952, e un tubino nero con degli inserti in strass che Anna Magnani indossava nell’unico film girato assieme a Totò “Risate di gioia”, di Mario Monicelli, in cui si vedeva chiaramente che Nannarella aveva un vitino di una taglia compresa tra la trentotto e la quaranta. Terza tappa: al cinema Trevi, di proprietà della Cineteca Nazionale, c’è una rassegna cinematografica sul Neorealismo, intitolata “Lo splendore del vero”. Vito è stato invitato a partecipare per portare la sua testimonianza. Vado a prenderlo e finalmente emozionata e un po’ trepidante per quell’invito inaspettato trovo il coraggio di chiedergli per la prima volta nella mia vita, come era, secondo la sua esperienza, Anna Magnani, cosa è stato per lui aver partecipato da bambino a uno dei capolavori del cinema mondiale. E lo supplico di parlarmene. Quella è una pagina della vita di Vito di cui in famiglia non si parla mai. Comincio a conoscerlo attraverso la sua storia Neorealista.

Io intanto trovo le risposte a quella domanda che avevo fatto a mio padre e che mi sembrava caduta nel vuoto e di aver dimenticato… “Anna Magnani, era una donna tenera e materna”, è la prima cosa che mi dice Vito mentre un sorriso fa capolino tra le sue labbra ma lo colgo prima di tutto nei suoi occhi che si fanno lucidi. “Non era per niente una donna popolana come qualcuno dei personaggi che interpretava”, aggiunge, “era sensibilissima, molto intelligente, un’attrice enorme”. Dopo qualche giorno di recitazione assumeva gli stessi atteggiamenti del personaggio che doveva interpretare. Aveva una grande capacità di assorbire l’ambiente circostante e restituire con la sua grande professionalità il senso della realtà. “Certo la sua romanità era esuberante, spavalda, spontanea ma è una caratteristica propria di chi è nato a Roma e lei era ironica, schietta. La sua risata contagiosa, liberatoria, quasi irriverente, canzonatoria. E’ per questo che la simboleggia, un pò come Alberto Sordi, “che ho conosciuto sul set”, mi rivela ancora Vito. Già la romanità, chi meglio di Alberto Sordi, Anna Magnani, Aldo Fabrizi… Anna Magnani va collocata, studiata, compresa, ammirata sul piano della romanità. La sua virulenza era tale da lasciare tutti senza fiato. Come quando nel film mentre si sta svolgendo la retata nel caseggiato popolare del Pigneto di via Raimondo Montecuccoli tra le fila di persone ammutolite per la violenza dei tedeschi al militare della Gestapo rivolge quel “Vammoriammazzato”, imprecazione romana che gela il sangue nelle vene mentre le gambe diventano pietre e lascia senza respiro. Anna Magnani si impose al grande pubblico per la forza e l’umanità della sua figura di donna dentro e fuori dal palcoscenico, una donna che viveva tutte le sue emozioni, di gioia, di amore, di sospetto, di rabbia e di angoscia. Ma anche Gioacchino Belli o Trilussa si inchinerebbero davanti a tale spontaneità, alla sua naturalezza. Nannarella diventa interprete del suo stesso personaggio, per mitigare, superare, nascondere la sua vera identità di donna mutevole ma gentile, ironica ma dolce, graffiante ma delicata, fragile. Diviene volto simbolico della Liberazione dal fascismo. Federico Fellini nel suo film “Roma” nel 1962 fa di Nannarella l’incarnazione della città nella sua ultima apparizione con una memorabile inquadratura proprio davanti al portone della sua abitazione a via degli Astalli, 19. E Antonello Trombadori che la conosceva bene diceva: “il romanesco era per lei un modo di comunicare con il pubblico. Casomai Anna Magnani era un’intellettuale mancata, non era un’attrice popolaresca ma un’attrice che mirava ad essere estremamente funzionale e intellettuale. Non era un’istintiva ma meditata e pensata. L’istinto e l’impulso non vengono in lei abbandonati a se stessi ma sorvegliati e indirizzati”. (Simonetta Ramogida Roma città Aperta Vito Annicchiarico racconta il set, pag. 71). Se Roma è la Lupa che nutrì Romolo e Remo, Anna Magnani diventa la “Lupa” di Giovanni Verga a teatro in tutto il mondo con Franco Zeffirelli, che fu allievo di Luchino Visconti, l’antifascista che lei ospitò quando era ricercato dai nazisti e che capì per primo che aveva un’innata natura artistica. L’avrebbe voluta nel film “Ossessione”, vero manifesto del Neorealismo, che Anna Magnani però non potè interpretare perché aspettava Luca, il suo unico figlio, avuto da Massimo Serato, anche lui attore, bellissimo e molto amato dalle donne che quando Mario Soldati gli offrì la possibilità di girare “Piccolo mondo antico”, tratto dalla novella di Antonio Fogazzaro, si allontanò definitivamente da Nannarella. Se ne accorsero subito anche a Los Angeles: è la prima italiana a ricevere un Oscar in un film americano recitato completamente in lingua inglese nel 1956 per il film “The Rose Tattoo” (La Rosa tatuata) diretto da Daniel Mann con Burt Lancaster come miglior attrice protagonista per l’interpretazione di Serafina Delle Rose. Per lo stesso ruolo le è stato riconosciuto un Bafta come attrice internazionale dell’anno e il Golden Globe come miglior attrice in un film drammatico. A fianco di Franco Zeffirelli dopo il debutto a Firenze e poi a Roma fa il tutto esaurito per quattro anni nei teatri di Londra, Berlino, Leningrado. Tutti i giornali parlano di “trionfo”, “grande successo” con assoluta standing ovation da parte del pubblico e il placet della critica e della stampa. Il mondo si inchina di fronte al suo modo di essere, che come afferma lo stesso Zeffirelli “è il suo modo di esistere” per un’attrice che “lavora con mestiere molto preciso e molto competente. Non è mai sciatto o casuale quello che fa, è sempre sostenuto da un forte istinto professionale, è una dimensione reale che non è realistica, però lei riesce ad ottenere quel miracolo raro di professionalizzare la verità”. “La Lupa è un lavoro che io sognavo di realizzare da molti anni, e anche Franco Zeffirelli”, dirà. Ciononostante, è sempre stata “orgogliosissima” del suo inizio nell’avanspettacolo.
Il volto di Anna Magnani è indimenticabile e struggente nella tensione tragica che esprime con quella raffinatezza che si coglie in alcuni suoi movimenti del corpo, in alcuni sguardi, certo di una professionista che ha studiato alla Scuola di Recitazione ma se per un attimo si dimentica la sua dimensione sfacciatamente romanesca, il ritratto di una donna tenera, generosa, si fa nitido. “Mi voleva adottare”, mi svela Vito. “Si era affezionata moltissimo a me, ma anche io mi sentivo amato da lei come lo è una madre con suo figlio. Ma io una madre l’avevo già, e un padre pure anche se era lontano dalla famiglia perché era andato in guerra in Etiopia arruolato nell’aeronautica. Non ero il “trovatello” che interpretavo nei film con Anna Magnani, perché dopo “Roma città Aperta”, girammo assieme “Abbasso la Miseria!” di Gennaro Righelli e poi ancora “Abbasso la ricchezza” con Vittorio De Sica, dove lei si esibisce anche cantando “Quanto sei bella Roma”, con voce calda e inconfondibile. E anche al teatro ho recitato con lei e con Aldo Fabrizi in “Tor di Nona”. Quando tornai a casa e dissi a mia madre che Anna Magnani avrebbe voluto tenermi per sempre con sè, mi rispose immediatamente: “Assolutamente no!” Le adozioni in quel periodo storico non erano così diffuse come lo sono adesso. “Con Aldo Fabrizi non andava molto d’accordo. Quando dovevamo girare una scena assieme non mi trovava mai, perché tra un ciak e l’altro io andavo a trovare i miei amici sciuscià che stavano sui quattro lati di via del Tritone”. “Io sono andato molto spesso a casa sua. In quel periodo in cui fu girato “Roma Città Aperta” viveva alla fine di via dell’Amba Aradam, nel quartiere San Giovanni. Ricordo di aver visto suo figlio Luca nella culla piccolissimo. Era ancora sposata con il regista Goffredo Alessandrini. Da lì si trasferì qualche anno dopo in via degli Astalli 19, a Palazzo Altieri. Ora nella casa di Anna Magnani abita sua nipote Olivia, figlia di Luca che abbiamo conosciuto nel film di Paolo Sorrentino “Le conseguenze dell’amore” con Toni Servillo, film per il quale ha vinto il Globo d’oro come miglior attrice rivelazione. Ma c’è un filo conduttore ancora più sottile nelle vicende di Anna Magnani che ancora una volta mi vede spettatrice di qualcosa che fa parte della mia conoscenza e che in qualche maniera mi è familiare. Una donna minuta, dai tratti meridionali, mora, con gli occhi grandi spesso cerchiati dalle occhiaie non conosce suo padre. Sa che sua madre Marina è di Ravenna, lei invece è nata a Roma il 7 marzo ed è cresciuta a Porta Pia con sua nonna Giovanna Casadio e le sue zie Dora, Maria, Olga, Rina, Italia e suo zio Romano. La sua è una famiglia borghese. Sua madre si è trasferita ad Alessandria d’Egitto per seguire un imprenditore ed iniziare una nuova vita: è per questo che nacque la fantasia che Anna Magnani fosse nata ad Alessandria d’Egitto. Roberto Rossellini e Sergio Amidei nel mettere a punto la sceneggiatura del film prendono spunto dai fatti avvenuti il 3 marzo 1944 davanti la Caserma di viale Giulio Cesare a Roma, dove Teresa Talotta Gullace fu trucidata dai nazifascisti quando era andata a trovare suo marito Girolamo che era stato rastrellato come troppo spesso avveniva nelle strade di Roma in quel periodo. Teresa è una donna meridionale, piccola, esile, mora. Ha origini calabresi, è di Cittanova, una cittadella in provincia di Reggio Calabria. A distanza di anni in suo onore il 3 marzo viene ricordato il suo martirio. Adesso sul muro di viale Giulio Cesare a Roma, c’è una targa in sua memoria. Poste italiane ha emesso un francobollo perché quel martirio non sia dimenticato. Il viso di Anna Magnani era proprio tagliato per quel personaggio. Roberto Rossellini lo capì subito, anche se la scelta di scritturare lei e Aldo Fabrizi fu dovuta al fatto che erano due attori comici, da rivista, avanspettacolo e famosi tra il grande pubblico. Così Rossellini mandò i suoi collaboratori a casa di Girolamo Gullace per chiedere l’autorizzazione a girare un film su quell’episodio, quella mitragliata da cui prende spunto per cucire addosso a Nannarella un personaggio da cui non riuscirà quasi più a distinguersi, quasi come un vestito che le sta a pennello meglio di tutti gli altri abiti che potrebbe indossare. L’intuizione geniale di Rossellini fu proprio quella di prendere due attori comici e fare interpretare loro due personaggi drammatici. “Quando il film fu proiettato a Maiori, subito dopo la visione al Quirino a Roma, la gente piangeva davvero, urlava contro i nazisti, mi racconta ancora Vito, parlava con il film”. “Io non avevo mai visto una cosa del genere, ma certo non la posso dimenticare”… A un certo punto della sua vita, fu presa dalla voglia di conoscere le sue origini, capire da dove provenisse quel padre che non aveva mai conosciuto. Iniziò così a fare delle ricerche che la portarono in Calabria. Quello che riuscì a sapere è che suo padre si chiamava Pietro Del Duce. Ma lei non concluse fino in fondo le sue indagini, perché con la solita ironia che la contraddistingue disse che non avrebbe potuto essere a fija del duce. Resta il fatto, che Del Duce, è un cognome molto diffuso a Tropea che ha dato i natali a un altro bello del cinema: Raf Vallone. Alla mancanza di certezza sopperisce la stampa locale che delle origini calabresi e tropeane di Anna Magnani è praticamente certa.
“Ieri è venuta una ragazzina, mora, con gli occhi espressivi. Non recita, vive le parti che le vengono affidate: è già un’attrice, la scuola non può insegnarle molto di più di quello che ha già dentro di sé”. Questo diceva Suso Cecchi d’Amico, a proposito di suo suocero Silvio D’Amico che incontrò la bambina Anna Magnani, quando era un giovane professore di Storia del Teatro alla Scuola Eleonora Duse. Rimase infatti impressionato da quella ragazzina dallo sguardo intenso e dalla sua enorme capacità di vivere il corpo e ne parlò con i suoi familiari”. Il suo carisma divistico era un dono di natura, la sua vocazione artistica innata, densa la sua capacità di entrare col suo corpo nei personaggi che interpretava, lasciando che realtà e finzione si confondessero fino a far risultare vero l’irreale.
Nutriva passione per la vita e per tutto quello che l’attraversava, per il suo lavoro di attrice, e passione mostrava nelle amicizie anche nella sofferenza e in ogni sua manifestazione. Il suo amore per Rossellini fu per sempre. Quando all’età di 65 anni Nannarella scomparve fu lui a darle conforto fino alla fine. Il primo ad arrivare alla Mater Dei dove si era spenta fu il sindaco di Roma Clelio Darida. Appresa la notizia dalla televisione e dalla radio oltre ai registi, attori e sceneggiatori furono molti i romani a darle l’ultimo saluto. Quando le chiesero di dare una descrizione di se, disse: “Sono profondamente umana, anche se non si vede sento di avere molta poesia dentro, sono molto leale, molto… Pare che basti”…
Simonetta Ramogida





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