Tre anni dopo il grande successo di Perfect Days, Wim Wenders firma From Inside Out – The Architecture of Peter Zumthor, presentato alla Mostra di venezia nella sezione Venice Open. Il lungometraggio, che ha richiesto quattordici anni di lavoro, è l’ennesima conferma che di Wenders ci si possa fidare ciecamente: si riconosce la sua familiare regia dell’ordine, della calma e della bellezza; un modo di fare film che richiama qualcosa di placido e spirituale in cui si trova sempre conforto. La personalità del regista si accorda magnificamente con quella del protagonista, Peter Zumthor. Il meraviglioso ritratto nasce proprio dall’unione della delicatezza e sensibilità del regista tedesco con la precisione e la saggezza dell’architetto svizzero. Effettivamente molto accomuna i due mestieri, tutti e due dediti all’equilibrio e alla creazione di piccoli universi strutturati, perfettamente armonici. Entrambi, l’architetto e il regista, prendono una porzione di mondo, la incorniciano e ne mostrano così la bellezza latente.
Ma un’altra vocazione accomuna Wenders e Zumthor: quella per il perfezionismo, l’accuratezza, il rispetto della giusta misura. Il risultato è un’immersione luminosa e profonda da cui non si vuol più riemergere e che, grazie anche alle innovative tecniche di ripresa 3D, ci accompagna all’interno di alcuni tra i progetti più significativi dell’architetto elvetico. Alcuni di questi, per esempio il Museo Kolumba di Colonia, ri-sorto insieme (e non sopra) alle rovine di una chiesa medievale bombardata durante la Seconda guerra mondiale, vengono definiti da Zumthor «radicati nell’antico, in cose eterne». In essi, il vecchio e il nuovo si aggregano a formare un insieme-figlio, autonomo e diverso dalla semplice somma delle parti. Così, per una curiosa coincidenza, proprio nella città del celebre «Com’era, dov’era» (il motto della ricostruzione del Campanile di San Marco, rifatto identico dopo il crollo del 1902), viene presentato in prima mondiale un film che molto ha da dire sull’annosa questione del restauro, architettonico e non. Da un lato il falso storico, dall’altro la riconoscibilità dei nuovi interventi, nel rispetto dell’antico preesistente. Creare attorno a ciò che c’era già, inserirvisi, genera una stratificazione di epoche che per forza di cose dà al luogo significati nuovi. Per questo il restauro è un’operazione delicatissima, che richiede cura e umiltà.

Zumthor riflette anche sui concetti di spazio e di presenza. «Recipienti di luce», li definisce, i suoi progetti, e forse sono anche recipienti di vita: la condizione prima che permette a questa di dispiegarsi, come sul palco di un teatro. Queste architetture sono quasi dei santuari, dei punti topici dove qualcosa è più presente, vi si trova a maggiori concentrazioni. Luoghi per l’incontro, per l’esistenza di sempre, dove avvengono il semplice passeggiare, ammirare, danzare, riflettere o stare in silenzio. La Cappella Bruder Klaus, in Germania, causò l’iniziale stupore degli abitanti del villaggio, i quali si aspettavano forse pinnacoli e rosoni, non una sorta di torre piezometrica che svetta in mezzo a un campo. Eppure, proprio questo bizzarro blocco in calcestruzzo, con le pareti bruciate e annerite all’interno, è capace di suscitare emozioni e intessere connessioni. Può una donna che ha subito la perdita di un figlio provare empatia per un edificio? Evidentemente, in alcuni casi, sì. «Ogni cosa è una storia», si legge su una facciata in una scena del documentario. Anche un edificio è una storia, e forse se fosse sorto due metri più in là sarebbe stata una storia diversa: è l’apice del site-specific, o persino di qualcosa che potremmo chiamare life-specific. Perché ogni creazione di Zumthor abita non solo in totale continuità con l’esterno, con le ardesie dei Grigioni, l’acqua, la foresta, la pioggia o il brulicare urbano.
Il dialogo è costante anche con ciò che queste strutture contengono: la vita che vi scorre dentro; le persone o le opere d’arte (come nel caso delle Gallerie David Geffen a Los Angeles) per cui è stata pensata. Vi è una complementarietà fra funzione e costruzione, fra interno ed esterno che, accostandosi, si migliorano a vicenda. Per Zumthor soltanto «partendo da un luogo sicuro» si può guardare fuori, e lui erige proprio quel luogo sicuro. Crea architetture da guardare e da cui guardare, permettendo paradossalmente di trovarsi al contempo dentro e fuori; questi edifici sono infatti attraversati dalla luce e dalle stagioni, in una parola: dallo scorrere del tempo. Lo Steilneset Memorial di Vardø in Norvegia, un sito di estrema suggestione dedicato alla memoria delle donne lì uccise nel Seicento durante i processi alle streghe, a cui Wenders rende giustizia anche con l’aiuto di una potente colonna sonora, viene addirittura attraversato dal vento che soffia dal mare, e scosso fino a tremare. Così, di nuovo, i luoghi talvolta contengono esperienze e talvolta sono essi stessi esperienze.

Secondo un’usanza locale, alle finestre delle case si accende sempre una lampada; questa segnala la presenza di qualcuno a chi si trova ancora per strada, spezzando il buio delle lunghe notti scandinave. Zumthor onora questa consuetudine tradizionale: da ognuna delle finestrelle del memoriale brilla una lampadina, che evidenzia l’effettiva presenza delle anime delle donne all’interno di quella sorta di bozzolo; anime che vagavano già lì da secoli, ma che hanno così trovato uno spazio proprio, un ordine. Peter Zumthor, così come il regista che lo immortala, erige piccoli mondi perfetti. Si tratta di luoghi dell’esserci o del non esserci, ma anche dell’esserci stati: nidi sicuri a cui chiunque, persino i morti, possono tornare per trovare pace e protezione.

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