Metti una mattina di sole agostano in una località turistica a sud del sud mentre vai a prendere il giornale dal tuo rivenditore preferito, Franco, che conosci da quando eravate entrambi bambini e tra una chiacchiera e l’altra ti imbatti nella visione di un libro di cui non capisci a prima vista il contenuto: “Ricostruire il tempo e le passioni”. Sembrerebbe un lascito, una mission, un’eredità svelata, ma poi quando leggi il sottotitolo finalmente è tutto chiaro. Nel libro si parla di “Lotte politico-sociali e rinascita civile nella Calabria contadina”, negli anni 1943-1953 a Sant’Andrea Jonio, un paese della Riviera degli Angeli affacciato sul Golfo di Squillace, divenuto meta turistica e soggetto a desertificazione demografica, che in quegli anni però aveva un cuore pulsante di democrazia. Si lavorava la terra ed erano molte le raccoglitrici di olive, il paese era assetato di vita, non vi era l’ombra dello spopolamento che sta interessando questi luoghi, divenuti ormai solo “borghi” per interessi turistici, lunapark per vacanzieri tra sagra della melanzana, del pesce spada, del cinghiale, del pesce azzurro, turisti allocati nel cosiddetto albergo diffuso, mentre i paesi perdono l’anima, lasciando i loro riti, miti, leggende, tradizioni. E poi sono divenuti “piccoli” non dal punto di vista dell’architettura e dell’estensione geografica, ma per via dell’abbandono dei giovani in cerca di occupazione. Lo svuotamento che ha portato allo spaesamento. Nel 1951 il paese contava 5.000 abitanti, nel girodi due decenni una profonda emorragia porterà ad una riduzione dei residenti fino ad arrivare a circa 1.600 abitanti. Nel tempo che racconta Sergio Genco, invece, le porte delle case erano ancora tutti aperti, con la chiave inserita nella serratura, non c’era traccia di furti. Si conoscevano tutti e si scambiavano il pane, le uova e la farina. Le finestre aperte, e le undici chiese che caratterizzano il paese erano quasi tutte aperte. Così mentre il ventennio fascista volgeva al termine, il popolo aveva sete di libertà. Rinascono i partiti e i sindacati, e in questo scenario il movimento cooperativistico e contadino mette le sue radici con l’occupazione delle terre. I giovani e le donne diventano il cuore pulsante di una lotta politica che alimenta il bisogno di tempi nuovi e scardina il latifondo e il sistema feudale che qui ha radici lontane, profonde, risalenti al marchese Falcone Lucifero, tenutario dei beni della casa reale dei Savoia. Durante la campagna elettorale per il Referendum che avrebbe deciso tra la Monarchia e la Repubblica, Sant’Andrea, scrive Sergio Genco, è sotto i riflettori della stampa nazionale e inondato di inviati speciali da ogni parte, perchè non è un paese qualunque, è il paese del Ministro della Real Casa Falcone Lucifero E questa e’ una storia che Sergio Genco, per molti anni dirigente sindacale della Cgil a Roma con Susanna Camusso, e precedentemente segretario generale della Cgil Calabria ha deciso di raccontare. Così diventa tutto un pò piu’ chiaro. Anche le storie di famiglia si intrecciano con quello che avviene a causa delle decisioni dei notabili locali e si capisce come mai un paese che aveva una fornace, una scuola di Avviamento professionale istituita nel 1947, e punto di riferimento dei giovani di diverse generazioni provenienti dai paesi di tutto il Comprensorio, botteghe di “argagnari”, artigiani che lavorano la creta, contadine che allevavano il baco da seta e producevano tessuti al telaio, oggi non ha praticamente più nulla di tutto questo, e si rivolge all’unica branca che può produrre reddito, il turismo, che pero’ ha il grande difetto della stagionalità. Non solo, nel ’45 viene fondata la Cooperativa La Rinascita, con una quota di partecipazione di 100 lire. A fondarla, ricorda Sergio Genco, sarà il “sindaco del popolo” Francesco Armogida, ma per volontà del partito comunista e del partito socialista. Allo stesso tempo ho capito come mai ad un certo punto ai miei nonni è stata sottratta la terra, ed hanno dovuto emigrare. C’era stata già l’ondata delle migrazioni di fine ottocento, ma quella tra gli anni ’30 e ’40 del ‘900 fu ugualmente nefasta. Il libro di Sergio Genco contiene inoltre una ricca bibliografia e riporta documenti da importanti archivi, come quello dell’Arcivescovado di Catanzaro-Squillace, o l’Archivio di Stato di Catanzaro. ” Sono andato a spulciare tra le carte, mi ha svelato Sergio Genco, e non solo tra gli Archivi della Cgil. Avevo dei ricordi di famiglia e un carteggio inedito di mio padre, Bruno Genco, che mi hanno indicato la strada da seguire per ricostruire la storia e scrivere questo libro”. Bruno Genco, fu infatti sindaco di Sant’Andrea Jonio dal 1964 per due legislature, e tra i fondatori della Cgil in Calabria. Ma andiamo con ordine.
Sergio Genco
Sergio Genco, che ha autoprodotto il libro, racconta di aver utilizzato gli articoli pubblicati su un giornale che veniva editato a Catanzaro “La Voce del popolo”, nato nel 1943. “C’erano delle cronache fantastiche, dice, ma la cosa importante è che aveva dei collaboratori in tutta la Calabria, quindi anche a Sant’Andrea che scrivevano articoli ogni giorno. Erano persone impegnate politicamente, nel movimento sindacale, in particolare nella Cgil, nel partito comunista e nel partito socialista e scrivevano nei loro pezzi quotidianamente sul post fascismo, sui rigurgiti qualunquisti che ci furono all’epoca, e su tutto quello che accadeva. Sergio Genco mette in luce una Calabria segnata da disuguaglianze profonde e quasi insostenibili. Nel 1946, nella provincia di Catanzaro, 68 proprietari possedevano complessivamente 170 mila ettari di terra, mentre 50 mila contadini ne dividevano appena 55 mila. Non sono solo numeri: sono vite sospese, famiglie intere legate a una terra che non apparteneva a chi la lavorava.
Il libro è stato presentato a Sant’Andrea Jonio nel corso dell’estate alla presenza significativa di Annamaria Frustaci, magistrato presso la Procura di Catanzaro che ha evidenziato il ruolo fondamentale dei corpi intermedi, associazioni e partiti capaci di trasformare bisogni individuali in partecipazione collettiva. Una riflessione che si intreccia con il valore costituzionale della libertà di associazione e con l’idea di una democrazia che nasce dal basso, nella concretezza delle relazioni sociali. A portare i saluti dell’amministrazione comunale, guidata da Nicola Ramogida, è stata l’assessora alla Cultura Raffaella Cosentino che ha definito il libro di Sergio Genco, un importante documento storico sull’impegno politico e sociale degli andreolesi che contribuirono al cambiamento della comunità, restituendo voce a una memoria collettiva troppo a lungo rimasta ai margini.
Da un punto di vista della società poi, è stata la sociologa Melissa Mongiardo a riconnettere la storia di Sant’Andrea e le esperienze dei militanti con la dimensione nazionale, per cui gli eventi diventano parte del lungo processo che accompagna l’Italia dal fascismo alla Repubblica, mostrando come i cambiamenti più profondi nascano spesso nei luoghi più periferici.
Prima del 1943, ha ricordato infine l’autore, la storia apparteneva ai marchesi, ai baroni, mentre il popolo restava senza nome e senza voce. Si tratta quindi di ricostruire “il tempo e le passioni” preservandole dall’oblio. Sta in questo messaggio tutto il senso del libro che non è solo una storia di famiglia. E’ un libro che fa nomi e cognomi, descrive l’alluvione del 1951 ricorda i protagonisti di quegli anni.

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