PHOTO/ LETIZIA BATTAGLIA I TRE SCATTI CHE DESCRIVONO IL SUO MONDO

La bambina che gioca a palla, Mattarella, Andreotti: tre scatti per leggere il mondo di Letizia Battaglia

 

Aspettando la mostra a CAMERA di Torino, in apertura a ottobre, abbiamo scelto tre fotografie storiche che restituiscono la complessità dello sguardo di Letizia Battaglia

Sergio Mattarella e il fratello Piersanti, presidente della Regione Siciliana ferito a morte in un agguato mafioso, stretti in un ultimo abbraccio in un momento epocale della guerra tra mafia e Stato. Una bambina che gioca per strada insieme a un gruppo di ragazzine nel quartiere palermitano della Cala. L’anno è lo stesso, il 1980, e lei è sempre lì, a documentare il passaggio dalla morte per mafia alla vita che continua nonostante la mafia.

Nata a Palermo nel 1935, si sposò a 16 anni ‒ «Madre e malamente moglie», si definiva ‒ e trascorse 20 anni conducendo una vita borghese che sentiva come una prigione. Scoprì la fotografia tardi, a 36 anni, trasformando la sua vita in una straordinaria occasione di affermare la sua libertà e testimoniare la realtà senza filtri. La usò dapprima come strumento di fuga, poi di verità. Fu la prima donna fotografa a lavorare per un giornale italiano, il palermitano L’Ora, dove, a partire dal 1974, cominciò a documentare quello che nessuno voleva vedere: la guerra di mafia che insanguinava Palermo, i delitti, i corpi, i volti di chi uccideva e di chi veniva ucciso. «Capii di trovarmi nel mezzo di una guerra civile», disse. E non smise di fotografare.

La bambina con il pallone

Tre scatti restituiscono, più di altri, la potenza del suo sguardo. Il primo è La bambina con il pallone, una foto sulla vita che continua nonostante tutto, sulla bellezza ostinata che sopravvive in mezzo all’orrore. Battaglia vede una ragazzina che gioca a pallone, l’avvicina, le chiede di fermarsi, la conduce vicino a un portone e le punta l’obiettivo addosso. La bambina alza il braccio, il pallone in primo piano, gli occhi grandi e seri, lo sguardo che non sorride. «Quell’età in cui i sogni sono in bilico, possono infrangersi da un momento all’altro sulla realtà», dirà la fotografa. «Per questo le bambine che ritraggo quasi sempre non sorridono, hanno perso la gioia com’era successo a me». Quello scatto fece il giro del mondo.

38 anni dopo, Battaglia decise di cercare quella bambina, prima girando per i vicoli di Palermo a raccogliere informazioni, poi rivolgendosi alla trasmissione televisiva Chi l’ha visto?. La trovò e la ritrasse di nuovo davanti allo stesso portone, senza il pallone ma stavolta con il sorriso a illuminarle il viso di «Splendida donna, bella e onesta», e lo sguardo non più sfidante. Era ignara che la sua faccia fosse diventata una delle immagini più note della fotografia italiana del Novecento.

Palermo, quartiere La Cala, 1980. La bambina con il pallone

L’assassinio di Piersanti Mattarella

Il secondo scatto è del 6 gennaio 1980. Letizia era in macchina con il collega Franco Zecchin e sua figlia, quando videro un capannello di persone intorno a un’automobile. «All’inizio ci sembrava un incidente stradale. Iniziai a scattare delle foto. Solo dopo ci dissero che si trattava di Piersanti Mattarella». Era la prima fotoreporter sulla scena dell’omicidio del presidente della Regione Siciliana. Quello scatto ‒ che documenta gli istanti in cui Sergio Mattarella, l’attuale presidente della Repubblica, sorregge il corpo esanime del fratello — è diventato una delle immagini più strazianti della storia italiana recente. Le vale, nel 1985, il Premio Eugene Smith a New York, prima donna europea a riceverlo.

 

Giulio Andreotti e Nino Salvo

La terza immagine è ancora più emblematica, nel senso letterale del termine: nel 1978, Letizia Battaglia fotografò all’Hotel Zagarella, tra Palermo e Cefalù, il senatore Giulio Andreotti insieme al potente esattore mafioso Nino Salvo. «Non sapevo di avere quello scatto», disse anni dopo. Quelle immagini furono acquisite agli atti del processo come prove. Una fotografa che documentava senza sapere sempre cosa stesse documentando, e che, proprio per questo, era più libera e pericolosa di qualsiasi investigatore.

 

Letizia Battaglia, Giulio Andreotti con il boss mafioso Nino Salvo e altri politici all’Hotel Zagarella, Santa Flavia, 1978

Letizia Battaglia, a testimonianza della bellezza: la mostra a CAMERA di Torino

«Non chiamatemi solo fotografa della mafia», ripeteva sempre. Il suo archivio è anche molto altro: i ritratti di Felicia Impastato, madre di Peppino (il giovane giornalista, fondatore di Radio Aut, con cui denunciava i delitti e gli affari dei mafiosi di Cinisi e Terrasini, assassinato nella notte tra l’8 e il 9 maggio del 1978); le donne di Palermo fotografate nella loro quotidianità; i nudi femminili degli ultimi anni, dichiaratamente contro lo sguardo maschile. «Dopo le fotografie dell’orrore, mi sono voluta dedicare a ritrarre le donne nude per come sono, non per come gli uomini le vorrebbero». Era Battaglia di nome e di fatto, una che voleva rendere le donne «Selvagge come le piante», fuori dagli schemi, libere da ogni controllo.

La retrospettiva che le dedicherà CAMERA, il Centro Italiano per la Fotografia di Torino — a partire dal 17 ottobre e fino al 7 febbraio 2027 — ripercorre 50 anni del suo lavoro, dal 1971 al 2020. È l’occasione per guardare Battaglia a tutto tondo, non solo attraverso le immagini di cronaca che l’hanno resa celebre. «Io volevo che le mie fotografie fossero un atto di denuncia. Non so se sono servite a qualcosa, ma in ogni caso non è stato sufficiente». Lo disse con quella lucidità amara che aveva imparato a Palermo.

A quattro anni di distanza dalla sua scomparsa, le sue fotografie restano, e resteranno per sempre, testimonianza, monito, e, nonostante tutto, bellezza.

Clicca sotto per chiudere la ricerca