MOVIE/ DA FRANCESCA ARCHIBUGI OMAGGIO A CARLA LONZI ALLA MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA

carla lonzi

Carla Lonzi tra i  film protagonisti delle Giornate degli Autori 2026 la sezione indipendente della Mostra di Venezia un omaggio di Francesca Archibugi alla teorica del femminismo degli anni ’70

 

Dall’unico italiano in concorso “Balcanica” agli omaggi a Carla Lonzi, Fernanda Wittgens e Natalia Ginzburg. La presentazione della sezione indipendente della Mostra di Venezia si apre nel ricordo del suo fondatore e rilancia una selezione internazionale che intreccia nuovi talenti e grandi autori. L’archivio di Carla Lonzi, critica d’arte e femminista, autrice di testi fondamentali fra i quali Autoritratto, Sputiamo su Hegel e Taci anzi Parla, ha intanto da pochi anni una nuova sede: la Fondazione Lelio e Lisli Basso, il centro di ricerca, documentazione, formazione e promozione culturale fondato nel 1973 da Lelio Basso, padre costituente e difensore dei diritti dei lavoratori e dei popo. È stata una figura di spicco nel panorama artistico italiano, nota per il suo approccio innovativo e anticonformista.. Ha fondato il collettivo femminista “Rivolta Femminile” insieme a Carla Accardi ed Elvira Banotti. Compagna dello sculture Pietro Consagra, l’arte faceva parte della sua vita quotidiana. Autrice del libro “Autoritratto”, una raccolta di interviste ad artisti contemporanei che ha ridefinito il rapporto tra critico e opera.

 

 

 

 

La 23esima edizione delle Giornate degli Autori si presenta come una delle più significative degli ultimi anni. Non solo per la qualità e la varietà della selezione, ma soprattutto per il valore simbolico che accompagna questa nuova stagione: la prima senza Giorgio Gosetti, anima e fondatore della sezione indipendente della Mostra del Cinema di Venezia, scomparso nei mesi scorsi. Un’assenza che attraversa l’intero programma e che la direttrice artistica Gaia Furrer trasforma in un impegno preciso: custodire e proseguire l’eredità di chi ha fatto delle Giornate uno spazio libero dedicato alla ricerca, ai nuovi linguaggi e agli autori emergenti.

Tra i titoli più attesi spiccano Carla Lonzi dentro e fuori dal mondo di Francesca Archibugi, dedicato alla grande teorica del femminismo italiano.

Sarà una giuria tutta al femminile, composta da Carla Simón, Sara Fgaier e Hania Mroué, ad assegnare il GdA Director’s Award da 20mila euro. Ma, come da tradizione, saranno anche gli spettatori della Sala Perla a decretare il Premio del Pubblico, confermando la natura partecipativa di una manifestazione che continua a considerare il dialogo tra autori e pubblico il proprio tratto distintivo.
Con la Casa degli Autori e la Sala Laguna ancora una volta al centro degli incontri e dei dibattiti, le Giornate del 2026 confermano così la loro identità: non soltanto una rassegna cinematografica, ma una comunità viva che continua a credere nel potere del cinema di raccontare il presente e immaginare il futuro.

 

 

 

Nell’estate del 1970, insieme alla giornalista Elvira Bannotti e all’artista Carla Accardi, la critica d’arte Carla Lonzi fonda il primo collettivo femminista italiano, dopo aver pubblicato, solo pochi mesi prima, un testo fondamentale come Autoritratto, dove gli artisti, per la prima volta, si esprimono in prima persona e mettono sul tavolo le istanze più urgenti dell’epoca. Tra le quali la difficile condizione delle donne artiste, descritta dalle parole di Carla Accardi in una conversazione con la Lonzi nel 1966: “L’arte è sempre stata il reame dell’uomo. Noi, nello stesso momento in cui entriamo in questo campo così maschile della creatività, il bisogno che abbiamo è di sfatare tutto il prestigio che lo circonda e che lo ha reso inaccessibile”. Potrebbe essere questo l’incipit dell’interessante mostra collettiva Io dico Io ‒ I say I, allestita alla Galleria Nazionale di Roma e curata con perizia e rigore da Cecilia Canziani, Lara Conte e Paola Ugolini, con il supporto di Dior. “La mostra riunisce artiste italiane di generazioni diverse che in differenti contesti storici e sociali hanno raccontato la propria avventura dell’autenticità, restituendo attraverso una costellazione di visioni il proprio modo di abitare il mondo”, spiegano le curatrici, che hanno riunito le opere di 49 artiste per costruire una narrazione basata “su una sola moltitudine, che risuona di consonanze e dissonanze”.

 

 

 

 

 

CHI E’ CARLA LONZI

 

da Wikipedia

 

Nasce da una famiglia della media borghesia fiorentina, proprietaria di una piccola azienda industriale a conduzione familiare; il padre Agostino fa l’artigiano e la madre Giulia Matteini lavora come maestra. È la primogenita: nascono poi Lidia, Marta, Vittorio e Alfredo[1]. Perde in questo modo il privilegio di “creatura più attesa” che la fa reagire con un desiderio di autonomia, di allontanamento dalla famiglia.

Dopo l’estate del 1940, a soli nove anni, decide di rimanere per tre anni al collegio di Badia a Ripoli, dove rimane fino al 1943 quando il padre decide di farla tornare a casa. Dalla fine del 1943 fino agli inizi del 1950 torna a vivere in famiglia a Radda in Chianti, dove i genitori si erano trasferiti in tempo di guerra per sfuggire ai frequenti bombardamenti di Firenze.

Dopo aver frequentato il liceo classico Michelangelo, Lonzi s’iscrive alla facoltà di lettere dell’Università di Firenze. Nel 1952 si trasferisce a Parigi, ma torna a Firenze molto presto a causa di un’infiammazione polmonare. I rapporti con il padre e con la famiglia, già tesi, si aggravano ulteriormente durante il periodo universitario[1], ma non incidono che minimamente sui suoi studi. Alle lezioni conosce Marisa Volpi con la quale pubblica, nel 1955, il suo primo scritto sull’arte (un articolo su Ben Shahn su Paragone). Nel 1956 si laurea con lode; la sua tesi, dal titolo Rapporti tra la scena e le arti figurative dalla fine dell’Ottocento, viene molto apprezzata da Roberto Longhi e, successivamente, pubblicata da Olschki (Firenze 1996). È sua ferma intenzione di rendersi autonoma e farsi strada con le sue sole forze nel mondo del lavoro.[1] Nel 1954 si iscrive al Partito Comunista Italiano e, in seguito – agli inizi degli anni settanta – si impegna nel nascente movimento femminista.

Per un breve periodo Carla Lonzi lavora a Roma come segretaria presso l’Accademia Nazionale di Danza di Jia Ruskaja, conosce Mario Lena, chimico industriale, impegnato nel sindacato e nel Partito Comunista Italiano (PCI), con cui nel dicembre 1957 inizia una convivenza regolarizzata l’anno dopo e la nascita del figlio Battista Lena. Vive l’istituzione dello sposarsi come conflittuale[4] e, dopo breve tempo, si separa dal marito. Per circa dieci anni svolge attività di critica d’arte, sia presso la galleria d’arte Notizie di Torino (dove nel 1960 allestisce la sua prima mostra d’arte, La Gibigianna di Pinot Gallizio), sia in riviste come Marcatré.

Tra il 1962 e il 1967 Lonzi cura mostre dei più importanti artisti italiani e stranieri e, alla fine di questo periodo, si trasferisce con Consagra a Minneapolis e si dedica al montaggio dei colloqui con tredici dei maggiori artisti attivi in Italia; nasce così il libro Autoritratto pubblicato da Di Donato nell’autunno 1969. Questo testo, considerato il suo più importante, riporta i colloqui con i tredici artisti, e dà particolare rilievo al dialogo tra Lonzi e Carla Accardi, da cui comincia a maturare la presa di coscienza femminista. L’uso del registratore, all’epoca un’assoluta novità, le consentì di restituire la voce autentica dell’artista, senza il filtro linguistico del critico. L’attenzione alla soggettività femminile connota con forza il dialogo tra Lonzi e Accardi nel libro.

Dell’arte le interessava non l’opera, il prodotto, ma il manifestarsi dell’autenticità dell’artista.È  questo il filo comune al suo lavoro di critica, alla scrittura poetica, al femminismo. Con la presa di coscienza femminista, Lonzi maturò la convinzione che tra autenticità e creatività vi fosse una distinzione. L’affermazione della creatività di alcuni, tramite un sistema culturale, produce, secondo Lonzi, proiezione e passivizzazione in chi ne fruisce come spettatore e spettatrice. Per questo mettere in discussione il ruolo del critico è il passaggio necessario per sottrarre l’arte al ‘mito culturale’ nel quale è imbrigliata, e per permettere alla creatività di ognuno/a di entrare in rapporto con il nucleo di autenticità che vi è nell’esperienza artistica. Con Autoritratto Lonzi di fatto concluse la sua attività di critica con un giudizio radicale: «L’atto critico completo e verificabile è quello che fa parte della creazione artistica» (Lonzi, 1969, p. 3); per questo è necessario negare il ruolo del critico, in quanto potere e ideologia sull’arte e sugli artisti.

La nostra società ha partorito un’assurdità quando ha reso istituzionale il momento critico distinguendolo da quello creativo e attribuendogli il potere culturale e pratico sull’arte e sugli artisti. Senza rendersi conto che l’artista è naturalmente critico, implicitamente critico, proprio per la sua struttura creativa.”

Sono gli anni della contestazione, della ribellione e del rifiuto del modello di donna subalterna e sottomessa al potere maschile. Carla Lonzi si avvicina al femminismo, fonda insieme a Elvira Banotti e Carla Accardi il gruppo Rivolta Femminile redigendo in gruppo il Manifesto di Rivolta Femminile, nel 1970, da cui prendono ispirazione i primi gruppi femministi italiani; nello stesso anno fonda una piccola casa editrice, con la quale scrive e pubblica due saggi: Sputiamo su Hegel, del 1970, dove critica l’impostazione patriarcale della politica marxista e comunista e La donna clitoridea e la donna vaginale, del 1971, in cui attraverso un confronto con fonti che vanno dalla psicanalisi di Sigmund Freud e Wilhelm Reich alla paleoantropologia di Desmond Morris sino ai testi indiani del Kamasutra, l’autrice sostiene che il mito dell’orgasmo vaginale è funzionale al modello patriarcale della complementarità della donna all’uomo. Se nel momento procreativo tale complementarità tra donna e uomo è ammessa, non lo è invece nel momento erotico-sessuale. Come recita l’incipit del saggio:

«Il sesso femminile è la clitoride, il sesso maschile è il pene. La vagina è la cavità del corpo femminile che accoglie lo sperma dell’uomo e lo inoltra nell’utero affinché avvenga la fecondazione dell’ovulo.»

E ancora:

«I ruoli di moglie e madre in cui la donna dovrebbe realizzarsi nel mondo patriarcale rischiano così di rivelarsi una struttura alienata: la libertà sessuale nel matrimonio e la maternità per libera scelta tendono a ridare dignità sociale a questi ruoli, ma sono surrogati di contenuti liberatori, vere e proprie riforme. […] la donna scopre la circostanza per operare quel salto di civiltà che corrisponde al suo ingresso nel rapporto erotico come soggetto. Ecco che un organo di piacere indipendente dalla procreazione quale è la clitoride perde quel ruolo secondario e transitorio nella sessualità femminile che era stato decretato dal patriarca e diventa l’organo in base al quale “la natura” autorizza e sollecita un tipo di sessualità non procreativa
«Il piacere vaginale non è per la donna il piacere più profondo e completo, ma è il piacere ufficiale della cultura sessuale patriarcale

Con quest’opera la scrittrice pone il piacere come uno degli aspetti centrali della formazione dell’identità, individuando il ruolo della donna rispetto all’aggressività primitiva dell’uomo. Questo scritto, oltre a suscitare varie discussioni all’interno dei vari gruppi femministi, portò ad approfondire l’autocoscienza propria di questi gruppi: la necessità di mettere in questione il sistema patriarcale era lo stesso senso di sé della Rivolta, ovvero il desiderio e la possibilità di essere un soggetto che può identificarsi nella Donna senza negare la differenza sostanziale con l’uomo.

Nel 1973 lascia il gruppo della Rivolta Femminile; l’anno successivo esce la collana “Libretti verdi”, che comprende la ristampa dei suoi scritti, tra cui i testi firmati da Rivolta Femminile.

Nel 1978 esce Taci, anzi parla. Diario di una femminista, il diario tenuto da Carla Lonzi tra il 1972 e il 1977, con un approccio autobiografico di nudismo esistenziale (tema ripreso anche da un’altra femminista, Antonella Nappi) in cui vengono messe in luce le tappe della sua vita facendo emergere il suo impegno politico come femminista. Per cinque anni Carla Lonzi affronta il compito di tenere un diario, sottoponendosi a una lunga iniziazione all’autenticità, a una libertà che si nutre di autonomia e non di opposizione, così da permettere ai rapporti di vivere sfuggendo al continuo richiudersi nei ruoli. Il libro prende il via dalla fine dell’amicizia con Carla Accardi e dal distacco dell’autrice dal mondo degli artisti. In questo libro Carla Lonzi cambia la sua concezione dell’artista, che dapprima aveva esaltato come autentico e libero e che invece parteciperebbe alla marginalizzazione e all’esclusione delle donne e incita ad abbandonare la strada della creatività di tipo patriarcale e imboccare quella dell’autocoscienza femminista.

Adesso esisto“, scrive Carla Lonzi giunta al termine del suo diario, “questa certezza mi giustifica e mi conferisce quella libertà in cui ho creduto da sola e che ho trovato il mezzo di ottenere. Tutte le distinzioni, le categorie che esprimevano appunto il costituirsi della mia identità a partire dal dissenso – non vedevo altra via in quanto donna – non mi appartengono più: faccio ciò che voglio, questo è il contenuto che mi appare in ogni circostanza, non aderisco ad altro che a questo.” Nel 1980 Carla Lonzi inaugura la nuova collana “Prototipi” con Vai pure, che riporta i dialoghi tra lei e Pietro Consagra, che in quello stesso anno attraversano un momento di crisi; dopo alcuni mesi di riflessione tornano insieme e i dialoghi più significativi vengono pubblicati.

Operata di cancro al Canton hospital di Zurigo il 15 dicembre 1981, muore nell’agosto del 1982 a Milano. È sepolta nel cimitero di Badia a Coltibuono, nel comune di Gaiole in Chianti. Una scultura di Pietro Consagra è posta sulla tomba.

 

 

 

Clicca sotto per chiudere la ricerca