Pietre di pane rinnova l’attenzione del MUSEO nei confronti delle terre alte, spesso attraversate da processi estrattivi e fenomeni di spopolamento. Questo orientamento trova un riferimento nel pensiero dell’antropologo Vito Teti. Lungi dall’indicare una condizione di immobilità, la sua nozione di “restanza” è riletta come scelta di abitare luoghi attraversati da fratture storiche o forme di marginalità. Un invito a restare nel problema, inteso come rifiuto di ogni fuga verso soluzioni consolatorie. A tale proposito in coda all’articolo un approfondimento in occasione della nuova edizione del libro Pietre di pane, di Vito Teti con Quodlibet nel 2024, tredici anni dopo la prima.
Intrecciando opere delle Collezioni del Mart con interventi site-specific e un panel di opere di arte pubblica e attività extramuros, il percorso prende forma attraverso una costellazione di “villaggi”, nuclei di memorie parziali e architetture silenziose organizzati attorno a diversi campi di intensità. Latenze, in cui emergono resti e assenze apparenti; Attriti, segnati da archivi incompleti, conflitti e storie irrisolte; Derive, attraversate da migrazioni e discontinuità territoriali; Riattivazioni, in cui pratiche performative mettono in relazione le tracce con la presenza dei visitatori.
In questi spazi di confine la mostra apre una soglia di interrogazione. Anche ciò che appare inerte, una pietra, un luogo abbandonato, può custodire qualcosa di organico e lievitante. Che pane porta in sé ogni pietra?
In collaborazione con il Comune di Trento, la mostra si avvale del contributo di autorevoli partner scientifici: Trento Film Festival, Arte Sella, Fondazione Franco Demarchi e STEP – Scuola per il governo del territorio e del paesaggio, Fondazione Stava 1985. Completa il progetto un catalogo che riunisce una serie di contributi critici, tra cui un testo dello stesso Vito Teti.
Tutti gli artisti in mostra: Carla Accardi, Giorgio Andreotta Calò, Giovanni Anselmo, Mirella Bentivoglio, Antonio Biasiucci, Marina Caneve, Theresa Hak Kyung Cha, Camilla de Maffei, giulia deval, Regina José Galindo, Shilpa Gupta, Ruud Janssen, Zhanna Kadyrova, YoungEun Kim, Maria Lai, Eunhee Lee, Richard Long, Matteo Lucca, Piero Manzoni, Ana Mendieta, Marzia Migliora, Francis Offman, OHT | Office for a Human Theatre, Sarker Protick, Mario Schifano, Santiago Sierra, Giovanna Silva, Mladen Stilinović, Natália Trejbalová, Andra Ursuța, Alice Visentin.
Mostra: Pietre di pane. Memorie di geografie fragili
Trento – Galleria Civica
Apertura:17/07/2026(Opening 16.07)
Conclusione:15/11/2026
Organizzazione:Mart – Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto
Curatore:Giulia Colletti, Gabriele Lorenzoni
Indirizzo:Via Rodolfo Belenzani, 44 – 38122 Trento (TN)
Inaugurazione: giovedì 16 luglio 2026, ore 19.00.
Ingresso inaugurazione: libero alla Galleria Civica di Trento dalle 19.00 alle 22.00 con brindisi Rotari.
Biglietti: intero € 5; ridotto € 3.
Sito web per approfondire:https://www.mart.tn.it
Facebook:https://it-it.facebook.com/martrovereto
Instagram:https://www.instagram.com/martmuseum
Comunità di origine che si ampliano e si riproducono nel Nuovo Mondo, complementari ma distinte. Una dialettica in cui si dispiega la dimensione e la complessità del restare. “Restare significa vivere l’esperienza dolorosa e autentica dell’essere sempre “fuori luogo”. – scrive Teti – Esiste lo sradicamento totale anche di colui che resta fermo”. Ne abbiamo parlato in questa intervista con l’autore.
I compagni di classe delle elementari che partivano per Toronto, io che restavo e mi sentivo quasi un superstite, qualcuno che restava qui con la speranza e l’illusione che un giorno ci saremmo ricongiunti. Mio padre era in Canada e mia madre restava in paese, allevava ed educava il figlio, era la situazione di tutte le madri.
Questo legame tra i due paesi, tra i due mondi, per me è stato sempre stretto o ineludibile perché anche Toronto, anche gli altri luoghi di emigrazione erano una sorta di estensione del mio paese. Con l’immaginazione, con gli scambi, con le lettere, con i continui ritorni. Per cui quando poi cominciai ad occuparmi di emigrazione, i due termini rimasti e partiti li misi subito in relazione, perché vedevo in questi due termini l’esternarsi, il manifestarsi di una medesima vicenda. Un luogo che esplodeva e le schegge di questo mondo esploso andavano in varie parti del mondo, alcune restavano in paese, alcune andavano a Toronto e così via.
Questo legame rimasti/partiti è stato molto intenso a partire dagli anni ’50 perché gli emigrati continuavano a tornare, i loro parenti poi rimasti andavano a visitarli, continuavano a verificarsi matrimoni tra quelli che erano partiti, e quelli che erano rimasti. I due paesi in qualche modo erano uniti.
Lo scrissi in un saggio dove, a una ricerca di uno storico americano, Robert Harney, che scrive degli uomini senza donne, delle prime migrazioni, quindi le condizioni di vita, la solitudine, la fatica, la mentalità, i comportamenti degli uomini che partivano senza donne e che spesso poi non tornavano, io, come dialogo con Harney, cominciai ad occuparmi di donne senza uomini, in attesa di uomini che tornavano. Qual era la loro vita, come era cambiata anche la loro mentalità, come si erano attrezzati per gestire una famiglia senza il capo famiglia, e quindi in qualche modo continuava a tenere uniti, nella loro separatezza, questi due termini. E arrivo all’inizio della domanda.
I paesi vuoti non hanno più le dinamiche e l’antropologia dei paesi tradizionali, sono diventati qualcosa di nuovo, e non vuol dire che i paesi non debbano cambiare. Ma quando cambiano sotto la spinta di un esodo quasi biblico, resta il problema che il vuoto si trasforma in una sorta di vuoto mentale, di vuoto psicologico.
In questo saggio introduttivo della prima edizione di Pietre di pane allora io cominciavo a sostenere, anche a partire dal viaggio degli antropologi che dopo aver esplorato mondi lontani facevano questo giro di ritorno e tornavano nel loro mondo, perché oramai il diverso, l’altro, non era più in mondo lontano e altrove, ma stava arrivando da noi. Quindi nasceva un’etnologia dell’interno.
L’altro era qui da noi e noi in qualche modo ci misuravamo con gli altri. Un’alterità interna che a dir il vero appartiene anche a una tradizione demoantropologica precedente quando i domologi, gli studiosi del folklore studiavano l’alterità delle Indie interne, delle Indie di por acá, dei “selvaggi”, dei primitivi che vivevano nei loro luoghi consegnandoci una serie di etnografie, di canti, di racconti, di proverbi in cui gli altri erano le persone con cui vivevano, e di cui raccoglievano in maniera diversa, con esiti diversi, testimonianze, memorie orali, un’oralità diffusa, la poesia orale, le fiabe e così via.
E allora ecco che “restare” non lo caricavo più di una connotazione antica. La restanza non era più un rimasuglio, qualcosa che avanzava e che era quasi uno scarto. Ma lo scarto, quel che resta, veniva adoperato per l’indomani, anche in cucina, veniva conservato per il futuro. E quindi era un restare, come dire, mobile, in cui in realtà nulla si fermava, nulla era come prima, ma c’era un movimento, una mobilità delle dinamiche anche nelle persone che erano rimaste. E da qui, poi, a passare alla restanza come desiderio di vivere nei luoghi in cui si è nati, per scelta, a volte, per necessità in altre. E non di viverli passivamente, ma di renderli più abitabili, di cambiarli, di trasformarli, di farli diventare accoglienti, fino a sostenere che forse il viaggio più lungo in quel periodo, più spaesante, era compiuto proprio da quelli che erano rimasti, perché vedevano il mondo cambiare sotto i propri occhi e non si ritrovavano, e fino a dire anche che forse un atteggiamento culturale proficuo poteva essere di restare per sentirsi in esilio nel posto in cui si vive e si è nati, sentirsi un po’ sradicati all’opposizione dell’ordine esistente, questo proprio per incidere nel mutamento dei luoghi nella loro domesticità, nella loro abilità a diventare altri, pur restando lì.
Quindi è un concetto di restanza dinamico, attivo, propositivo, che non presuppone nessun localismo. Dal 2011-2012, quando uscì Pietre di pane, ovviamente l’attenzione andò più sul libro, in generale, che non sul termine. Poi lentamente i vari ambienti letterari, artistici, antropologici, si accorsero di questo termine, fino a che venne registrato nella sua novità, anche dall’Accademia della Crusca, anche dalla Treccani, venne adoperato da scrittori, da poeti, da artisti, e a quel punto, come dire, questo concetto esplodeva, nel senso che non era, come qualcuno mi disse, la scelta di un eroe isolato che vuole restare nel paese. Ma stava diventando, sia pure confusamente, un sentimento quasi collettivo, che accomunava sia quelli che erano rimasti, sia quelli che erano partiti.
E quando pubblicai La restanza con Einaudi nel 2022, oramai questo mi era molto chiaro, e devo dire una cosa che più, da un lato, mi ha stupito, dall’altro mi ha fatto piacere, è che il termine veniva assunto, non tanto da quelli che erano rimasti, ma soprattutto da quelli che erano partiti. E mi scrivevano delle lettere molto belle, dovrei raccoglierle, mi venivano chiesti anche consigli su che cosa conviene fare, restare, partire. In qualche modo la parola, che certo va sottoposta a una revisione critica, non va banalizzata, non deve diventare uno slogan, un modo di dire, era come se desse voce a sentimenti, ad emozioni, ad aspirazioni, a rimpianti, a nostalgie, sia dei partiti, sia dei rimasti. E come dire, questa parola veniva socializzata e nascono tantissimi gruppi che fanno riferimento alla restanza, tanti festival della restanza, i cammini della restanza, dove, a volte con ingenuità, a volte in maniera non del tutto consapevole, si afferma quasi l’esistenza di un movimento, tra virgolette, di un sentire comune che accomuna e spesso mette in relazione persone che si pongono il problema dell’abitare, del vivere in questi luoghi, specialmente nel vivere nelle aree interne che si stanno spopolando.

Questo è un grande problema perché si crea una sorta di deserto, di desertificazione, soprattutto nel sud, ma con gravi danni anche nel nord. E quindi ci saranno problemi di tipo ecologico, ambientale, antropologico. I paesi vuoti non hanno più le dinamiche e l’antropologia dei paesi tradizionali, sono diventati qualcosa di nuovo, e non vuol dire che i paesi non debbano cambiare. Ma quando cambiano sotto la spinta di un esodo quasi biblico, resta il problema che il vuoto si trasforma in una sorta di vuoto mentale, di vuoto psicologico. Dicevo, la politica della restanza allora potrebbe essere che non voler vedere spopolati i paesi del sud, può costituire un nuovo modo di accostarsi al meridione o alla questione meridionale.
Quindi non c’è una retorica della restanza, non c’è una contrapposizione con la migrazione. Sono due aspetti delle grandi trasformazioni che si stanno verificando. Ma quello che uno cerca di dire, visto che molti giovani non vorrebbero partire, facciamone una questione “politica”. Facciamo in modo che restino in posti dove vengano create delle strutture, dei centri sociali, dove le strade siano percorribili, dove la sanità e la scuola siano un diritto. Quindi come dire, anche una rivendicazione di diritti, ma anche un’applicazione della costituzione per cui tutti i cittadini italiani dovrebbero essere uguali per le possibilità che vengono loro offerte. E questo non è vero, perché qui per esempio le scuole chiudono e altrove no. Non è vero perché le strade in alcuni posti ci sono, in altri no. Gli ospedali in area come la mia non funzionano, non esistono, e in altri no. E questo è importante dirlo, perché fare delle battaglie culturali prima che politiche, per i diritti, per l’ambiente, per avere cura del paesaggio, del territorio, dell’incolto, degli animali, dei prodotti, può significare creare anche dei posti di lavoro. Può significare dare ai giovani la possibilità per restare. Certo, se questi paesi che si stanno svuotando poi non hanno più i servizi, non hanno più un posto dove accogliere i giovani e che vogliono, dico per dire, prendere una birra o mangiare un panino, non hanno un posto più dove andare a curarsi, è chiaro che dobbiamo dire che in qualche modo vengono espulsi, vengono cacciati, e quasi c’è un involontario etnocidio che comporta la fine di culture, di mentalità, di comunità, di aggregazioni, che se dovevano, dovevano cambiare per scelte diciamo logiche, storiche, comprensibili, ma non attraverso un’eliminazione quasi fisica. Io dico, nella lunga durata l’immigrazione è diventata quasi come un’epidemia che provoca migliaia di morti, solo che per fortuna non ci sono i morti fisici, anche se molti muoiono sul lavoro, molti muoiono emigrando, molti non tornano più, però alla fine il dato di fatto è che abbiamo perso e continuiamo a perdere più abitanti di quanto non è avvenuto per esempio in zone di guerra, dico per dire, in zone critiche, e questo mi pare un elemento di riflessione insomma utile, non polemico, è inutile adesso andare a vedere dove sono le responsabilità che sono lontane, vicine, sono storiche, ma è importante vedere cosa adesso si può fare, con chi, perché, e anche se ancora si può fare qualcosa, perché se l’assunto è che oramai tutto è caduto, non si può fare niente, questa sorta di struttura dell’ormai, oramai questo è avvenuto e quindi è inutile muoversi, è inutile fare qualcosa, è chiaro che anche l’organizzazione, di una progettualità, di un fare, viene meno, se invece continuiamo a pensare anche con fatica, anche senza cadere in ingenuità ottimistiche, vedendo la situazione disperata che c’è, però se continuiamo a pensare che ci possa essere qualche speranza di mutamento, e allora ecco che forse possiamo ragionare sul tipo di intervento politico, culturale, sociale, che possiamo fare nei paesi, non per farli vivere così come erano, ma per farli vivere in maniera diversa dal passato.
Restare significa vivere l’esperienza dolorosa e autentica dell’essere sempre “fuori luogo”. Esiste lo sradicamento totale anche di colui che resta fermo.
In quel libro c’è anche un bel saggio, di Fulvio Librandi, che ragiona proprio sul fatto che spesso lo spopolamento viene alimentato, traduco liberamente, da un racconto che vede come inevitabile lo spopolamento. Per cui, le persone che stanno in un posto che comunque morirà, tendono a fare scelta di indifferenza, ad essere rassegnate. Mentre un racconto, e banalizzo, che ti pone di fronte ad un non ancora, dice Librandi, che non sai come sarà, e quindi, in quanto non accaduto, può essere costruito, e se alimenti quella che senz’altro può essere definita una linea di moderata speranza, ecco che speranza, conoscenza della situazione, responsabilità, individuazione del problema, coinvolgimento di altre persone, di enti, di artisti, di studiosi, può creare qualcosa di positivo anche nei paesi. D’altra parte, io volevo far notare una cosa che un po’ mi sorprende. Mentre chi si accosta al paese per piccoli interessi di bottega (diceva Corrado Alvaro che le classi dirigenti anche sulle catastrofi delle popolazioni hanno costruito le loro fortune, salvo mollare i paesi quando vedono che per il loro stato di degrado non possono essere oggetti di speculazioni, di grandi interessi) quello che mi sorprende è quanto lei faceva notare a proposito dell’eutanasia dei paesi. Ci sono anche osservatori, anche studiosi, che vanno nei paesi magari in maniera superficiale, che stanno poco, e che vedendo i paesani con un occhio urbanocentrico, scrivono che quasi quasi ti viene la voglia di portare la gente fuori dai paesi e di trasportarli in città. Cioè, siccome questo paese ha 100 abitanti, le linee di tendenza sono quelle che lo vogliono morto tra 5-10 anni, anziché intervenire perché questo non avvenga, si dice facciamolo morire prima, uccidiamolo prima, cacciamo gli abitanti. Io questo lo trovo molto cinico, anche perché io ho osservato paesi dove viveva anche un abitante che continuava a stare nel paese, a raccogliere oggetti, a fare un piccolo museo personale, come se dopo la sua morte qualcuno dovesse tornare. In qualche modo non pensava del tutto che quel paese sarebbe morto anche senza abitanti.
E quindi vedere che c’è chi, anziché combattere sempre contro la morte, comunque essa avvenga, e anche se siamo sicuri che avverrà, questo atteggiamento di eutanasia mi turba, mi infastidisce, almeno quanto l’altro atteggiamento di accanimento terapeutico. Cioè dire che paesi completamente abbandonati da 50 anni, oramai ridotti a rovine o a macerie, possono diventare luoghi di attrazione, di turismo, dove portare persone, questo non è assolutamente vero perché è una turisticizzazione dell’esotico e devo dire che mentre tra le rovine si potrebbero costruire punti di accoglienza, punti di arrivo o musei, centri di osservazione, però non è possibile riportare la vita o popolarli. Quindi questo in qualche modo è un atteggiamento di esotismo neoromantico che non condivido. D’altra parte, ristrutturare interamente un paese abbandonato avrebbe dei costi enormi e significherebbe portare turisti, forestieri, stranieri, persone che vanno a viverci per un mese, che non si conoscono tra di loro, che non si frequentano e quindi in qualche modo, cambia la location, ma quel paese recuperato secondo me sarebbe una specie di Club Mediterraneè, un villaggio turistico, ma non è più un paese, non è più una comunità.
Vito Teti ph. Vincenzo Marchese



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