L’UNICO POSTO AL MONDO CHE NON PUOI SPIEGARE E’ LA CALABRIA BENVENUTI NELL’IMPOSSIBILE
La Calabria, è l’unico posto sul pianeta dove la logica si ferma e inizia il miracolo. Puoi sciare guardando il mare e ammirando l’Etna che sovrasta la Sicilia maestoso, Mungibeddu, come lo chiamano affettuosamente i siciliani, e lo puoi vedere che fuma dall’altra parte dello Stretto, un cortocircuito di bellezza che il resto del mondo può solo sognare nei film di fantascienza. Sotto i nostri piedi, in Aspromonte, batte un cuore che non c’entra niente con l’Europa. Geologicamente siamo un pezzo di Antartide che ha deciso di piantarsi nel mezzo del Mediterraneo. Siamo “stranieri” in casa nostra, fatti di una roccia che non esiste altrove. E vogliamo parlare del Pino Loricato? Un albero che non beve, non mangia terra, ma spacca la roccia viva per restare in piedi a 2000 metri contro venti che ucciderebbero chiunque. Il piu’ antico è Italus ed ha 150 anni. Ma è nel Pollino che resiste l’albero calabrese più longevo: è una quercia di 953 anni, Demetra. È il ritratto di chi questa terra la abita, la custodisce, i calabresi non si piegano, si fortificano nel vuoto. Hanno roccia nelle ossa e mare negli occhi, essere nati qui è un atto di sfida al destino. Loro vengono dall’impossibile. Un miracolo d’amore in una terra che ha quasi 800 chilometri di costa, bagnata da due mari, meta di monaci basiliani che hanno lasciato loro tracce nelle chiese rupestre.
E poi ci sono i castelli in mezzo alle onde del mare, costruiti da aragonesi, svevi e normanni che stanno lì quasi come paladini del mare a sorvegliare queste terre aspre e miti allo stesso tempo, mete di saraceni, francesi e borboni, prima che dei greci. La Calabria che sa di roccia, di argilla e di sabbia è terra di mare, di sole, di montagne custodite prima da briganti, da allevatori poi. E adesso che l’overturism ha scippato i luoghi alle persone che ancora vi abitano i paesi dimenticati anche da Dio, si guarda alla Calabria come all’ultimo baluardo di un mondo un po’ arcaico in mezzo alla civiltà che sembra non essere arrivata in questi luoghi lontano da Cristo. Su per le stradine acciottolate che portano a Pentedattilo, a Roghudi, all’antica Africo. Mete che diventano di interesse turistico, oltre che storico e culturale, in una società che divora tutto e non risparmia i luoghi, nell’attuale contesa tra i borghi e i paesi. Il turismo vorrebbe il borgo simil luna park, dove c’e’ divertimento per un’estate almeno a vantaggio dello straniero arrivato chissà da dove. Il paese invece racconta la storia, la tradizione, i riti e i miti delle persone che lo abitano. Ancora ora. Anche adesso nonostante lo spopolamento che ha portato allo spaesamento, nel senso di tentativo di perdita identitaria. La Calabria pare resistere a tutto questo. Le tradizioni sono forti come le rocce del suo territorio e la devastazione della memoria tarda a farsi strada. La Calabria ha la sua di memoria e pare volerla celebrare ogni volta, in ogni ambito, in ogni piccolo paese anche di 200 anime, fantasmi, cosi’ li chiamano quei signori che hanno deciso di morire li’, nel nome della Restanza. Perchè io esisto ora e qui.
In Calabria 27 paesi parlano ancora arbërisht, la storica variante dell’albanese conservata dalle comunità arbëreshë. Pier Paolo Pasolini parlò di queste comunità come di “un miracolo antropologico”: sei secoli di storia senza perdere lingua, rito e identità.
L’arrivo delle comunità albanesi nel Regno di Napoli si intensificò nella seconda metà del Quattrocento, mentre l’avanzata dell’Impero ottomano travolgeva i Balcani. I rapporti politici e militari tra re Alfonso V d’Aragona e Giorgio Castriota Skanderbeg favorirono i primi insediamenti arbëreshë nel Sud Italia.
L’esodo più imponente avvenne dopo il 1468, anno della morte di Skanderbeg. Senza il loro condottiero, migliaia di famiglie attraversarono l’Adriatico a ondate. Per oltre due secoli continuarono ad arrivare anche dall’Epiro greco, fondando nuovi paesi, ripopolando casali abbandonati e conservando lingua, rito e tradizioni.
Oggi i comuni arbëreshë della Calabria sono distribuiti tra le province di Cosenza, Catanzaro e Crotone. La maggior parte si trova nel Cosentino, cuore storico dell’Arberia: Lungro, Civita, San Demetrio Corone, Firmo, Frascineto, Plataci, San Basile, San Giorgio Albanese, San Cosmo Albanese, Santa Sofia d’Epiro, Vaccarizzo Albanese, Spezzano Albanese, Cerzeto, Castroregio, Falconara Albanese e altri centri che ancora custodiscono lingua e cultura arbëreshë.
Le comunità conservano ancora oggi una variante dell’antico tosco, il dialetto dell’Albania meridionale. Conservano anche il rito bizantino della Chiesa Italo-Albanese cattolica, in comunione con Roma ma con liturgia e struttura orientali.
Il 13 febbraio 1919 papa Benedetto XV fondò l’Eparchia di Lungro con la costituzione apostolica “Catholici fideles”. La sede è la cattedrale di San Nicola di Mira, a Lungro.
Sei secoli dentro la Calabria senza perdere memoria, lingua e identità.



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