LIFESTYLE/ ASSALTO AI BORGHI GLI AFFITTI BREVI SPOLPANO NON SOLO LA CITTA’ MA ANCHE I PICCOLI PAESI

Sempre più paesi puntano sul turismo come strumento di sviluppo. Ma cosa accade quando le case per i visitatori sostituiscono quelle per chi vorrebbe restare?

 

 

 

 

Se nelle grandi città il tema degli affitti brevi e della crescente diffusione di bed & breakfast e strutture ricettive è ormai da anni all’ordine del giorno, nei piccoli paesi il fenomeno si ripropone in scala ridotta, replicando dinamiche simili a quelle che interessano i principali centri urbani. Pur suscitando un’attenzione minore nell’opinione pubblica e nei media, si tratta però di una questione altrettanto rilevante e urgente, soprattutto per i territori delle aree interne, dove gli equilibri demografici, sociali ed economici sono spesso più fragili.
Il fenomeno presenta una natura ambivalente. Da un lato, l’aumento delle strutture ricettive può essere interpretato come il segnale di una rinnovata attrattività del territorio, capace di intercettare flussi turistici, generare opportunità economiche e valorizzare patrimoni locali altrimenti marginalizzati. Dall’altro lato, però, questa trasformazione rischia di nascondere processi più profondi e problematici. L’aumento degli immobili destinati all’ospitalità turistica può contribuire a ridurre la disponibilità di abitazioni per i residenti, alterando il mercato locale e modificando progressivamente le dinamiche interne del paese. Il rischio è che questi luoghi vengano sempre più modellati sulle esigenze di chi li frequenta temporaneamente, piuttosto che di chi li abita stabilmente.

Da alcuni anni vivo in un paese dell’entroterra marchigiano dove questo fenomeno è in costante crescita. In questa piccola realtà oggi si contano oltre venti strutture riconducibili alla categoria dei bed & breakfast; il numero sale a circa sessanta strutture se si considerano hotel, affittacamere e altre tipologie di soggiorno. Questi numeri assumono un peso significativo se rapportato alla popolazione residente, che supera di poco i quattromila abitanti. Si tratta di una trasformazione evidente del tessuto locale, che riflette dinamiche sempre più diffuse anche nei centri minori, fino a poco tempo fa considerati marginali rispetto ai grandi processi di turistificazione.

 

 

Anche i fenomeni degli “alberghi diffusi” e delle famigerate casa a un euro (tanto in voga soprattutto nel Mezzogiorno) rientrano in questa prospettiva. Una prospettiva però illusoria, che contrasta la desertificazione demografica con operazioni merceologiche che nulla hanno a che vedere con il senso dell’abitare, parola che dovrebbe essere invece centrale per una rinascita concreta delle aree interne. Vengono in soccorso le parole di Domenico Cersosimo, Fulvio Librandi, Rosanna Nisticò: “La fortuna nel tempo di ogni territorio è quella di essere continuamente riabitato e rigenerato, a condizione, però, che la parola ‘abitare’ non venga svuotata di senso, che non la si riduca a indicare un trapianto senza criterio di uomini in cerca di un altrove non-urbano, di un’ingenua tranquillità preconfezionata, di un dormitorio dove caricare le ‘batterie’ nel weekend” (Case a 1 euro: critica dell’ideologia del borgo-merce, in Contro i borghi, Donzelli Editore, 2022).

 

 

A questo si aggiunge un altro elemento che merita attenzione. Le piccole realtà delle aree interne sono sempre più oggetto dell’interesse di investitori e acquirenti provenienti dall’esterno, spesso stranieri, attratti dalla qualità paesaggistica, dal patrimonio storico e dai costi relativamente contenuti degli immobili. Case del centro storico, abitazioni inutilizzate e vecchi casolari vengono acquistati, ristrutturati e trasformati in seconde case e strutture ricettive utilizzate soltanto per brevi periodi dell’anno (non di rado gestite da soggetti che mantengono la propria residenza fiscale all’estero). Si tratta di interventi che, in molti casi, contribuiscono al recupero di edifici altrimenti destinati all’abbandono, ma che al tempo stesso sottraggono ulteriori spazi alla residenzialità permanente. Il rischio, nel lungo periodo, è quello di assistere a una progressiva trasformazione della funzione stessa del paese: da luogo vissuto e abitato a luogo “consumato” e frequentato temporaneamente.

 

Carbonara, i turisti a Roma impazziscono per questo piatto che alcuni ristoranti anche in centro servono già preparata, confezionata e congelata, da scongelare e consumare subito…Segno che anche la cucina risponde al turismo mordi e fuggi…

 

 

Il punto, qui, non è mettere in discussione l’esistenza di queste attività né il diritto dei proprietari di valorizzare i propri immobili e costruire opportunità economiche legittime. Il turismo può rappresentare una risorsa importante per territori che per decenni hanno sofferto spopolamento, carenza di servizi e scarsità di investimenti. Ignorare questo aspetto significherebbe trascurare una parte essenziale del problema.

 

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