LIBRI VECCHI E NUOVI LIBRI CHE CI TENGONO UN PO’ DI COMPAGNIA PER UN SOLO GIORNO O PER TUTTA LA VITA LIBRI SOTTO L’OMBRELLONE TRA LO SCIABORDIO DELLE ONDE E LA SALSADINE SULLA PELLE LIBRI CHE RIVELANO L’ANIMO POETICO DI GRANDI ARTISTE ROCK COME PATTI SMITH LIBRI CHE MOSTRANO LA FOTOGRAFIA COME ARTE PER DIRLA CON MAN RAY LIBRI CHE RACCONTANO COSA C’ERA UNA VOLTA IN ITALIA COME RICORDA ENRICO DEAGLIO LIBRI PER SOGNARE LIBRI PER VIVERE NON SOLO UNA VITA MA ANCHE UN PEZZETTO MAGARI DI QUELLA DEGLI ALTRI LIBRI CHE SI SVELANO COME IN UNA FIABA… C’ERA UNA VOLTA…COME IL PAESE DEI GIOCHI DI UNA VOLTA…
Le sublimi creature dall’Antico al Novecento

Nella storia delle religioni e delle credenze popolari, gli angeli hanno sempre avuto un’incerta collocazione. Il giudizio sulla loro natura non è mai stato univoco: esseri immaginari o entità fantastiche, intermediari tra l’uomo e il Divino oppure figure emblematiche o semplici allegorie. Metafora del trascendente per alcuni, creature idealizzate per altri, i guardiani alati hanno suscitato curiosità anche al di fuori di motivazioni spirituali, alimentando dispute, scetticismi e polemiche.
Traendo spunto dalle Sacre Scritture, gli artisti di ogni epoca li hanno interpretati con ampia libertà, contribuendo alla fortuna del tema dal Rinascimento al Novecento fino ai nostri giorni, anche nella prosa, nel teatro e nella rêverie cinematografica”.
dalla prefazione di Massimo Rossi Ruben e Viviana Vannucci
Il volume, correlato alla fortunatissima rassegna ospitata nelle sale di Palazzo dei Conservatori ai Musei Capitolini, offre un percorso attraverso le molteplici rappresentazioni angeliche, rivelandone il valore simbolico, spirituale e artistico. Dipinti, sculture, modellati e altri manufatti si fondono in un racconto che attraversa epoche e stili, restituendo la complessità di queste figure sospese tra storia e mito, tra arte e trascendenza, tra materia e spirito, che invita a riflettere su come, nei secoli, la sensibilità degli artisti abbia tradotto in immagini l’eterno dialogo tra cielo e terra.
Dante Bellini – Il Paese dei giochi di una volta Verdone Edizioni
Questo libro è per gli adulti che amano le favole e racconta, attraverso la riproduzione a colori di tutti i murales e la spiegazione dei giochi che vi sono riprodotti, una meravigliosa avventura vissuta da una comunità che ha saputo riconoscersi in un passato duro ma gioioso e su questo ha saputo costruire un sogno e forse un futuro, offrendo i suoi muri ad artisti dotati di insolito talento e sensibilità. Ad Azzinano, Annunziata Scipione, la pittrice naif e contadina, continua a raccontare senza sosta il suo mondo perduto, e nove pittori naif, con la loro fervida fantasia, a dipingere su muri a volte antichi, scoloriti dal tempo, e intristiti dai silenzi di schiamazzi di bambini che un tempo giocavano felici, i giochi di una volta, quelli che non si fanno più e non perché non sarebbero capaci di far gridare di gioia i bambini di oggi. Il libro offre ai lettori la chiave di svolta di come i paesi possano reinventarsi attraverso le tradizioni ( i giochi dei bambini di Azzinano) ma aprendosi al nuovo, in questo caso con l’accoglienza collettiva e corale dei murales e dei maestri naif che li hanno realizzati sui muri delle case di un piccolo paese alle falde del Gran Sasso.
Ad accompagnarci nella magia di Azzinano è Dante Bellini, scrittore e maestro di arti marziali che da anni segue i lavori degli artisti naif che in ricordo di Annunziata Scipione hanno disegnato con i loro murales le pareti del piccolo paesino di montagna, una frazione di Tossicia, situato alle pendici del Gran Sasso. Qui il tempo pare essersi fermato. Ognuno ha il diritto di tornare bambino. Tra i colori delle case che raccontano i Giochi di una volta, in un luogo del cuore dove ogni anno gli artisti si ritrovano per dare vita a nuovi murales con altrettante interpretazioni di come si giocava nel tempo ormai passato. Una tavolozza di colori che reinventa il paese, un luogo che celebra l’immaginazione. Un paese minuscolo, sconosciuto ai più che ha saputo cogliere un evento poetico e rigenerarsi. Qui è infatti nata ed ha vissuto Annunziata Scipione, “una antropologa della pittura, un punto di riferimento, una persona da imitare”, afferma Bellini nel corso della presentazione di Un paese a parte, lo scorso 13 giugno. “Il suo entusiasmo, la sua semplicità, i suoi colori sono doni, e per noi è stata una fortuna averla qui”, prosegue. Ma questa è una storia voluta da tutto il paese, “partendo da un piccolo sogno, poi l’impegno è stato quello di portare avanti il progetto. Lei ha rappresentato con l’esplosione dei suoi colori il nostro mondo. Quello che eravamo e che è poi sparito in poco tempo e non ce ne siamo neanche accorti”, osserva ancora l’autore.
Nella foto Annunziata Scipione
L’evento da cui tutto è partito è stato l’allestimento di una mostra di pittura nel 2001 che la vedeva artisticamente vicina al pittore naif più conosciuto in Italia, Antonio Ligabue. Tutto nasce da questo fortunato momento storico. Alcuni pittori naif arrivano ad Azzinano ed iniziano a dipingere i muri di antiche e a volte umili case, lavorando per ore su impalcature montate ad hoc. All’inizio non è stato semplice trovare persone che avevano voglia di fare dipingere i muri delle proprie abitazioni. Poi dopo i primi tre murales tutto è stato più facile. “La gente si metteva in fila” per veder realizzate le opere naif sulle mura delle proprie abitazioni, continua Bellini. Sono molti gli artisti naif che negli anni hanno realizzato i loro murales ad Azzinano: Alessandra Puppo, Amedeo Marchetti, Carmen Crisafulli, Damiano Valbusa, Dino Fiorini, Franco Mora, Iago Barbieri, Liberio Furlini, Marina Zen e Salvo Caramagno. In un tripudio di colori la loro immaginazione ha contribuito a rendere Azzinano un luogo suggestivo, pieno di fascino e magia.
Gioacchino Criaco – Dove canta il cuculo – Piemme
Il cuculo non prepara il proprio nido, ruba quello di altre madri inconsapevoli, uccidendone la prole. Dove canta, la vita si spegne. Anche Gino abita un nido non suo. Strappato ancora bambino alle montagne dell’entroterra calabrese, approda tra le nevi del Canada, nella casa senza figli dei Morano. Il profumo della salsa sul fuoco richiama la patria perduta, ma qui si parla una lingua diversa: un miscuglio di vocaboli antichi e parole deformate dalla lontananza. Gino cresce protetto dall’ombra di Frank Morano, uomo di fiducia delle famiglie della malavita calabrese trapiantata a Toronto. Diventa un tirapiedi dei Colosimo, i fratelli a capo dei traffici più redditizi del Nord America, e si fa esperto d’armi e di contrattazioni criminali. Ma l’equilibrio della cosca è fragile e viene infranto dall’eco lontana di un colpo di pistola. In un fumoso bar di Acapulco, un uomo del clan è caduto sul pavimento esanime, e il sangue chiama sangue. Dal cuore pulsante dei sotterranei di Toronto fino ai villaggi arroccati dell’Aspromonte, terra intrisa di riti e violenza, si innesca una reazione a catena che riapre un conto lasciato in sospeso per decenni. Come altri grandi autori prima di lui, Gioacchino Criaco riesce con estremo talento a mescolare gli stilemi del thriller e quelli della tragedia greca, parlando di radici e delitti, scavando nella profondità più nera delle passioni umane.
Gioacchino Criaco è nato ad Africo. Ha esordito nel 2008 con il romanzo Anime nere, da cui è stato tratto il film omonimo diretto da Francesco Munzi, vincitore di nove David di Donatello e di tre Nastri d’argento. Ha in seguito pubblicato i romanzi Zefira e American Taste. Con Feltrinelli ha pubblicato Il saltozoppo (2015).
Marco Belpoliti – Anna Stafy Il transito mite delle parole – Conversazioni e Interviste 1974-2014 – Edizioni Quodlibet
Il transito mite della parole è un importante volume che raccoglie l’eredità intellettuale dello scrittore e saggista Gianni Celati.
- Il Contenuto: L’opera raccoglie ben 67 conversazioni e interviste rilasciate da Gianni Celati nell’arco di quarant’anni (dal 1974 al 2014).
- I Temi: All’interno dei testi emergono le profonde riflessioni di Celati su letteratura, arte, cinema e sulla concezione della scrittura intesa come un atto puramente artigianale.
Tra i migliori libri del 2025 secondo il New Yorker
Il grande ritorno al memoir della profetessa del rock, a 50 anni da Horses.
Un libro magico sul potere di trasformare il banale in bello, il comune in magico e il dolore in speranza.
Patti Smith torna al racconto della sua incredibile vita, partendo dall’adolescenza, quando i barlumi di arte e passione vedono Rimbaud e Bob Dylan emergere come ispiratori. Patti inizia a scrivere poesie e poi i testi di canzoni iconiche come “Horses and Easter”, “Dancing Barefoot” e “Because the Night” e dopo lasciandosi tutto alle spalle per sposare il Fred “Sonic” Smith, compagno di avventure su un canale a St. Clair Shores, nel Michigan, tra antichi salici e rigogliosi alberi di pere. Si costruisce una stanza tutta sua, arredata con un cuscino di seta marocchina, una tazza persiana, un calamaio e una penna stilografica. Negli anni intreccia dolore e gratitudine prendendosi cura dei figli, rimettersi in piedi dopo i lutti senza mai abbandonare la devozione per la scrittura, unica costante di un percorso guidato dalla libertà artistica e dal potere dell’immaginazione.
Il carcere – Cesare Pavese – Einaudi – 1949 – Torino
Descrizione del libro
“Il carcere”, pubblicato nel 1948 insieme con La casa in collina sotto il titolo comune Prima che il gallo canti, è una storia di privata solitudine. Pavese racconta in terza persona l’esperienza autobiografica della condanna al soggiorno obbligato a Brancaleone Calabro per aver cercato di proteggere la donna amata, militante del PCI.
«Stefano era felice del mare: venendoci, lo immaginava come la quarta parete della sua prigione, una vasta parete di colori e di frescura, dentro la quale avrebbe potuto inoltrarsi e scordare la cella.»
Pubblicato nel 1949 con La casa in collina sotto il titolo comune Prima che il gallo canti, in questo romanzo Pavese racconta in terza persona l’esperienza autobiografica della condanna al soggiorno obbligato a Brancaleone Calabro per aver cercato di proteggere la donna amata, militante del Pci. La vita al confino, l’apprendistato di un intellettuale coinvolto, quasi suo malgrado, nella politica, la scoperta di un’altra Italia da parte di un settentrionale, vengono raccontati come metafora di una condizione esistenziale comune al destino umano. Stefano, il protagonista, incarna la solitudine dell’uomo che, messo di fronte all’impegno storico e civile, è costretto a guardare la vita «come dalla finestra del carcere» nella monotonia di un paesaggio di cielo e di mare, sempre uguale e indifferente. Con una nota di Laura Nay e Giuseppe Zaccaria; la cronologia della vita e delle opere.
Descrizione
- Titolo: Il carcere
- Autore: Cesare Pavese
- Casa editrice: Einaudi
- Collana: Einauti Tascabili
- ISBN: 88-06-11827-7
- Anno edizione: 2004
Enrico Deaglio – C’era una volta in Italia – Gli anni ’70
Un grande racconto di storia e di costume, di un’Italia violenta e tragica, allegra, folle e misteriosa.
Un’Italia che non sarà più la stessa.
Dove eravamo rimasti? Allo scoppio di quella bomba a Milano che fece finire gli “innocenti” e “favolosi” anni sessanta. Cominciava un nuovo decennio, e il futuro aveva cambiato padroni. Gli anni settanta, secondo volume di una storia italiana che proseguirà fino ai giorni nostri, vivono ancora oggi nella memoria e nel tumulto: accanto a notevoli e veloci cambiamenti politici (l’ascesa del Pci) e sociali (le leggi sull’aborto e sul divorzio, la chiusura dei manicomi e l’obiezione di coscienza), videro una drammatica svolta violenta, passata sotto il nome di “anni di piombo”. L’eversione di destra mette bombe in treni, stazioni, università e prepara numerosi colpi di stato; gruppi criminali – banda della Magliana, Cosa nostra, P2, l’allora sconosciuta ’ndrangheta – si associano al potere e fanno i “lavori sporchi”, e una parte della sinistra rivoluzionaria sceglie la via della lotta armata con risultati imprevisti, sanguinari e irripetuti in Europa. E ancora: in un’inaudita degenerazione del vivere civile, 387 persone vengono rapite e con i soldi dei riscatti l’Anonima sequestri plasma “il modello di sviluppo” del paese. Gli anni settanta ci vedevano manifestare insieme a Berlinguer, Pannella, Franca Rame e Dario Fo, partecipare a troppi funerali civili, marciare per i diritti delle donne e contro la guerra, ballare il Tuca Tuca di Raffaella Carrà, crescere leggendo La storia di Elsa Morante, cantare sulle note di Rino Gaetano, Dalla e De Gregori. Al cinema si rideva amaramente con Fantozzi, Gian Maria Volonté era il volto dell’impegno, Fellini vinceva l’Oscar con Amarcord e gli scherzi grevi di Amici miei erano emulati nelle stazioni. Il lavoro cominciava a mancare, gli studenti iniziavano a pensare al loro futuro e il paese era scosso dal terrore delle stragi, dai sequestri e dalle bombe: il mondo sembrava dividersi tra chi voleva cambiare tutto e chi difendeva con le unghie e con i denti il vecchio ordine. E poi, a poco a poco, la speranza ha lasciato il posto alla disillusione: il sogno della rivoluzione si è scontrato con la violenza nelle strade. Se ne sono andati Pier Paolo Pasolini, Peppino Impastato, tanti giovani sono stati uccisi e Aldo Moro è stato abbandonato e lasciato morire… Gli anni settanta finirono con la sensazione che qualcosa si fosse spezzato, che quel futuro possibile si fosse allontanato per sempre. Eppure, è stato proprio allora che abbiamo imparato cosa significa lottare, amare e credere in un mondo diverso, almeno per un po’.
Stephen King, on Writing, Sperling & Kupfer 2010
Alla domanda: «Che cos’è On Writing?», Stephen King ha risposto: «È il romanzo della mia vita, non perché la mia vita sia un romanzo, ma perché la mia vita è scrivere». Ecco spiegato il motivo per cui questo libro è l’autobiografia di un mestiere in cui la storia personale e professionale del Re si fondono totalmente. Per gli aspiranti autori, è un eccezionale corso di scrittura creativa, ricco di esempi e riferimenti pratici; per i lettori affezionati, è un must in cui potranno ritrovare, nella loro dimensione reale, un’infinità di situazioni, storie e personaggi che hanno ispirato i romanzi di King.
Più che un manuale tecnico per aspiranti scrittori, questo libro è un’autobiografia del mestiere, in cui la storia personale e professionale di King si fondono totalmente. Il capitolo d’apertura, “Curriculum vitae” ripercorre gli anni della formazione attraverso i momenti di crescita fino al grande successo di “Carrie”. “La cassetta degli attrezzi” è invece una disincantata elencazione dei ferri del mestiere. “Sullo scrivere” illustra le fasi del racconto creativo fino all’approdo editoriale; infine “Sul vivere” racconta come l’autore abbia visto la morte da vicino dopo lo spaventoso incidente in cui è stato coinvolto e come, grazie alla scrittura, sia tornato alla vita.
L’autobiografia di uno scrittore rappresenta, per noi amanti lettori, quel qualcosa che molto si avvicina ad una manciata di ciliegie: non ti fermeresti mai! E quando poi si parla del Maestro del brivido Stephen King, allora la questione si fa ancora più succulenta. On Writing: autobiografia di un mestiere è infatti non solo il racconto della vita di un uomo e di come si sia avvicinato al mondo della scrittura, ma è anche un saggio in cui lo stesso autore consiglia e propone valide tematiche per chi si vorrebbe approcciare al mondo del “carta & penna”.
La prima parte del romanzo è dedicata interamente alla vita di Stephen King e permette a noi lettori accaniti di immergerci completamente in un suo diario fotografico: la sua infanzia, ricca di viaggi e spostamenti con la mamma e con il fratello, le prime esperienze traumatiche con le varie babysitter un po’ particolari e un avvenimento davvero ironico relativo ad un’infezione ad un orecchio che si prese da bambino. Andando avanti, scopriamo uno Stephen King adulto e lo vediamo innamorarsi di quella che diventerà sua moglie, Tabitha Spruce, la quale sarà da quel momento la principale critica dei suoi manoscritti oltre che l’unica donna amata da lui, per sempre. Per chi non sa nulla della sua vita è davvero interessante scoprire piano piano come quest’autore sia venuto fuori, delle difficoltà che ha dovuto affrontare, come la morte della madre, gli iniziali ostacoli finanziari e i problemi nel mantenere una famiglia con uno stipendio da insegnante di inglese (fortunati quegli alunni…), ma soprattutto quel vizio legato all’abuso di alcool e droghe. Sì, il nostro amato scrittore ha attraversato un periodo piuttosto buio della sua vita in cui ha rigettato le sue ansie legate evidentemente al suo primo successo “Carrie” nel consumo eccessivo di birre, liquori ed infine di droghe.
Ma è la seconda parte del romanzo quella più succulenta, che qualunque lettore si divora con gli occhi: immaginate di essere in un’aula universitaria ad un corso di scrittura e di sentirvi raccontare da uno scrittore famoso quali sono i motivi che lo hanno spinto a scrivere questo o quel romanzo (che voi avete letto e riletto), i luoghi in cui si sente in pace con sé stesso, il luogo in cui scrive, le sue tempistiche, insomma proprio tutto ciò che rende uno scrittore tale. Ecco, qui non siamo in un’aula universitaria, ma la potenza dei libri è proprio quella di trascinarci in altri luoghi, diversi per ognuno di noi, quindi sì, potrebbe essere per qualcuno anche così. Qui Stephen King si lascia andare a delle confidenze e parla direttamente al lettore (spesso si rivolge a chi legge proprio con queste parole), esprimendo cosa rappresenti davvero per lui la scrittura: quando ha deciso di scrivere “Carrie” racconta di come l’idea sia nata semplicemente da un sogno accoppiata ad un fatto di vita quotidiana e di come abbia deciso di mettere su carta i due avvenimenti.
La cosa a mio parere più particolare di questo libro è che Stephen King non detta delle regole per diventare buoni scrittori, in quanto sostiene che proprio non ce ne siano di fisse, ma al contrario si limita a dare dei consigli molto utili a tutti coloro che magari hanno deciso di provare a scrivere qualcosa. Due suggerimenti mi hanno colpita e fatta sorridere: l’autore sostiene che per fare gli scrittori ci siano due esercizi fondamentali, ovvero leggere molto e scrivere molto. Nella sua semplicità coglie due aspetti della scrittura che forse a nessuno vengono subito in mente, proprio perché possono sembrare banali o scontati.
Coinvolgente, divertente, curioso e scritto magistralmente, “On Writing” non delude e permette di conoscere uno Stephen King che forse non molti di noi, suoi fan accaniti, conosciamo.
Ugo Mulas, La Fotografia – Einaudi – Torino 2025
«Come i bambini che non sanno ancora parlare, e quando cercano o vogliono una cosa si esprimono avvicinandosi ad essa, toccandola, o fiutandola, o indicandola e con mille atteggiamenti diversi – scrive del proprio lavoro Ugo Mulas – cosí il fotografo quando lavora, gira intorno all’oggetto del suo discorso, lo esamina, lo considera, lo tocca, lo sposta, ne muta la collocazione e la luce; e quando infine decide di impossessarsene fotografandolo, non avrà espresso che una parte del suo pensiero… Ciò che veramente importa non è tanto l’attimo privilegiato, quanto individuare una propria realtà, dopo di che tutti gli attimi piú o meno si equivalgono. Circoscritto il proprio territorio, ancora una volta potremo assistere al miracolo delle “immagini che creano se stesse”, perché in quel punto il fotografo deve trasformarsi in operatore, cioè ridurre il suo intervento alle operazioni strumentali. Al fotografo il compito di individuare una sua realtà, alla macchina quella di registrarla nella sua totalità». A distanza di oltre quarant’anni dalla sua prima edizione, questo volume ci ripropone l’opera e la riflessione di uno dei grandi fotografi del nostro tempo, e resta un incontro obbligato per chiunque si interessi a un mezzo espressivo cosí ricco di potenzialità.
Michel Foucault, L’ordine del discorso – Gallimard – 1971
Rileggere Foucault
Ferdinando Scianna – Lo Specchio vuoto – Laterza
UNO DEI MAESTRI DELLA FOTOGRAFIA PIU’ IMPORTANTI CHE L’ITALIA POSSA ANNOVERARE
Lo specchio vuoto. Fotografia, identità e memoria. Niente è più astratto e sfuggente della nostra identità e nello stesso tempo niente è più esposto al giudizio altrui, è più concreto e visibile. A cominciare dal volto, la prima immagine di noi stessi. Da quasi due secoli la fotografia è legata alla nostra stessa idea di identità. Tutti portiamo con noi un documento con il nostro volto e abbiamo fotografie delle persone che più amiamo. Il rapporto emozionale che stringiamo con queste immagini è talmente complesso da farci rifiutare, qualche volta, i nostri stessi ritratti. Non ci riconosciamo, anche se bastano pochi anni per trovare sorprendentemente migliorate fotografie che prima detestavamo. Perché la fotografia è come la memoria: cambia. Non resta immobile, ma si trasforma sulla base della storia di ciascuno e dell’idea che si ha di se stessi.
Ferdinando Scianna
Vito Teti – Razza Maledetta – Meltemi
Dopo il grande successo de La Restanza, l’antropologo Vito Teti torna in libreria con la nuova edizione di Razza Maledetta a distanza di 30 anni con la Prefazione di Sandro Abruzzese e Alessandro Cannavale. Eccola di seguito…
Trent’anni di razza maledetta
di Sandro Abruzzese e Alessandro Cannavale
Riproporre, a distanza di trent’anni, La razza maledetta. Origini del pregiudizio antimeridionale di Vito Teti è necessario e doveroso per varie, troppe ragioni, il cui elenco non basterebbe in questa sede. Volendo in sintesi citarne due, la prima riguarda il contributo dell’antropologo calabrese alla capacità di comprendere il presente attraverso l’indagine sulle radici culturali di lungo e medio periodo del paese. La seconda ragione, conseguente, è che La razza maledetta risulta un libro in grado di restituire la cornice della travagliata storia culturale italiana, entro cui si colloca – anche se sapientemente occultata da partiti politici, tv e giornali – la questione meridionale.
1. Corsi e ricorsi
Come scrive Teti nella prefazione alla seconda edizione, con la caduta del muro di Berlino e il susseguente crollo sovietico, la deflagrazione della Prima Repubblica, la concomitante grave crisi economica dei primi anni Novanta, insieme a Tangentopoli e lo stragismo, in un contesto nuovo e inedito in cui alle forze politiche in campo non occorreva più concorrere sul piano sociale con i temibili partiti progressisti del paese nel contendersi l’appoggio delle masse del Sud, in Italia avvenne una violenta sterzata, tuttora in corso, rispetto alla precedente storia repubblicana. Nonostante Milano e la sua Procura ebbero un ruolo principale nel sancire lo stato di corruzione sistemico della classe politica, una campagna mediatica orchestrata dalla Lega Nord di Umberto Bossi attribuiva al Meridione e a “Roma ladrona” il fallimento del paese, riportando in auge il pregiudizio antimeridionale. Si apriva così in Italia, in maniera convulsa e repentina, l’epoca neoliberista. Un periodo di crisi che, sul piano dell’immaginario, come un fiume carsico, ha prestato il fianco non alla ricostruzione razionale degli avvenimenti, bensì ai fantasmi dell’inconscio collettivo, dalle cui ferite è riemerso un vecchio capro espiatorio della nostra storia. Trent’anni di occultamento ci dicono che, come ricordava nel 2015 Alessandro Leogrande su “Internazionale”, “la questione meridionale è stata sempre l’altra faccia della storia unitaria e, negli ultimi decenni, della storia repubblicana. Ma da almeno un ventennio si assiste alla progressiva scomparsa della parola ‘sud’ dalle agende dei governi che si sono succeduti alla guida del paese”. Questa assenza, legata anche alla crescita di interesse verso la cosiddetta “questione settentrionale” e al nuovo assetto internazionale, si è accompagnata alla riduzione della spinta propulsiva del meridionalismo storico, che in passato era stato capace di elaborare precise analisi critiche e di raccontare efficacemente la complessità non monolitica del Sud nel contesto nazionale. In passato, continuava Leogrande, il meridionalismo storico “ha saputo anche individuare le responsabilità delle classi dirigenti locali, della ‘borghesia lazzarona’, dei tanti ‘luigini’ (per usare un’espressione cara a Carlo Levi) annidati tra le pieghe dello status quo. Non perché le colpe siano solo ‘nel’ sud, ma per il semplice fatto che ogni critica dell’esistente deve sempre partire da sé, dalla necessaria anticamera dell’autocritica”. La sterzata della politica italiana verso le sole ragioni della questione settentrionale (la sofferenza dei ceti produttivi per la concorrenza delle tigri asiatiche, la massiccia e soprattutto disorganizzata immigrazione, ecc. sono state nel frattempo indagate da sociologi come Aldo Bonomi), ha prodotto l’esatto contrario: una stagione irrazionalista determinata da una campagna d’odio tesa a balcanizzare l’Italia proprio mentre a pochi chilometri dalle nostre coste si assisteva increduli alla deflagrazione violenta della Jugoslavia.
È a questo contesto e all’humus sub-culturale conseguente che La razza maledetta fornisce una risposta chiara. Nel frattempo, il dibattito sul Sud e sull’Italia si polarizzava al punto da produrre speculari posizioni “sudiste”, anch’esse carsicamente preesistenti fin dalla storica delusione post-unitaria, per riemergere con una mistura di orgoglio rivendicativo e ricostruzione identitaria, soprattutto dopo le celebrazioni del secolo e mezzo dall’Unità. Da molte parti, dunque, alla stregua del nascente leghismo settentrionale, si invocava la definizione di un’identità meridionale, ma, si badi bene, non rifacendosi alla più recente storiografia – Salvatore Lupo, Emilio Gentile, Carmine Pinto, solo per fare alcuni nomi – bensì attraverso sensazionali pamphlet di giornalisti prestati alla storia, come Pino Aprile. Il discorso identitario, se è sempre sintomo di una profonda e latente crisi di prospettiva e direzione – essendo l’idea di nazione, stando a Max Weber o Étienne Balibar, un progetto politico precedente a qualsiasi identità –, è però la risposta speculare al pregiudizio antimeridionale del Nord. Una risposta magari vetero-razionalista, apparentemente più colta, e tuttavia sintomo di un problema culturale nazionale di fondo.
2. Divari
Venendo all’oggi, qualche dato comparativo può aiutare a comprendere meglio l’attuale stato delle cose. Innanzitutto, il divario tra Nord e Sud, espresso da molti parametri e sistematicamente rilevato negli anni da istituti di ricerca come Svimez, Istat ed Eurostat, attesta che tuttora il sud Italia resta la più grande area di sottosviluppo continentale. Lo confermano per esempio i dati Eurostat su base regionale del 2022, laddove si evidenzia che il tasso di occupazione tocca il 73,4% in Lombardia, il 72,9% in Veneto e il 74,8% in Emilia-Romagna, mentre nel Sud il valore rilevato scende al 53,4% in Puglia, al 47,3% in Campania e al 46,2% in Sicilia. Analoga prospettiva scopriamo incrociando la serie di dati che rende conto del numero di posti letto in ospedale per 100.000 abitanti, che, se nel 2021 erano 362,8 in Lombardia, 363,9 in Emilia-Romagna e 355,6 in Piemonte, diminuiscono drasticamente in Puglia e Calabria con rispettivamente 277,8 e 193,7 posti letto.
Ne consegue il divario prodotto nell’aspettativa di vita tra i cittadini italiani: se una donna nata in Lombardia ha un’aspettativa di vita pari a 86,2 anni (82,2 per i cittadini di sesso maschile), tale dato scende a 83,6 in Campania (79,5 per i maschi). Infine, il Pil pro capite secondo Eurostat (dati del 2023), su base regionale, ponendo pari a 100 il valore medio del Pil pro capite dell’Unione Europea, vede la Lombardia (con 134), l’Emilia-Romagna (con 118) e il Veneto (con 111) ben al di sopra della media europea, mentre ancora una volta le regioni meridionali finiscono al di sotto della soglia fissata: la Puglia riporta 64, la Calabria 58 e la Campania 63.
Quanto sopra descritto, al di là delle ragioni storiche, è il prodotto di una doppia spinta: da un lato la distrazione indebita di risorse destinate al Sud che vengono riportate verso il centro-nord del paese, dall’altro l’incapacità della classe dirigente locale di attingere ai fondi europei destinati alle aree sottosviluppate. Tuttavia, come qualche anno fa ricordava il giornalista Marco Esposito in Fake Sud, in Italia “i Conti pubblici territoriali dimostrano almeno a partire dal 2000 una persistente differenza a favore del Centro-Nord: in media 26 miliardi all’anno pur depurando il dato delle pensioni, che sono reddito differito”, per poi chiosare:
[…] non soltanto dal 2000 al 2017 la spesa pubblica continua ad andare nella medesima direzione della ricchezza privata, ma addirittura gli investimenti, cioè gli interventi per costruire infrastrutture e servizi dove mancano, si orientano verso i territori già più ricchi, al punto che si è dovuta scrivere una legge nel 2016 per obbligare lo stato a spendere il 34% degli investimenti ordinari nel Mezzogiorno. Legge di cui peraltro si è rinviata l’attuazione.
3. Il fallimento del regionalismo
I numeri forniti riflettono tre decadi di neoliberismo in cui le istanze leghiste hanno permeato l’intero arco costituzionale, finendo per egemonizzare il discorso politico italiano e condurre dalla confusa e folcloristica minaccia di secessione del Nord al più cauto e concreto progetto federalista di autonomia regionale. Dette istanze hanno pure prodotto un’alleanza trasversale inedita, prova ne sia il fatto che la riforma del Titolo V della Costituzione italiana fu opera di un governo di centro-sinistra, da cui, strada facendo, è arrivata una parziale adesione all’attuale progetto di autonomia differenziata, le cui tappe andremo, seppur brevemente, a definire.
Il progetto di autonomia regionale, definito dall’economista Gianfranco Viesti una vera e propria “secessione dei ricchi”, muove i suoi primi passi nel 1999, anno in cui fu approvata la legge costituzionale che prevedeva l’elezione diretta dei presidenti di regione, definiti dai media nazionali, impropriamente, “governatori”. Col nuovo millennio, le già citate modifiche al Titolo V della Costituzione italiana consentivano la possibilità di estendere “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia” (articolo 116). La legge 42 del 2009 ha infine precisato il nuovo assetto dei rapporti tra lo Stato e le regioni in materia di federalismo fiscale. Questa legge introduce il principio secondo cui gli enti devono essere finanziati mediante compartecipazioni al gettito tributario, piuttosto che mediante trasferimenti statali, come avveniva in precedenza. Gli stessi attori di questo lungo iter legislativo si sono contestualmente resi protagonisti della mancata definizione dei Livelli essenziali delle prestazioni (Lep) – previsti dall’articolo 117, lettera m –, ossia dei livelli di servizi da garantire ai cittadini, per erogare i diritti sociali e civili in modo omogeneo sul territorio nazionale, attraverso l’individuazione dei cosiddetti “fabbisogni standard”. Abbiamo dunque finora assistito al sabotaggio dei meccanismi perequativi previsti dal legislatore onde evitare che gli enti sub-statali con minore capacità fiscale fossero soggetti a un aggravio dei divari preesistenti. Con un ritardo più che ventennale, non stupisce che i Lep non abbiano ancora trovato una definizione. Nonostante quanto previsto dal decreto attuativo della legge 42/2009 – il d.lgs. 68/2011 – il meccanismo della spesa storica nel finanziamento delle regioni non è mai stato superato. E, a dispetto della sentenza della Corte costituzionale numero 220 del 2021, che ha apertamente censurato il ritardo nella definizione dei Lep, tre regioni a statuto ordinario (il Veneto, la Lombardia e l’Emilia-Romagna), nel 2017, si sono affiancate nella comune richiesta di maggiori autonomie, giungendo, il 18 ottobre dello stesso anno, a sottoscrivere una dichiarazione di intenti con il governo di centro-sinistra presieduto da Paolo Gentiloni. Infine, il 28 febbraio del 2018, la stipula delle pre-intese con il medesimo governo sanciva, attraverso la trasversalità politica delle tre amministrazioni regionali (due di centro-destra e una di centro-sinistra), il comune consenso parlamentare, dando ulteriore propulsione all’iniziativa.
Per concludere questa doverosa disamina, il 23 gennaio 2024 il Senato ha approvato il disegno di legge d’iniziativa governativa, collegato alla manovra, sull’attuazione dell’autonomia differenziata delle regioni a statuto ordinario. Da più parti provengono preoccupazioni sul nuovo assetto amministrativo che potrà scaturire dall’iter sopra accennato. “L’Italia diverrebbe un paese arlecchinesco, con quattro regioni a statuto speciale, due province autonome e quindici regioni a regionalismo differenziato”. Quali gli effetti delle nuove attribuzioni di poteri sui cittadini delle diverse regioni? Materie come il servizio idrico, l’istruzione scolastica e la sanità richiederebbero riflessioni più approfondite. La fondazione Gimbe ha espresso apertamente perplessità sul rischio che possano aumentare ulteriormente le disuguaglianze negli accessi alle cure, nonché nella relativa qualità. L’estensione delle competenze sembra configurare delle piccole realtà statali, create in modo surrettizio. Lo Stato rischia di perdere il proprio ruolo nelle grandi programmazioni infrastrutturali, come il Piano nazionale di ripresa e resilienza, che sarebbe stato oggetto di veti di ogni presidente di regione, configurando il rischio di una babele istituzionale, una condizione di elevata entropia istituzionale. Il livello di diseguaglianza interna accumulato nel paese non permetterebbe di esporsi a questo livello di rischio. Come scrive Francesco Pallante:
L’espansione incontrollata dei poteri regionali va fermata e le regioni devono tornare a essere strumenti al servizio della Repubblica e del suo disegno di emancipazione di tutti i cittadini: a prescindere dal territorio di residenza.
4. Il virus del pregiudizio
Al ginepraio politico nazionale, La razza maledetta, sulla scia di una lunga tradizione intellettuale otto-novecentesca, replica sottolineando come il razzismo antropologico si nutra dell’incapacità di comprendere le differenze ma anche dell’incapacità del paese di fornire risposte a necessità storiche come l’omogeneizzazione del tessuto produttivo e socioeconomico italiano e l’effettiva democratizzazione del paese. Dunque, il virus del pregiudizio non solo è parte integrante della storia unitaria italiana, ma produce alibi utilizzati ad arte dalla classe politico-burocratica per coprire e giustificare le responsabilità delle classi dirigenti locali e nazionali.
La questione meridionale, in questo modo, non solo sopravvive e si alimenta, ma diventa il vero vulnus, in quanto nulla sembra realmente comprensibile della storia d’Italia se non si parte dai suoi storici divari territoriali. Dalla mancata o parziale industrializzazione e infrastrutturazione di una parte del paese sembra derivino l’endemica e annosa disoccupazione giovanile, un’emigrazione costante (al netto dei rientri, secondo il Rapporto Svimez del 2023, le regioni meridionali hanno perso 1,1 milioni di residenti, di cui soprattutto giovani sotto i 35 anni), nonché un circolo vizioso che porta al blocco storico delle classi dirigenti, allo strapotere dello scambio politico-clientelare, alle holding globali della criminalità organizzata (organica e interdipendente con l’economia legale del paese), al depauperamento del capitale sociale meridionale, allo spopolamento, alla perdita del patrimonio pubblico e privato immobiliare. Da questa prospettiva si è arrivati all’esodo di centinaia di migliaia di giovani che affollano le università del Centro-Nord, e di migliaia di pazienti che per ricevere cure ritenute più efficaci migrano nelle aziende ospedaliere settentrionali. Sempre secondo i dati della fondazione Gimbe, pubblicati nel 2025, la cifra associata alla mobilità sanitaria interregionale avrebbe raggiunto 5.037 milioni nel 2022, il valore più alto rilevato dal 2010, con tre regioni in grado di accogliere oltre metà della mobilità attiva: Lombardia (22,8%), Emilia-Romagna (17,1%) e Veneto (10,7%). Si tratta delle tre regioni che occupano posizioni alte nella graduatoria che riporta la percentuale di adempimento dei Livelli essenziali di assistenza.
In definitiva, in una parte significativa del paese – che va dalle aree depresse montane alle isole, dalle periferie alle zone periurbane metropolitane, aree molto diverse ma spesso genericamente accomunate – l’emergenza sociale coinvolge strutture e istituzioni nazionali e statali, dai partiti ai sindacati, dagli ospedali alle scuole e università, in ruoli suppletivi, per sopperire alla fragilità territoriale. È quindi nella questione sociale e istituzionale italiana che si annida la frattura che rende questa parte d’Italia vittima due volte: delle circostanze storiche e di una narrazione parziale, che alimenta il pregiudizio come forma autoassolutoria per chi governa, giustificando politiche estrattive ai danni del Meridione. Ciò che spesso viene taciuto è che le conseguenze della grave disomogeneità nazionale rendono le pratiche democratiche un percorso incerto, rischioso, impervio per la cittadinanza. I divari territoriali svuotano la democrazia, producendo contrasti eccessivi tra interessi individuali e generali. Le ragioni della persistenza di una politica clientelare e trasformistica, il mercimonio di tessere e i continui commissariamenti governativi dimostrano che un territorio fragile è più permeabile ed esposto alle distorsioni del sistema. Stiamo parlando, come ricordava Leonardo Sciascia con la metafora della “linea della palma”, di un sistema in grado di svuotare il senso dell’impalcatura democratica: lo dimostrano le infiltrazioni criminali a ogni livello dell’economia legale, di cui il mondo politico, tranne che per rare eccezioni, ha quasi sempre preferito beneficiare.
5. Televisione cattiva maestra
La razza maledetta resta un libro fondamentale anche per decolonizzare l’immaginario degli italiani dalla capziosa rappresentazione mediatica prodotta in questi anni da televisioni e giornali nazionali. Come dimostra lo studio di Valentina Cremonesini e Stefano Cristante, l’immagine del Sud restituita dai media è principalmente fondata sull’estetica criminale e la retorica della miseria. Questa raffigurazione influenza in maniera determinante l’opinione pubblica sul Mezzogiorno, con una “programmatica alterazione dell’universo notiziabile che fornisce unicamente informazioni sul lato oscuro della vita sociale”. Secondo gli autori, “l’esposizione costante e ossessiva al fatto criminale prelude alla narrazione di un carattere al contempo antropologico e storico, quasi inscritto in una natura data una volta per tutte, come cioè se il Sud fosse forzatamente perimetrato da una cornice di degrado malavitoso”. Il saggio indaga, tra l’altro, lo “spazio” dato al Sud nei titoli del Tg1 delle 20:00, dal 1980 al 2010. “Su un totale di 1.844 servizi televisivi esaminati, il 9% è riconducibile al Sud, mentre il restante 91% di Sud non tratta”. In più, dall’analisi è scaturito che
la rappresentazione del Sud attraverso le notizie del Tg1 avviene dunque prevalentemente attraverso quattro aree tematiche (in ordine di ampiezza: cronaca, criminalità, welfare e meteo). All’interno dell’area cronaca, i servizi giornalistici hanno dato spazio soprattutto alle notizie di cronaca nera (93%). Rispetto all’area criminalità, le news hanno affrontato prevalentemente fatti riguardanti le mafie (70%). Nell’area welfare sono dominanti i servizi sulla sanità (63%), mentre nell’area meteo prevalgono le notizie relative al maltempo (66%).
Questa maldestra narrazione del Mezzogiorno, che fa pensare ai più recenti problemi discriminatori legati alla profilazione etnica (islamofobia, africo-fobia, ecc.) o alla indimenticata lezione sull’orientalismo di Edward Said, è causa o effetto della percezione stereotipata di quest’area del paese? È forse questo un capitolo occulto o una propaggine del romanzo antropologico italiano smascherato da Vito Teti ne La razza maledetta?
6. Una proposta per il Sud
Tutta l’opera di Vito Teti forse può essere vista come un unico discorso nazionale intorno a un’Italia sì disomogenea, ma anche largamente interdipendente e interconnessa tra le sue parti, nonché con l’altrove dei suoi migranti, dei suoi doppi, all’estero. In questo contesto, il concetto di restanza, da lui coniato e problematizzato in diverse opere, acquista un carattere sempre più attuale, proponendosi come motore di una riconfigurazione etica dell’esistenza meridionale. A tal proposito, l’antropologo chiarisce:
Il mio non è un elogio del restare come forma inerziale di nostalgia regressiva, non è un invito all’immobilismo, ma è solo il tentativo di problematizzare e storicizzare le immagini-pensiero del rimanere come nucleo fondativo di nuovi progetti, di nuove aspirazioni, di nuove rivendicazioni. […] Perché per restare, davvero, bisogna camminare, viaggiare negli spazi invisibili del margine.
Se la ricostruzione dell’intellettuale calabrese si ferma consapevolmente di fronte all’assenza di interlocutori e referenti strutturati, all’assenza di modelli e riferimenti politici – dunque di essenziali mediatori di motori propulsivi in grado di dar luogo, soprattutto nella società meridionale, a una cultura della restanza, ovvero di una cittadinanza attiva che rielabori il proprio rapporto con i luoghi di residenza – la sua antropologia fornisce tuttavia un lessico che, benché ancora allo stato di utopia, resta il principio di qualsiasi progetto. Nel tentativo di raccogliere l’invito di Teti, oggi che l’interdipendenza di regioni e nazioni in un mercato globale è pressoché totale e che l’intervento pubblico diventa l’unica strada per sostenere missioni di rilevanza strategica, ci piacerebbe pensare al Sud in relazione alla transizione energetica, alla limitazione delle emissioni climalteranti, alla salvaguardia della biodiversità. In questo contesto, non manca solo una politica industriale per il Mezzogiorno, ma, ancora una volta, una vera visione nazionale nel contesto europeo.
Se, come scrive Salvatore Settis, la tutela dell’ambiente in Italia assume “valore costituzionale” e “ambiente, paesaggio, beni culturali formano un insieme unitario e inscindibile la cui estensione corrisponde al territorio nazionale; fanno tutt’uno con la cultura, l’arte, la scuola, l’università e la ricerca”, allora le molteplici locuzioni impiegate nel testo della Costituzione licenziato nel 1948 – come “interesse generale”, “interesse della collettività”, “funzione sociale”, per citarne alcune – convergono strutturalmente in un assetto di valori che sottendono il concetto di “bene comune”. Nel Titolo III, in particolare all’articolo 43, si parla di “interesse generale” con riferimento a servizi pubblici ed energia. E allora energia, acqua, beni comuni impongono, nell’intento di decarbonizzare il continente europeo per scongiurare i disastri legati al cambiamento climatico, riflessioni approfondite. Gli Stati occidentali dovranno assumere un ruolo guida, favorendo innovazione e trasformazione sociale, attivando e coinvolgendo i cittadini. Sarà indispensabile proteggere salute, ambiente ed energia dalla speculazione. Se cento anni fa era Francesco Saverio Nitti a proporre la nazionalizzazione dell’energia elettrica, al fine di sostenere un progetto di espansione produttiva del Mezzogiorno, contemperando interessi imprenditoriali e pubblici, oggi siamo di fronte a importanti scelte strategiche che possono affidare un ruolo preciso al Mezzogiorno, talora candidato al ruolo di crocevia energetico.
Ma il discrimine è rappresentato dalla risposta alle domande: quale energia? Fossile o rinnovabile? Quale secolo abbiamo come riferimento in questo momento di scelta? E soprattutto: con quali attori locali e nazionali? Guidare questo processo offrirebbe l’opportunità di attivare comunità energetiche, trasformando l’energia rinnovabile da oggetto di speculazione a nuovo collante sociale. E, come scrive Livio De Santoli, tra i primi a studiare il tema in Italia, “oggi una persona su sette non ha accesso completo all’elettricità, tre miliardi di persone dipendono da legno, carbone o concime animale per cucinare e per riscaldarsi; l’energia è la principale responsabile del cambiamento climatico, rappresentando più dell’80% delle emissioni di gas serra globali, è causa diretta o indiretta di tutte le guerre in atto nel pianeta, è causa di migrazioni di massa”.
Le comunità dell’energia rinnovabile sono modelli innovativi di partecipazione a complessità crescente, soggetti giuridici basati sulla partecipazione di cittadini che producono e consumano energia pulita con altri cittadini che si trovano in vicinanza, ma anche Pmi o soggetti pubblici, con l’obiettivo di garantire benefici sociali, economici e ambientali alla comunità. I cittadini-prosumer (produttori e consumatori) di energia diventano attori principali di una radicale trasformazione sociale ed economica, una nuova “democrazia energetica” che riabilita e attiva, in chiave generativa, il protagonismo delle comunità. La politica generativa richiede l’attivazione dei cittadini: le comunità energetiche rappresentano in questo senso un’occasione preziosa di cambiamento. La riflessione sul concetto di “bene comune” richiede un nuovo coinvolgimento della cittadinanza, capace di percorrere e includere gli spazi della marginalità. Le comunità dell’energia potrebbero essere l’ennesima occasione di speculazione per le grandi compagnie energetiche o, d’altro canto, una grande sterzata in chiave generativa e partecipativa, verso la produzione di energia pulita in modo diffuso e policentrico. È questa una riflessione e, se vogliamo, una suggestione, che cerca un dialogo con la restanza.
7. Restare umani
Tuttavia, nel tirare le somme, la ragione ci impone di guardare al processo storico e culturale che abbiamo descritto finora – all’Italia che va dagli anni Novanta a oggi – come a una piccola parte delle più generali vicende globali in cui il nostro paese si inserisce. Sotto questo profilo, uno sguardo comparativo conduce alla consapevolezza che la recente storia d’Italia altro non è che una storia certamente dalle fattezze peculiari, ma anche del tutto conseguente alla messa in opera di un modello, ovvero del sistema economico e dell’immaginario capitalistico neoliberista mondiale. Dunque, è attraverso la precarizzazione del lavoro, la finanziarizzazione dell’economia, le politiche di austerità, il conseguente collasso dei beni comuni e del senso comune dell’umano che, dagli anni Ottanta a oggi, si è prodotto un inedito e più esteso pregiudizio antimeridionale, che a sua volta ha condotto, attraverso l’uso discriminatorio di media e tv e con l’impiego di algoritmi nei motori di ricerca, alla demonizzazione di classe, alla condanna della povertà, nonché all’ossessione normativa (la quale ha reso clandestine o immorali alcune primarie forme di bisogno individuale e sociale). Ne è nato un conflitto tra prerogative nazionali e diritti umani, in cui la soggettività di masse numerosissime è stata vieppiù negata e i diritti universali respinti. Un mondo di campi di concentramento e stragi, di confini e frontiere, di profughi ed esuli, ha infine trasformato il Sud e l’Europa in un Occidente ostile alla vita.
In questo contesto, un libro come La razza maledetta acquisisce nuova linfa e finisce per fornire risposte alla questione sociale non più meridionale, bensì globale. Il Sud, in questo quadro, in quanto ponte geografico e culturale, resta prigioniero di un ossimoro italiano e mediterraneo: in assenza del ruolo dello Stato, non può agire quale promotore di pratiche democratiche, di produzione di beni comuni e comunità inclusive; tuttavia, suo malgrado, si vede costretto nel ruolo di termometro e testimone di una deriva, ovvero dell’allontanamento dell’Europa dai principi umani più alti e saldi di alcuni suoi inderogabili valori fondanti.
In fondo, chi scrive ritiene che la stessa restanza di Teti rappresenti un contraltare culturale a quel neoliberismo che limita il ruolo dello Stato e che tende alla de-umanizzazione, alla de-privazione dei diritti umani, diretta ancora una volta contro le aree fragili non più dell’Italia, ma del pianeta. Mentre il neoliberismo, abbandonando la cura dei luoghi, del comune, ha distrutto il già flebile filone illuministico delle comunità, producendo ovunque identitarismo e xenofobia, privatismo e individualismo, la restanza è un’istanza di ri-socializzazione e una riscoperta del comune, dei luoghi come tramite di intersoggettività, della cura e della presenza come ricostruzione di nuova collettività e soggettività, su basi morali e spirituali che attingono ai pur vasti orizzonti umanistici della nostra civiltà.
In questa prospettiva, è sintomatico che la risposta più coraggiosa e innovativa al fenomeno migratorio, in passato, sia arrivata proprio dalla regione più povera d’Italia, la Calabria, da quel “modello Riace” di Mimmo Lucano, a pochi passi da San Nicola da Crissa, il paese natio dove l’antropologo Teti ha scelto di restare. L’azione di Lucano, nella sua semplicità, è stata un esempio, certamente perfettibile, di resistenza costruttiva, di rigenerazione, un’altra piccola utopia concreta in grado di indicare altre vie, temporaneamente negate dall’insipienza delle classi dirigenti che ne hanno decretato la conclusione. Ancora una volta, dal margine e per contrasto, i territori fragili, sofferenti – oltre al negativo, al contrasto che produce deprecabili ma sintomatiche contro-condotte – forniscono paradigmi per una modernità consapevole, priva della barbarie a cui un certo tipo di globalizzazione ci ha purtroppo, finora, abituato.
Man Ray – La Fotografia come Arte
“Vi sono puristi in ogni forma di espressione. Ci sono fotografi che negano qualsiasi rapporto tra il loro medium e la pittura. Ci sono pittori che disprezzano la fotografia, sebbene molti di loro, nell’ultimo secolo, si siano ispirati a essa e l’abbiano utilizzata. Ci sono architetti che rifiutano di appendere quadri nelle abitazioni da loro progettate, affermando che esse sono espressioni artistiche in sé compiute. Nel medesimo spirito, quand’è stata inventata l’automobile si sarebbe dovuto dichiarare che il cavallo era la più perfetta forma di locomozione. Tutti questi atteggiamenti derivano dal timore che una cosa soppianti l’altra. Niente del genere è accaduto. Nessuno cerca di abolire l’automobile per il fatto che esiste l’aeroplano. Sono stato molto fortunato a iniziare la mia carriera come pittore. Quando per la prima volta ebbi a che fare con una macchina fotografica, ne fui fortemente intimidito. Così decisi di indagare. Conservai comunque la mentalità del pittore, a tal punto da essere accusato di cercare di far apparire una fotografia come fosse un quadro. Non ho cercato questo risultato, è andata così a causa della mia cultura e delle mie basi. Molti anni fa concepii l’idea di fare un quadro che somigliasse a una fotografia! Avevo valide ragioni. Desideravo di trarre l’attenzione dall’abilità manuale, in modo che fosse l’idea fondamentale a imporsi.”
E poi un libro di cucina…
Bonnie Blaylock – Dolce come il sale – Libreria Pienogiorno
Sardegna, anni ’30: tre generazioni di donne custodiscono un millenario sapere… Per tutto l’inverno Allegra attendeva la prima luna di maggio: il giorno in cui, con la solennità di una cerimonia, si sarebbe immersa insieme alle altre donne dell’acqua per la nuova stagione. Lo facevano dalla notte dei tempi, per raccogliere i fili d’oro di un raro mollusco e creare un tessuto più prezioso della seta, degno dei re: il bisso. Un patto segreto, trasmesso di madre in figlia, le univa tutte. Un giuramento sacro, che rendeva dolce anche il sale. Tre generazioni di donne sono le eredi di un’antica arte, secondo una leggenda portata a Sant’Antioco, nel sud della Sardegna, addirittura dalla regina Berenice. Da allora alcune madri tramandano la loro abilità alle figlie sin dalla più tenera età, fino a quando non sono in grado di pronunciare il voto che le vincola: dedicare la vita alla seta del mare, a quel filo che trattiene il giallo del sole, e accettare che i preziosi ricami che ne derivano non possano essere venduti ma solamente donati. Diventando così dispensatrici di speranza e bellezza che si oppongono al caos del mondo. Nonostante gli avvenimenti drammatici che sconvolgono l’Italia nel corso del Novecento, le tre donne, Allegra, Zaneta e Miriam, faranno di tutto per non venir meno al giuramento e difendere il loro sapere, affrontando il dolore della perdita e affermando ogni volta la libertà di essere sé stesse. Un romanzo unico che intreccia con l’abilità delle maestre del bisso le vicende personali delle protagoniste agli eventi storici, infondendo lo splendore di un talento misterioso e di una terra magica. «Che storia potente! Tradizione, segreti, legami di famiglia, amore tessono un arazzo meraviglioso e sorprendente.» The Storigraph «Tutto il fascino della Sardegna e di un millenario sapere al femminile: un romanzo meraviglioso, che entra nel cuore.» Historical Novel Society.
Leonardo Sciascia – Sulla Fotografia – Mimesis/Sguardi e Visioni
L’osservazione della realtà da parte di Leonardo Sciascia – così lucida nei suoi romanzi e nei suoi scritti giornalistici – si incontra in queste pagine con l’interesse e la curiosità che l’autore ha sempre nutrito nei confronti della fotografia. Per la prima volta viene qui proposta una galleria di scatti inediti realizzati da Sciascia attorno agli anni Cinquanta, appartenenti dunque al decennio de La Sicilia, il suo cuore, Favole della dittatura, Pirandello e il pirandellismo e Le parrocchie di Regalpetra, dove è già evidente tutto il senso della produzione letteraria di Sciascia. Tramite queste immagini è possibile ricostruire una sorta di “geografia degli affetti” dell’autore (dalla “sua” Racalmuto alla famiglia, fino ai prodromi del suo celebre viaggio letterario compiuto con l’amico Ferdinando Scianna in occasione della lavorazione a Ore di Spagna). A completare il volume, due saggi nei quali Sciascia riflette sui concetti di sguardo, ritratto, tempo e realtà: Il ritratto fotografico come entelechia, un percorso a ritroso da La camera chiara di Barthes fino al concetto aristotelico di entelechia che prende in esame la rivoluzione del ritratto fotografico come espressione di disvelamento e, al contempo, di nascondimento, e Gli scrittori e la fotografia, una lucida disamina di quei rapporti, strettissimi, che legano fotografia, identità e tempo.
Leonardo Sciascia (Racalmuto, 8 gennaio 1921 – Palermo, 20 novembre 1989), scrittore, saggista, giornalista, poeta e docente italiano. Artista della parola e scrittore solitario, non intellettuale, come non amava definirsi o essere definito, ma uomo di lettere impegnato, è stato sempre attento al clima culturale a lui contemporaneo. I suoi volumi più famosi sono editi da Adelphi e Sellerio.
Diego Mormorio è nato nel 1953 a Caracas da genitori siciliani. Storico, critico della fotografia e saggista italiano, si occupa in maniera originale dei rapporti tra la fotografia e la cultura filosofica e letteraria.


























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