Nasceva un secolo fa uno dei massimi talenti del jazz, colui che più di chiunque altro ha innovato il genere, influenzando profondamente le successive generazioni di musicisti

Considerato il Picasso del jazz per le profonde innovazioni portate in questo genere musicale, Miles Dewey Davis III è anche una colonna portante della cultura afroamericana. Nella sua prima musica, l’espressione silenziosa e minimalista della mascolinità nera fu rivoluzionaria. Vulnerabilità, rivelazione intima, preghiera e supplica divennero i tratti distintivi di uno stile basato sui suoi difetti – o almeno su ciò che il mondo voleva fargli credere fossero fallimenti. Erano, in realtà, risorse di grande forza e coraggio. Essere disponibile e sottomesso ai propri sentimenti e alla loro complessità fu un atto di grande coraggio.

Fra il 1969 e il 1975, Davis abbandonò il jazz puro e semplice per un mix amorfo di funk e psych-rock, pensato per un pubblico più numeroso in locali più grandi. Sebbene fosse considerato la più importante star del jazz, si sentiva limitato dai principi del genere e dagli ascoltatori conservatori che non volevano che la musica si evolvesse oltre gli anni ’30 e ’40. Per questo, incorporando strumenti elettrici, rock e ritmi funk in album quali In a Silent Way o Bitches Brew, creò il genere fusion, un antenato diretto di molti stili jazz-rock e funk-jazz contemporanei. Attingendo alle tradizioni ritmiche africane e indiane, Davis iniziò a stratificare questi elementi con le texture delle tastiere e delle chitarre elettriche. Bitches Brew in particolare eliminò le convenzioni del jazz, abbracciando forme estese, dense poliritmie e la potenza di strumenti amplificati e alterati elettronicamente per creare una musica che si concentrava tanto sulla trama quanto sulla melodia o sull’armonia.
Cimentarsi con la tela e i colori è stata la naturale conseguenza dell’aver sviluppato un jazz “a colori”, il cui lato B è stato uno stile pittorico audace ed espressionista. Figure astratte, forme geometriche colorate e riferimenti all’arte tribale africana creano un’intensità ritmica. L’influenza di Kandinsky, Basquiat e Picassoè evidente, ma l’estetica di Davis era unica. Realizzò un corpus significativo di opere, tra cui disegni, schizzi, serigrafie e dipinti su tela, nessuno dei quali fu esposto fino alla sua scomparsa. Fra le sue opere più riuscite, la serigrafia dedicata a, Josephine Baker altra icona afroamericana. E forse, il percorrere questa nuova strada a partire dagli anni Ottanta lo “distrasse” in parte dalla musica, e si potrebbe così spiegare la minor qualità del suo jazz più recente. In ogni caso, Come la sua musica, il suo stile pittorico è improvvisato e dinamico, ma al tempo stesso intimo. La sua musica, senza dubbio, ha influenzato la sua sensibilità pittorica e forse la sua pittura ha influenzato il modo in cui è arrivato a comprendere la musica.

Come spesso accade, al talento creativo non corrispondeva purtroppo una personalità equilibrata, e Davis si macchiò di violenze fisiche contro la compagna del momento, e soffrì di una lunga dipendenza da alcol e cocaina; situazioni che, nel lungo periodo, influenzarono negativamente anche la sua creatività; dopo una pausa di cinque anni per ragioni di salute, Davis riprese a comporre nel 1980, ma da lì in poi la qualità della sua musica andò generalmente declinando, anche se il successo commerciale continuò ad arridergli. Significativa la dichiarazione di Wynton Marsalis alla rivista musicale statunitense Down Beat nel 1982: “Chiamano la roba di Miles jazz. Quella roba non è jazz. Solo perché qualcuno suonava jazz una volta, non significa che lo stia ancora suonando”.
Nonostante un finale di carriera non troppo brillante, la statura jazzistica di Davis è incontrovertibile. Il suo approccio, dovuto in gran parte alla tradizione esecutiva afroamericana che si concentrava sull’espressione individuale, sull’interazione enfatica e sulla risposta creativa ai contenuti mutevoli, ebbe un profondo impatto su generazioni di musicisti jazz. la sua tecnica trombettistica distintiva, che spesso prevede l’uso della sordina Harmon, l’eliminazione del vibrato e l’enfasi sul fraseggio melodico e intimo, rimane uno standard per l’espressione emotiva nel jazz contemporaneo. La filosofia di Davis di non voltarsi mai indietro e di cambiare costantemente il suo sound è ancora considerata la guida definitiva per l’innovazione nella musica moderna, compresa la fusione del jazz con l’hip-hop e la musica elettronica.
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