Domenica 24 maggio 2026 centinaia di dimore storiche italiane apriranno gratuitamente le proprie porte ai cittadini nell’ambito della XVI Giornata Nazionale ADSI. Una occasione che riporta al centro del dibattito il ruolo delle dimore storiche come presidio culturale, economico e sociale nei territori fragili del Paese e rilancia il tema di una politica strutturale per l’Italia diffusa.

Ridurre questa giornata a un semplice evento culturale o turistico sarebbe però un errore. Dietro castelli, ville, giardini storici, palazzi nobiliari, conventi, masserie e residenze d’epoca emerge una questione molto più ampia: il futuro dei territori fragili italiani e la capacità della nazione di dotarsi finalmente di una strategia organica di riequilibrio territoriale.
Per troppo tempo il dibattito pubblico italiano ha oscillato tra due estremi: da un lato la concentrazione quasi esclusiva sulle grandi città d’arte; dall’altro una retorica nostalgica dei borghi, spesso ridotti a scenografie turistiche. In mezzo esiste invece un’Italia reale fatta di piccoli comuni, territori agricoli, aree montane, paesaggi culturali e reti storiche diffuse che rischiano spopolamento, impoverimento demografico e perdita di servizi essenziali. In questo quadro le dimore storiche devono diventare nodi strategici di un nuovo modello territoriale. Non soltanto contenitori culturali, ma hub civici e produttivi: spazi per residenze artistiche, alta formazione, ospitalità di qualità, filiere agroalimentari, artigianato evoluto, incubazione di attività culturali e turismo lento. In alcuni casi potrebbero persino ospitare funzioni pubbliche condivise o laboratori permanenti di innovazione sociale. Non è casuale che ADSI abbia scelto come tema dell’edizione 2026 “Custodi di futuro. Un patrimonio vivo per un valore condiviso”. Dietro questa formula c’è un’idea precisa: le dimore storiche non sono soltanto beni da conservare, ma infrastrutture culturali e civili capaci di generare economia, occupazione, identità e coesione sociale. I territori non metropolitani non sono il residuo dell’Italia moderna, ma possono diventare il laboratorio del suo riequilibrio.
Basta leggere l’elenco delle dimore che partecipano alla Giornata Nazionale ADSI per comprenderne l’estensione: dalla Lunigiana alla Sabina, dal Cilento alla Basilicata, dalle colline senesi ai piccoli centri del Piemonte, passando per l’Abruzzo interno, il Molise e molte aree marginali del Mezzogiorno. Una geografia culturale parallela rispetto ai grandi flussi del turismo di massa. Il PNRR ha prodotto interventi importanti, soprattutto sul tema dei borghi, ma spesso frammentati e non sempre integrati con infrastrutture, mobilità, formazione, servizi sanitari e politiche abitative. Senza residenti, scuole, connessioni digitali, trasporto pubblico e incentivi per le imprese culturali e agricole, il rischio è che molti territori diventino luoghi belli ma vuoti.
Le dimore storiche rappresentano il più grande museo diffuso d’Italia: oltre 46mila beni culturali privati distribuiti in tutte le regioni, spesso fuori dai grandi circuiti turistici e localizzati proprio nei piccoli comuni. Una rete culturale, economica e sociale che attraversa il Paese e che può diventare un asse strutturale delle politiche territoriali nazionali.
Circa il 60% delle dimore svolge attività economiche tra turismo, agricoltura, cultura ed eventi, generando occupazione e coinvolgendo restauratori, artigiani, agronomi, professionisti del patrimonio e operatori turistici. Nel 2024 oltre 19mila dimore hanno ricevuto visite, accogliendo più di 35 milioni di persone. In molti territori queste strutture svolgono una funzione pubblica implicita. Custodiscono archivi, giardini, opere d’arte, tradizioni produttive, paesaggi agrari e memorie collettive. Generano microeconomie legate all’ospitalità, alla ristorazione, al vino, all’artigianato, agli eventi culturali e alle produzioni
locali. In numerosi casi rappresentano uno degli ultimi presidi di qualità territoriale.
In Francia, Regno Unito e Stati Uniti il patrimonio storico privato è già considerato una infrastruttura culturale ed economica strategica. In Italia si continua invece spesso a oscillare tra tutela burocratica e retorica turistica, senza riuscire a costruire una politica stabile capace di coniugare conservazione, fiscalità, investimenti e sviluppo territoriale. In questa prospettiva assume rilievo anche l’iniziativa parlamentare promossa dal presidente della
Un patrimonio vivo per un valore condiviso”. Dietro questa formula c’è un’idea precisa: le dimore storiche non sono soltanto beni da conservare, ma infrastrutture culturali e civili capaci di generare economia, occupazione, identità e coesione sociale. I territori non metropolitani non sono il residuo dell’Italia moderna, ma possono diventare il laboratorio del suo riequilibrio.

La Giornata Nazionale ADSI ha il merito di ricordarci che il patrimonio culturale italiano non vive soltanto nei musei o nelle metropoli. Vive soprattutto nei territori. Il futuro italiano non si giocherà soltanto nelle grandi città globali, ma nella capacità di riportare vita, lavoro, cultura e giovani dentro quella straordinaria infrastruttura civile che attraversa l’Italia diffusa.
Per comprendere quale possa essere il ruolo delle dimore storiche nella costruzione di una nuova politica territoriale abbiamo parlato con la Presidente ADSI Maria Pace Odescalchi, affrontando i temi della sostenibilità economica, del rapporto con le giovani generazioni, degli strumenti fiscali necessari e del possibile ruolo della sussidiarietà orizzontale nella costruzione di una strategia nazionale per i territori fragili.
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