Cambia la narrazione sul cibo. Rivoluziona l’o sguardo su cio’ che mangiamo. Per lui il mangiare non è mai un gesto neutro, ma un atto culturale, politico, civile. Conosciuto a livello mondiale come l’inventore di Slow food (che all’epoca della fondazione si chiamava Arcigola e quest’anno compie 40 anni), ma anche dell’incredibile rete di Terra Madre, dell’Università di Scienze Gastronomiche a Pollenzo, di Cheese nella sua città di Bra, del Salone del Gusto. Carlin Petrini è stato molto più di un fondatore, più di un attivista e anche più di un intellettuale del cibo. È stato una voce capace di dare forma a un sentimento diffuso prima ancora che questo trovasse un linguaggio condiviso. Con Slow Food ha cambiato per sempre il modo in cui guardiamo al cibo (“buono, pulito e giusto”), alla terra, ai produttori, ai paesaggi e alle comunità che li abitano. Slow Food, secondo alcune analisi, è stato uno dei più grandi movimenti culturali che l’Italia abbia mai avuto.
La sua forza è stata nella capacità rara di tenere insieme battaglia e umanità, come raccontano da sempre tutti gli studenti della sua università. Petrini sapeva essere radicale senza diventare dogmatico, popolare senza scivolare mai nel populismo, visionario senza perdere il contatto con la materia viva delle cose e la concretezza del prodotto. Parlava di biodiversità, di sovranità alimentare, di contadini, di filiere, di gusto e di giustizia con una lucidità che rendeva quei temi immediatamente comprensibili e insieme giganteschi. Ha dato centralità e corpo alla figura del gastronomo. Ha insegnato che il piacere non è l’opposto dell’etica, ma può esserne una forma alta, concreta, quotidiana. Una persona che ha generato un linguaggio e un’etica. “Uno degli intellettuali più vivaci e visionari della nostra epoca. Capace di dialogare con un re, un papa, un contadino, una pastora, un pescatore o uno studente senza mai cambiare registro” scrivono i suoi sul sito di Slow Food per salutarlo.
Petrini ha saputo vedere prima di altri i grandi nodi del nostro tempo che oggi sono argomento quotidiano: la crisi climatica, la fragilità delle campagne, la perdita di biodiversità, il rischio di trasformare il cibo in spettacolo, la necessità della formazione, la lotta agli estremismi gastronomici oltre che alle fake news. Ma la sua grandezza non stava solo nell’averli intuiti: stava nell’averli tradotti in una lingua capace di mobilitare persone, cuochi, agricoltori, istituzioni, studenti, cittadini. Ha fatto insomma del cibo una forma di educazione sentimentale e politica.
Se oggi parlare di qualità significa anche parlare di giustizia, se oggi il gusto non è più separabile dall’ambiente e dal lavoro, se oggi il cibo è tornato a essere un tema centrale del dibattito pubblico, molto lo si deve a lui. Carlin Petrini ha insegnato che difendere il buono vuol dire difendere anche il bello, il giusto e il vero. L’impegno di una vita intera.



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