Il Lazio enologico, la provincia romana in particolare, era fuori da qualsiasi radar, dalle carte dei vini dei ristoranti dell’Italia, dal turismo enologico, dalle guide. Lo dimostra anche la nascita di un’associazione indipendente che raccoglie undici vignaioli del vulcano laziale (siglato VVL), un territorio enologico di lunga tradizione ma adesso anche in fase di rinnovamento. Un cambiamento che chi fa vino vuole venga recepito e apprezzato anche dal pubblico.

“L’idea di questa associazione nasce un po’ spontaneamente circa quattro anni fa” racconta Ilaria Giardini, che si fa promotrice del movimento, è sommelier ed esperta di enoturismo “il mio lavoro dopo un po’ di anni mi ha riportato nel mio territorio, quello dei Castelli. Questi luoghi erano già frammentati sotto l’aspetto vitivinicolo. A una cena di Natale ho invitato le persone che conoscevo per amicizia o per lavoro. In quella serata molti vignaioli si sono presentati, questo gruppo ha deciso di continuare a frequentarsi ed è nato uno scambio. Così come l’idea di andare oltre i confini politici, che ci hanno limitato fino a qualche tempo fa, ci hanno tenuto distanti. Noi oggi non ci basiamo su comuni e città, ma sui suoli”.

Il gruppo nel tempo è cresciuto, arrivando oggi a contare 11 aziende, circa 30 ettari complessivi di suolo vitato e 85.000 bottiglie prodotte. Con la speranza e l’invito ad accogliere altri produttori in futuro. Nel 2025 è nato anche un evento dedicato, Tralci Vulcanici, che quest’anno si ripeterà il 14 giugno 2026 nel parco del Tuscolo. Ma cosa intendiamo con “vulcano laziale”? Parliamo di un territorio parecchio esteso e con una storia antichissima, ignorata persino da molti romani. “I vignaioli di questo territorio si identificano con questo vulcano” spiega Matteo Giansanti, laureato in Beni Culturali e altro fondatore del movimento insieme a Giardini “secondo due aspetti importanti: uno è quello geologico, l’altro è socio-culturale, perché l’eredità del vulcano è la stessa che ha permesso lo sviluppo dell’attività umana e quindi dell’agricoltura”. E questo sin dall’età del bronzo.
A lungo il vulcano attivo più grande d’Europa

Il perimetro del vulcano laziale, spiega Giansanti, nasce circa 600.000 anni fa. Fa parte della spina dorsale che parte dalla provincia di Padova e arriva fino alla Sicilia, con l’attività vulcanica che si intensifica andando verso il sud dello Stivale. Il vulcano laziale non viene considerato spento ma quiescente, “ma la camera magmatica si sta riempiendo, il vulcano si sta riattivando piano piano, ce lo dice la scienza. L’ultima attività eruttiva è di circa 20.000 anni fa, le attività collaterali risalgono a 5.000 anni fa, quindi molto recenti. Ed è stato il vulcano attivo più grande d’Europa, con una circonferenza nella sua prima fase di 60 kilometri, qualcosa di veramente imponente”. La particolare identità di questa terra “si deve riconoscere anche nel bicchiere” spiega Giansanti “una terra fertile, ricca di minerali, molto drenante, che permette di conservare l’acqua nel sottosuolo e poi di rilasciarla”.

Se l’Etna è diventato un punto di riferimento per il vino, anche questo luogo può reclamare una sua unicità e una sua riconoscibilità, come auspicano gli stessi vignaioli. “La cosa che ci ha accomunato è stata la volontà di esprimerci attraverso i nostri prodotti” spiega Carlo Giudicepietro della Cantina Terracanta, uno dei produttori dell’associazione “a partire da un suolo ricco di minerali, sali e ceneri e dall’identificazione di un certo tipo di vino. Che è stato fondamentale per riconoscerci e metterci insieme. La viticoltura che pratichiamo non è un fatto accidentale. Applichiamo tecniche biologiche e biodinamiche per far sì che il suolo mantenga la sua vitalità. La fermentazione deve avvenire in maniera spontanea”. Il superamento di logiche territoriali e spesso anche oppositive viene realizzato da un approccio di comunità, ciascuno nella propria diversità.

Tutto per dare valore e dignità ha un suolo storicamente molto ricco e dotato e a quello che oggi ne viene realizzato, sicuramente con un pensiero più evoluto e strategico rispetto all’ambiente, alla vigna e al vino. Anche più identitario: per anni queste sono state zone di conferitori, vini alla buona e bottiglie senza nome. Figlio di questo pensiero è infine l’approdo nella cantina di Trapizzino a Roma di una sezione dedicata esclusivamente agli assaggi dei vini del vulcano laziale, promossa con entusiasmo da Paul Pansera, socio di una delle cantine coinvolte, il Sambuco a Lanuvio. I produttori del collettivo sono localizzati su diversi versanti. Ecco l’elenco completo: Mattei Wines, Simone Pulcini, La Torretta, Liane, Marco Colicchio, I Chicchi, Terracanta, Il Sambuco, Farina, Colleformica, Emiliano Fini.