Si chiama Vigneto Italia il progetto partito ufficialmente nel 2018 a Trastevere dentro una delle aree più attente alla biodiversità delle piante della città. L’Orto Botanico di Roma. Soprattutto a causa della crisi climatica ci siamo sempre più abituati a sentir parlare di agricoltura estrema ed eroica, in particolare di vigne che arrivano lì dove non lo credevamo possibile. Così grazie a un lavoro su vecchi e nuovi impianti, è nata una vigna anche dentro l’orto botanico di Roma, una delle migliori rappresentanti dell’agricoltura urbana della città (non l’unica tuttavia), e anche di una delle più azzardate e impossibili di tutto il paese (forse anche del mondo). Non a caso si chiama Vigneto Italia.

Tutto comincia quando viene coinvolto Luca Maroni con sua sorella Francesca per lavorare su un pezzo di terreno…
Complessivamente circa 520 metri quadrati, che si trova su un clivo nella parte nord-ovest dell’orto, a ridosso delle Mura Aureliane e del Monte Gianicolo (lo riconoscete, il cannone spara puntuale alle 12!). In questa zona insisteva il vecchio palazzo Riario-Corsini, un tempo casa della regina Cristina di Svezia. “Quando venni a visitare l’orto per la prima volta nel 2016 già allora l’idea di poter vedere Roma con una vigna sembrava difficile da realizzare. Poi questa è una vigna unica e preziosissima. Perché quei 500 metri quadrati sono i più umidi di tutto l’orto, in più antivinicoli che esistano. In più ci siamo trovati di fronte a una sorta di deposito, un terreno abbandonato all’oblio dei secoli” spiega Maroni.
Il fatto che la composizione del terreno e il clima non fossero particolarmente inclini alla viticoltura non ha scoraggiato i vari partener dall’ambire a un progetto ancora più ardito della semplice architettura enologica: quello di rendere questa vigna una sorta di campo di studio e di ricerca, un luogo che da solo sintetizza 170 vitigni autoctoni e internazionali (per ogni vitigno due piante), qualcosa che si presenta come un caso studio in tutto il mondo. Nel primo novero abbiamo 150 vitigni da tutta Italia, dalle Alpi alle isole, nel secondo caso i restanti 20 sono dal panorama della vinificazione mondiale. Questo significa che vigneti che provengono da microclimi diversissimi si sono adattati a convivere tra di loro in un unico ambiente. E che vengono vinificati tutti insieme creando solo una doppia fila tra quelli a bacca bianca e bacca rossa.

Per quanto riguarda la squadra, abbiamo sia Luca che Francesca Maroni, esperti di vino e organizzatori di eventi nel mondo enologico, poi l’Università La Sapienza di Roma e all’Università della Tuscia e in collaborazione con i Vivai Cooperativi Rauscedo, ovviamente l’Orto Botanico di Roma, l’Azienda Agricola Federici con sede a Zagarolo che si occupa del trattamento delle uve e della vinificazione, Sergio Carpentieri, responsabile della collezione delle viti e nel gruppo di volontari che ogni giorno si presta a curare questo bel patrimonio verde della Capitale. L’anno scorso questo vigneto è rientrato nella Urban Vineyards Association, un gruppo che raccoglie a livello internazionali i più interessanti esemplari di vitigni urbani che ha esemplari tra Barcellona, Los Angeles, Buenos Aires, ma anche Torino, Venezia e Palermo.
“Il fenomeno della viticoltura urbana è sicuramente crescente” spiega Rita Biasi, Dottore di Ricerca in Colture Arboree dell’Università La Sapienza di Roma “ma è una pianta estremamente plastica, che si adatta ad ambienti diversissimi, dalle aree costiere ai 1300 metri di altitudine, anche qualcosa in più visti i cambiamenti climatici. Un conto però è utilizzare le viti in città per abbellire i nostri spazi aperti, un conto è produrre il vino con queste vigne. Bisogna prima di tutto conoscere l’ambiente urbano, che non piace tanto alle piante, perché ci sono moltissimi fattori di stress”. Da qui si effettuano periodicamente degli studi sulle piante per comprendere lo stato di salute delle viti e trarne dati utili anche per interpretarne l’ecosistema, “del resto la vite è uno dei maggiori indicatori in questo senso” spiega Biasi. I vigneti per esempio possono restituire, tramite lo studio delle foglie delle piante, moltissime informazioni anche circa la composizione de particolato atmosferico. Le vigne sono state impiantate nel 2018, nel 2022 è arrivato il primo vino con il nome di Somma Sapienza, fatto sia in rosso che in bianco (circa 200 kg di uve l’anno, 300 bottiglie da mezzo litro). Il rosso raggruppa 76 varietà di vino mentre il bianco è un blend di 79 uve diverse. L’impianto ha seguito gli schemi della vite ad alberello, mentre le strategie agricole messe in campo seguono i principi dell’agricoltura biologica e biodinamica. Attualmente il vino non viene commercializzato (si tratta sempre di una microproduzione) ma può essere degustato in particolari occasioni, come la vendemmiata annuale che si svolge a settembre per celebrare la raccolta delle nuove uve.