Da tempo la vie en rose pugliese attenta ad esplorare nuovi mercati ha messo a punto una strategia per arrivare al consumo dei vini rosati durante tutto l’anno, come a New York, spiegavano in tempo non sospetti rappresentanti delle produzioni dei vini rosè. Vini cioè destagionalizzati. Non legati quindi ad alcuni cibi e ad alcune stagioni. Ora con la nuova tipologia che il Consorzio di tutela vini pugliese ha chiesto al ministero di introdurre, il Primitivo di Manduria Rosato, si attua una mezza rivoluzione per uno dei vini rossi italiani più esportati, soprattutto nella fascia medio-bassa di prezzo. L’idea è forte e riporta una denominazione ben radicata nel mercato enoico che prova a presidiare anche il segmento rosato. Intercettando consumi più dinamici, più trasversali, più semplici da collocare in Italia e all’estero. Dal punto di vista del mercato, però, la questione è più complessa. I rosè sono sempre più favoriti nel consumo dalle fasce giovanili e piacciono soprattutto alle donne. Ma la loro diffusione, partita in sordina, negli anni si è andata diffondendo in una fase in cui il vino non vive una stagione di espansione facile. I consumi internazionali rallentano, le denominazioni ragionano sempre più in termini di posizionamento e difesa del valore. E i territori cercano strumenti per alleggerire la dipendenza da tipologie che faticano di più.
In questo scenario, il rosato appare come una porta d’ingresso interessante. D’altro canto abbiamo già sul mercato il Rosato di Negramaro.
Il rosato di Primitivo, del resto, non è un’invenzione che nasce oggi. Esiste già, è presente sul mercato da anni come vitigno vinificato “in rosa” e catalogato non come Doc ma come Igp. Ed è stato costruito proprio in Puglia da aziende che hanno saputo trovare linguaggi, stili e collocazioni commerciali efficaci. Per questo parlare di “nuova frontiera” rischia di essere una semplificazione comoda, ma poco precisa. Il nuovo disciplinare Doc dovrebbe avere però indicazioni più restrittive.
La vera novità, di fatto, non è il vino. È il nome che lo accompagnerà in etichetta. E un nome come Primitivo di Manduria Rosato pesa molto più di una generica appartenenza territoriale o varietale. Pesa sugli scaffali, pesa nelle carte dei vini. Pesa nell’export. Pesa nella comunicazione. Una Doc con questa forza identitaria non entra in un segmento in punta di piedi: ci entra con la capacità concreta di ridefinire gli equilibri. L’obiettivo del Consorzio è quello di allargare l’offerta e rendere la denominazione meno rigida, meno dipendente da un solo modello di consumo. Meno esposta alle oscillazioni dei rossi strutturati. In teoria, il rosato può servire a intercettare un pubblico diverso, più giovane o semplicemente meno interessato a vini potenti, generalmente alcolici e di forte concentrazione. Inoltre, servirebbe a non trasferire l’interesse dei consumatori su altre categorie di vitigni, come appunto il Negroamaro, il Sussumaniello. Paradossalmente questa scelta oltre a ridefinire il mercato all’interno dei rose’ potrebbe servire ad rafforzare il sistema Primitivo di Manduria che così starebbe sul mercato con ogni tipologia di vini, bianco, rosso e rose’. Tuttavia, il Primitivo di Manduria ha costruito la propria reputazione come rosso intenso, corposo, maturo. Portarlo sul rosato può essere una scelta che allarga gli orizzonti commerciali ma impone anche una definizione, una disciplina del rosato che deve essere messa a punto attentamente per non rivelarsi come strumento di concorrenza all’interno della produzione di Primitivo di Manduria, con l’effetto in questo caso, di determinare una malsana concorrenza interna alla Doc.