PHOTO/ MAN RAY M FOR DICTIONARY IL PIU’ SURREALISTA DEI MAESTRI DI FOTOGRAFIA IN MOSTRA A MILANO

Man Ray: M for Dictionary

 

È il Man Ray (Filadelfia, 1890 – Parigi, 1976) meno conosciuto quello che, a cinquant’anni dalla scomparsa, è al centro dell’ampia retrospettiva che si snoda significativamente negli spazi di Giò Marconi a Milano, realtà scaturita, insieme alla Fondazione Marconi – con cui è stata organizzata la mostra – dalla storica galleria Studio Marconi che fu la prima, nel 1969, a dedicare una personale al noto artista, sottolineando come lo stesso non fu solo un eccellente fotografo ma un precursore dell’arte concettuale e multimediale. La mostra a cura di  Yuval Etgar e Deborah D’Ippolito, che, ponendo l’accento sul linguaggio come principio guida della pratica artistica di Ray, rivela come lo stesso gli permise di esplorare diversi medium mantenendo sempre la massima coerenza espressiva. Pittore, disegnatore, ideatore originale di oggetti e multipli, Ray fu effettivamente un pioniere dell’arte multimediale, guidato da un interesse per le parole e il loro carattere trasformativo che gli consentì di reinventare la realtà a partire dalla sua stessa identità.

 

 

Sebbene Man Ray fosse un fotografo estremamente talentuoso, in grado di vivere grazie a questa abilità, la stessa è sempre stata solo un aspetto della sua pratica ben più ampia. Osservando la sua parabola artistica attraverso una prospettiva più estesa, analizzando i nomi attribuiti alle sue opere e il modo in cui le raccontava – prerequisito essenziale per entrare nel suo universo – emerge come Ray, che trovava grande gioia nel dipingere e nell’assemblare i suoi cosiddetti oggetti, desiderasse ardentemente essere riconosciuto come pittore e artista.

 

Man Ray: M for Dictionary

 

 

Man Ray, Main Ray, 1935-1971, Bronzo dipinto e palla da biliardo in avorio su una base di plexiglass, Painted bronze, ivory billiard ball on plexiglass base, 23.5 x 14.6 x 14.6 cm Edition of 10, Galleria Schwarz, Milan 1971, © Man Ray 2015 Trust, by SIAE 2026

Man RayM for Dictionary

 

 

Fondazione Marconi e Gió Marconi sono liete di annunciare Man Ray: M for Dictionary, un’ampia retrospettiva dedicata a Man Ray, che pone il pensiero linguistico dell’artista come principio guida e ne esplora i diversi mezzi espressivi.

La mostra, presentata in occasione del cinquantesimo anniversario della scomparsa dell’artista, è realizzata in collaborazione con il curatore e storico dell’arte Yuval Etgar e Deborah D’Ippolito.

 

 

 

 

Fotografo tra i più celebrati dell’epoca moderna, ideatore originale di oggetti e multipli, pittore e disegnatore, Man Ray è stato un artista multimediale nel senso più ampio del termine. Attratto dal passaggio dall’artigianato manuale alla riproduzione meccanica, cercava di fondere dimensione formale e concettuale. Ma forse, più di ogni altra cosa, il mezzo espressivo che ha attraversato e caratterizzato l’intera sua produzione artistica è stato il linguaggio.

All’anagrafe Emmanuel Radnitzky, nato nel 1890, Man Ray era figlio di immigrati russi che si stabilirono inizialmente a Filadelfia per poi trasferirsi a Brooklyn. Nel 1912 la famiglia abbreviò il proprio cognome in Ray con l’intento di celarne le origini ebraiche. Ancora giovane, Emmanuel fece lo stesso, trasformando il proprio nome in Man Ray: un gioco di parole dal carattere trasformativo che gli consentì di reinventare la propria identità senza cancellarla del tutto. Questo episodio, al tempo stesso fonte di ispirazione e di tensione, divenne emblematico del suo modo di intendere l’arte e rappresentò con ogni probabilità il primo di una lunga serie di slittamenti e giochi linguistici.

 

 

Come un dizionario, la mostra Man Ray: M for Dictionary sviluppa la fascinazione dell’artista per le relazioni inesplorate tra parole, oggetti e immagini.

Prima retrospettiva dell’opera di Man Ray che fa del linguaggio la principale chiave di lettura, Man Ray: M for Dictionary rievoca l’esposizione dell’artista presso lo Studio Marconi nel 1969 (Je n’ai jamais peint un tableau récent) e la realizzazione del suo celebre ciclo di disegni Alphabet for Adults. Raccolta di giochi visivi e linguistici, ogni disegno dell’alfabeto presenta una lettera accompagnata dall’immagine di una parola che inizia con quella stessa lettera – ‘D’ per delight, devise o do, e ‘R’ per real o regret.

Vero e proprio scrittore visivo, Man Ray dà forma, nei suoi disegni così come nelle fotografie, negli oggetti e nei dipinti, a un autentico esperimento linguistico: ironico e critico, ma anche intimo e profondamente provocatorio. “Creare un nuovo alfabeto a partire dai resti di una conversazione può condurre solo a nuove scoperte nel linguaggio”, scriveva, e “la concentrazione è il fine desiderato, come in un anagramma la cui densità è misura del suo destino”.

 

 

 

M for Dictionary è organizzata in cinque sezioni principali, intitolate ‘The Alphabet’, ‘Light Writing’, ‘Body Language’, ‘Objectives’ e ‘Mathematical Objects’.

Un secondo allestimento, dal titolo In Other Words, presenta opere di artisti contemporanei della galleria – Alex Da Corte, Simon Fujiwara, Wade Guyton, Allison Katz e Tai Shani – la cui attenzione al linguaggio come condizione della creazione visiva e materiale si collega direttamente all’eredità di Man Ray.

La prima galleria, sottotitolata The Alphabet, rappresenta l’amore di Man Ray per i giochi di parole visivi espresso attraverso un portfolio di disegni in cui associa lettere a immagini di parole corrispondenti. Un corpus grafico semplice ma efficace che raramente viene esposto nel suo insieme originale. La seconda, Light Writing, si concentra sul fascino di Man Ray per la fotografia sperimentale, che lo portò a sviluppare i suoi cosiddetti Rayographs – procedimento, privo di fotocamera, in cui l’artista disponeva oggetti direttamente su carta fotosensibile esponendoli alla luce. Anche qui il linguaggio è fondamentale e spicca come la fotografia fosse per Man Ray una forma di scrittura, con frasi costruite a partire da oggetti semplici combinati in modi inattesi e riprese anche nei giochi letterari dei titoli e nel termine tecnico stesso ideato per definire il processo fotografico.

 

La terza, Body Language, ruota intorno alla fascinazione dell’artista per il ritratto, declinato anche in forma di sineddoche per esprimere la complessità semantica del corpo focalizzandosi sulle singole parti tra allusioni sessuali e provocatorie avances ai suoi amori. La quarta sezione costituisce una delle più grandi esposizioni di oggetti di Man Ray mai presentate in una mostra. Sottotitolata Objectives, richiama il modo in cui questi oggetti scultorei funzionano come nuove parole, ricche di molteplici significati ludici. Esposti insieme, costituiscono quasi un idioma a sé. Infine, la quinta galleria (al primo piano) invita i visitatori a scoprire il fascino di Man Ray per gli “oggetti matematici”, intesi come manifestazione visiva e anche scultorea di un linguaggio che egli non poteva comprendere se non come ispirazione estetica.

Alphabet for Adults rappresenta a pieno l’atto stesso dello scrivere nella pratica di Man Ray; si tratta quindi di un ciclo concettualmente essenziale per la mostra. Inoltre, quando nel 1969 Man Ray tenne la sua personale allo Studio Marconi, il gallerista stesso lo aiutò a trasformare l’intero corpus di disegni in una straordinaria edizione di stampe, ancora oggi viva testimonianza della loro profonda amicizia.

Per Man Ray il gioco linguistico era qualcosa che condivideva innanzitutto con Marcel Duchamp, suo intimo amico, incontrato a New York nel 1915. In un certo senso, i due costituivano un ramo separato del Dada, molto diverso dall’Avanguardia Europea dell’epoca, profondamente impegnata a rispondere alle atrocità della Prima Guerra Mondiale. Anche dopo il trasferimento a Parigi (nel 1921), quando il suo umorismo e il suo uso del linguaggio confluirono pienamente nel Dada e poi nel Surrealismo, continuò a mantenere una certa distanza dalla lingua francese in quanto americano, divertendosi con giochi di parole che mescolavano inglese e francese.

Il tema dell’identità – a partire dal cambio di nome da Emmanuel Radnitzky a Man Ray – appare già come un gesto linguistico: come e quanto questo episodio ha influenzato la struttura della mostra?
Il modo in cui il linguaggio costituisce il sé affascinò Man Ray per tutta la sua carriera. È forse ciò che rende il suo lavoro, e questa mostra, così attuali oggi. Sebbene il suo universo artistico fosse vastissimo, Man Ray sembra aver trascorso gran parte del tempo cercando di definire un senso di sé: un punto di vista, una firma, una reputazione. E per molte delle sue opere, è proprio la storia della loro creazione a risultare la parte più affascinante (anche se non sempre affidabile).

 


Apertura: 11/04/2026 (Opening 10.04)

Conclusione: 24/07/2026

Organizzazione: Fondazione Marconi; Gió Marconi

Curatore: Yuval Etgar; Deborah D’Ippolito

Indirizzo: Via Tadino 15 – 20124 Milano (MI)

Inaugurazione: venerdì 10 aprile 2026, ore 18-21

Sito web per approfondire: https://www.giomarconi.com

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