ART/ ADDIO GIANCARLO POLITI PIONIERE DELL’ARTE DIFFUSA IN EDICOLA CON FLASH ART PER LA PRIMA VOLTA NEL 1967

CONFESSO CHE NON SAPEVO CHE GIANCARLO POLITI ERA IL LEGGENDARIO EDITORE DI FLASH ART UNA IGNORANZA CHE NON HA SCUSE LO SO MA NON SEMPRE SI PUO’ STARE DIETRO A TUTTO PERO’ UNA COSA VOGLIO DIRLA SONO CRESCIUTA LEGGENDO FLASH ART DI CUI ASPETTAVO L’USCITA IN EDICOLA CON TREPIDAZIONE UN PONTE CON GLI ARTISTI DI TUTTO IL MONDO UNA CARTINA DI TUTTO CIO’ CHE BOLLIVA IN PENTOLA DA PARIGI A NEW YORK A BERLINO TRA QUELLE PAGINE HO INIZIATO AD APPREZZARE L’ARTE IN TUTTE LE SUE DECLINAZIONI QUINDI DEVO MOLTO A POLITI STRAORDINARIO INTELLETTUALE CHE SENTO IL BISOGNO DI RINGRAZIARE ORA CHE NON C’E’ PIU’ RICORDARDO QUANTO POSSA ESSERE IMPORTANTE PER I GIOVANI APPROCCIARSI ALL’ARTE ANCHE ATTRAVERSO LE RIVISTE RICORDO LA PRIMA VOLTA CHE ACQUISTAI FLASH ART E L’EDIOCOLA DI CORSO D’ITALIA A ROMA DOVE ERA IN EVIDENZA SU UN LATO LA COPERTINA DEL NUMERO APPENA USCITO BELLISSIMA E COLORATA CHE ESPRIMEVA GIA’ DA SOLA TUTTO L’AMORE PER L’ARTE CHE POLITI CON IL SUO LAVORO RIUSCIVA A DIFFONDERE PER QUESTO GRAZIE GRAZIE GRAZIE…

Politi, classe ’37, ha vissuto da protagonista la storia dell’arte tra Novecento e Duemila fondando la prima rivista d’arte contemporanea in Italia nel 1967

 

 

Umbro nato a Trevi nel 1937, Politi ha lavorato come pittore, poeta e critico letterario per il settimanale La Fiera Letteraria, per poi – non giovanissimo: aveva già trent’anni – avviare il suo capolavoro editoriale, Flash Art (inizialmente chiamata Flash). Aperta a Roma con redazione in Via Fontana Liri 27 e poi ben presto trasferita a Milano. Prima rivista d’arte contemporanea italiana, Flash Art è stata una delle prime realtà editoriali mondiali dedicate all’arte contemporanea, con edizioni inglese, italiana e ceco-slovacca, a cui si sono aggiunte quelle francese, polacca, cinese, spagnola, tedesca e russa. Con la pubblicazione Politi voleva avviare un discorso esclusivo sul presente dell’arte e sulle sue personalità: lo spazio, sia la redazione fisica sia sulla pagina, diventa palestra di idee e luogo di aggregazione di giovani artisti come Kounellis, Pascali, Schifano e Festa.

 

 

 

 

 

Con il fondamentale contributo della compagnia ed editrice Helena Kontova, Flash Art ha nutrito esviluppato alcuni dei movimenti artistici più importanti del secondo Novecento, come l’Arte Povera e la Transavanguardia, ed è stata un grande talent scout di artisti, critici e curatori poi diventati celebri come Maurizio Cattelan, Jeff Koons, Marina Abramovich, Germano Celant, Francesco Bonami, Andrea Bellini e Massimiliano Gioni. Nel 1978 creò con Kontova Flash Art International che subito diventò la rivista-culto dell’arte contemporanea: essere il responsabile della redazione newyorkese di FlashArt significava avere un ruolo enormemente influente negli Anni ’90 e nei primi Duemila. Le successive Flash Art Cina e Flash Art Russia (durate poco) ebbero una fortissima influenza nei due Paesi. Flash Art, pur avendo modificato le sue produzioni editoriali e la sua periodicità, è rimasta in famiglia con la guida di Gea Politi e Cristiano Seganfreddo.

 

 

 

 

A Milano poi fondò la propria casa editrice a tutto tondo, la Giancarlo Politi Editore. Pubblicò libri d’arte, cataloghi di mostre e dal 1975 inventò ArtDiary, un catalogo di studi d’artista, gallerie d’arte, critici d’arte e istituzioni artistiche diventata una sorta di imprescindibile guida internazionale del sistema dell’arte (Andy Warhol la chiamò “The Bible of the Art World”), delle autentiche pagine gialle di settore con indirizzi e numeri di telefono di tutti. Con le celebri “Lettere al direttore” di Flash Art Italia e successivamente gli Amarcord via email, Politi è stato una voce fondamentale e a non di rado ruvida e controversa del dibattito artistico internazionale.

 

 

 

Oltre all’editoria musei ed eventi culturali. Nel 1993 nasce su spinta di Politi il Trevi Flash Art Museum, che da lì alla chiusura ospita importanti rassegne come Medialismo, Prima Linea, Audience 0,01, Cose dell’altro mondo, Ai confini della terra, Generator e le mostre personali di Andreas Serrano, Mark Kostabi, Vettor Pisani e Salvo (nel 2003). Intanto, nel 2001, dà vita ad una serie di biennali che riesce ad organizzare praticamente senza budget, prima a Tirana e poi a Praga. 

 

 

Come pochi Giancarlo era capace di intercettare le tendenze: Arte Povera, Transavanguardia, Neo-Geo…, ma non era partigiano. Ripeteva sempre che Flash Art, nata nel 1967 e diventata internazionale con la complicità e con-direzione della cara moglie Helena Kontova, non era una rivista faziosa, ma di informazione critica. La sua ambizione era quella di voler fare il Time Magazine dell’arte. In questo è stato anche il primo editore di una rivista d’arte, perché prima di lui le riviste d’arte erano per lo più delle house organ.

Infatti pubblicava anche ciò che non condivideva, facendo sempre l’esempio del Time magazine che pubblica articoli su politici opposti alla linea politica del giornale stesso. Questo gli ha attirato anche grandi incomprensioni, che lo facevano spesso apparire per quello che non era. Lui era un vero editore disposto ad accogliere le novità anche quando non gli piacevano, ma da uomo libero non rinunciava mai a dire la sua. Riusciva a far ciò dando molta fiducia ai giovani, quasi sempre sconosciuti, cosa rara in Italia, e lo faceva, perché diceva che da un certo momento in poi per lui era difficile capire i cambiamenti e quindi aveva bisogno delle loro informazioni che gli indicassero le novità dell’arte. Per questo, in pieno successo, lui e Helena hanno capito che era arrivato il tempo di passare la palla a Gea e Cristiano.

Un’ammissione di umiltà che solo i grandi sono capaci di fare.

 

 

 

 

 

Su Flash Art sono passati praticamente tutti. Dall’Arte Povera alla Transavanguardia, da Maurizio Cattelan a Vanessa Beecroft, da Francesco Vezzoli a intere generazioni di artisti internazionali quando ancora non erano “canonici”. La rivista non inseguiva il successo: spesso lo anticipava. E le copertine erano mitiche. Non illustrate, ma dichiarazioni. Una delle più divertenti – e discusse – fu quella con l’immagine di Silvio Berlusconi con la pelle scura e il titolo in inglese We Have a Dream, evidente cortocircuito con lo slogan di Barack Obama. Ci siamo divertiti molto a farla. Sapevamo che avrebbe provocato reazioni. E infatti arrivarono.  

Per Giancarlo una copertina che non creava attrito era semplicemente una copertina inutile. Con lui si imparava discutendo. E litigando. Le discussioni con Getulio Alviani erano epiche. Ore di confronto serrato, a volte durissimo, sempre lucidissimo. E poi i confronti con i collezionisti, artisti, mercanti, altrettanto intensi. Giancarlo non arretrava facilmente. Poteva essere provocatorio, ma non era mai superficiale. Dietro ogni posizione c’era un’idea precisa. La dimensione internazionale non era una posa. Con Helena Kontova ha costruito qualcosa di reale. La nascita e il consolidamento di Flash Art International hanno trasformato la rivista in un ponte concreto tra l’Italia e il sistema globale dell’arte. Poi la sfida della Biennale di Praga, figlia ideale di quella di Tirana: un progetto ambizioso, non privo di problemi, affrontati sempre a testa alta e con una buona dose di ironia. Era severo. Molto. Con lui ho litigato tante volte, fino allo stremo. Ma il conflitto non rompeva il rapporto: lo teneva vivo. Se valeva la pena discutere, valeva la pena restare.

 

 

 

Era curioso. Davvero curioso. Delle persone prima ancora che delle opere. Se aveva tempo – e voglia – poteva passare ore ad ascoltare, a farsi raccontare cosa stava succedendo, chi si muoveva, quali equilibri cambiavano. L’arte per lui era un organismo vivo. In redazione si imparava che una rivista non è un contenitore neutro. È una posizione. Una copertina è una scelta. Un’esclusione è una dichiarazione. Lui decideva. Senza comitati, senza mediazioni infinite. E si assumeva la responsabilità. Molti dei redattori passati da Flash Art sono oggi tra i più importanti critici, curatori, direttori di musei. Non è un caso. Quella redazione era una palestra formativa. Ti obbligava a prendere posizione. Scrivere questo ricordo per Artribune significa riconoscere che molto del mio modo di lavorare nasce da quell’esperienza: decisioni nette, responsabilità diretta, nessuna paura del conflitto. Da Giancarlo ho imparato che il coraggio è una pratica quotidiana. E che non si molla. Non credo avrebbe apprezzato un tono nostalgico. Forse avrebbe preferito una buona discussione. Allora lo ricordo così: curioso, severo, ironico. E sempre, ostinatamente, libero.

 

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