Sotto il teatro romano di Sibari scoperti due templi arcaici e una domus con i resti di un grosso pesce decapitato
Gli ultimi ritrovamenti in Calabria nel cosiddetto Parco del Cavallo gettano nuova luce sulla storia della Sibaritide e dell’intera Magna Grecia.
Teatro romano di Sibari
L’ultima campagna scavo a Sibari nel cuore della Calabria magnogreca, conclusasi appena quindici giorni fa, ha rivelato una sequenza stratigrafica complessa ed inattesa nell’area dell’emiciclo-teatro dell’antica Copia Thurii. Perché quando parliamo di Sibari lo sguardo va a tutta la vasta area archeologica di Sybaris-Thurii-Copiae, città sovrapposte i cui confini, però, si incrociano e confondono lasciando visibili le tracce della loro reciproca influenza. Le nuove indagini sono state condotte in profondità nel cosiddetto Parco del Cavallo, per meglio dire l’area centrale aperta al pubblico che deve il suo nome alla scoperta delle zampe e della coda di un cavallo in bronzo. I moderni mezzi della ricerca sul campo hanno consentito di ripercorrere oltre cinque secoli di storia: dalle tracce di un esteso complesso architettonico attribuibile alla fase arcaica di Sybaris, fino al teatro di età romana, passando per la fase urbana di Thurii.
Le scoperte offrono altresì un contributo aggiornato al dibattito sulla localizzazione e sull’evoluzione delle antiche città della Magna Grecia, diventando una risposta, fondata su una rigorosa metodologia archeologica, alla domanda “Scusi, da che parte per Sibari e Thurii?” che ha colorito le recenti cronache locali. Ma archeologia non significa solo scavo. Quello nel Parco archeologico di Sibari è affiancato ad un capillare lavoro di sistemazione dei depositi archeologici, nei quali si sta procedendo, grazie ai fondi PNRR, alla digitalizzazione sistematica di quasi ventiduemila cassette di reperti accumulatesi nel corso di oltre cinquant’anni di scavi. Materiali in larga parte mai pubblicati, a volte mai nemmeno lavati e puliti, e completamente ignoti non solo al pubblico, ma anche alla comunità scientifica.
Al momento sono al lavoro, tra depositi e scavi, undici archeologi, coordinati dal professore Michele Silani e dalla professoressa Giuseppina Renda dell’Università della Campania Luigi Vanvitelli e diretti dal professore Carlo Rescigno, della Scuola Superiore Meridionale, e dal direttore dei Parchi archeologici di Sibari e Crotone, Filippo Demma. Le collaborazioni includono anche la Fondazione Scuola del Patrimonio, la Scuola IMT di Lucca, le università europee di Bochum e Berna, l’Accademia Danese a Roma, l’università americana di Princeton e quella canadese Mount Alison University.
Saranno resi noti domani i risultati preliminari di quest’ultima missione archeologica in terra calabra, presentati dagli archeologi Raffaele Palma e Marco Pallonetti, responsabili delle attività di scavo e documentazione. A Fanpage.it è lo stesso Demma a parlarne in esclusiva.
Direttore Demma, domani verranno presentati i risultati dell’ultima campagna scavo appena conclusa nell’emiciclo-teatro di Parco del Cavallo a Sibari, ci vuole anticipare quali sono le novità?
Il saggio, chiuso due settimane fa, ha rivelato una stratigrafia sorprendente. Nella parte inferiore delle fondazioni del muro esterno del teatro sono apparsi numerosi blocchi interi e non scalpellati, che appartengono ad almeno quattro diversi fregi di ordine sia dorico che ionico, attribuiti ad almeno due edifici diversi. Il muro, in cui i grossi blocchi sono stati riutilizzati, fu realizzato in piena età romana ma tagliando il selciato di una strada precedente, ovvero di uno “stenopòs”, una stretta via laterale, realizzato in età classica e più volte ripavimentato fino alla fine del III secolo a.C., quindi chiaramente attribuibile alla fase della colonia panellenica di Thurii, successiva alla “polis” di Sibari. Sono almeno due edifici monumentali, forse due templi, uno dorico e l’altro ionico, che in epoca arcaica si trovavano nell’area più tardi occupata dal teatro: un importante complesso architettonico che ha fatto pensare all’agorà della città greca. Alcuni elementi conservano bellissime tracce di colore blu e rosso, mentre altri tre, dallo stesso complesso, rinvenuti nel secolo scorso ed oggi al museo, portano evidenti segni di bruciato, verosimilmente dovuti ad una distruzione violenta. Dopo più di cinque secoli i resti di questi edifici sono stati riutilizzati dai Romani nelle murature del teatro.
Lungo lo “stenopòs” precedente, tagliato per poter costruire il teatro, è venuto alla luce un ambiente, forse parte di una estesa “domus”, le cui tracce sono leggibili in più punti al di sotto del monumento e riferibili alla fase repubblicana dell’antica Copia. La vita di questa casa si sviluppa nel corso del II secolo a.C., fino all’abbandono, forse per un evento traumatico, alla fine del I secolo a.C. Nell’ambiente adiacente alla strada sono stati rinvenuti numerose conchiglie, frutti di mare se vogliamo, e la lisca di un grosso pesce, un tonno o una ricciola, con le vertebre ancora in connessione, ma privato di netto della testa, che non si è ritrovata.
L’inizio dell’età imperiale vede su questo sito prima la rasatura di tutte le strutture di epoca precedente e poi, per l’appunto, lo scavo per le fondazioni del teatro. Queste ultime devono aver intercettato gli edifici arcaici già parzialmente distrutti e, perciò, spogliati per essere usati come materiale da costruzione. I blocchi reimpiegati nella sezione della struttura che poi sarebbe stata interrata, vennero lasciati integri, e così li abbiamo trovati. Invece i blocchi reimpiegati nell’elevato del muro furono scalpellati e lisciati. Inoltre, i frammenti decorativi tagliati via, furono in parte riadoperati per dare vita ad un’altra inattesa e straordinaria evidenza.
Questi pezzi di decorazione, ridotti a schegge, sono stati mischiati a sabbia e terra argillosa per creare un livello di battuto che fu in pratica la pavimentazione del cantiere per la costruzione del teatro. E su questo regolarissimo piano abbiamo trovato molti reperti che ci consentono di ricostruire la vita stessa del cantiere e dei suoi operai.
Sì parla della piccola fornacella in cotto utilizzata forse per rifare il filo agli strumenti da taglio, alle buche di palo per l’alloggio delle impalcature. Non mancano alcune monete, evidentemente perse dagli operai. Ci troviamo di fronte ad un compendio di informazioni tecniche e socioeconomiche che, una volta studiate, ci aiuteranno a capire meglio il monumento, non ancora approfonditamente pubblicato, e la vita di chi lo ha costruito.

Le ricerche attuali hanno rintracciato una serie di edifici mai conosciuti finora, dando consistenza monumentale all’antica Sibari che prima era attestata quasi esclusivamente da reperti mobili. Per la prima volta abbiamo sequenze complete che ci consentono di leggere materialmente la sovrapposizione delle strutture delle tre città di Sibari, poi di Thurii e infine di Copia, datando ciascuna di esse con la certezza di uno scavo stratigrafico condotto con metodologia scientifica. L’esame degli elementi reimpiegati nel teatro ci fornirà le informazioni sugli edifici monumentali che esistevano al di sotto di esso. Capiremo di più sulla vita dei primi coloni latini che arrivarono a Copia nel II secolo a.C. e del loro rapporto con la “polis” di Thurii che li accolse e che essi trasformarono dal punto di vista urbanistico e politico.
Da tre anni a questa parte, i Parchi archeologici di Crotone e Sibari stanno beneficiando dei fondi che la Direzione Generale Musei ha previsto per la ripresa delle ricerche nei Parchi archeologici statali, mediante i quali il professor Massimo Osanna, direttore generale, ha inteso supportare la progettualità che l’Istituto autonomo del Mic diretto da Alessandro Giuli ha messo in campo fin dal mio insediamento. Dai particolari del recente scavo nel Parco del Cavallo sapremo maggiormente sull’alimentazione di chi abitò questi luoghi nell’antichità, in cui il pescato aveva probabilmente una sua importanza, sul loro modo di organizzare un cantiere e di costruire, sulle fasi del teatro e su come le sue trasformazioni nel corso dei secoli hanno influenzato il vivere di comunità. Ma vorrei sottolineare che per nuovi scavi vanno intesi anche quelli del 2023, completamente ignoti al grande pubblico e in via di pubblicazione. Nell’autunno di due anni fa abbiamo rintracciato le fondazioni di un poderoso edificio arcaico sotto la “plateia” A, ovvero una delle strade greche in senso nord-sud. Si tratta con ogni evidenza di un tempio, databile certamente alla prima metà del VI secolo a.C., forse già entro il primo quarto, di dimensioni decisamente superiori rispetto al più antico Athenaion di Poseidonia-Paestum, che costituisce il confronto migliore, e molto simile anche alle strutture sacre attestate nella fase più antica dell’agorà di Metaponto, tutti edifici di poco più tardi e che sembrano aver preso quello sibarita a modello. Era un tempio arcaico decisamente imponente per l’epoca in cui fu costruito. Lo studio dei suoi materiali architettonici permetterà di ricostruirne integralmente la facciata posteriore nel nuovo museo del Parco archeologico di Sibari.
Una decina di anni fa i lavori per l’installazione delle cosiddette trincee drenanti, diretti da Alessandro D’Alessio, finalizzati a liberare il sito dall’acqua di risalita, hanno recuperato quel che sembrava uno scarico di terrecotte architettoniche che il professore Carlo Rescigno ha studiato, ricomponendo parte del tetto di un edificio. Gli scavi del 2023 hanno ampliato la prospettiva, grazie all’ausilio di due idrovore supplementari. Sono stati condotti su una superficie molto più ampia e, in profondità, fino alla base del deposito. Si è rinvenuto così tutto il resto dello stesso deposito, scavato “all’asciutto”, mettendo stavolta in luce una stratigrafia spettacolare. Partendo dal basso, è venuta fuori la fondazione dell’edificio, in grossi blocchi di calcare. Quindi, adesso siamo sicuri che le terrecotte recuperate nel 2014 fossero un crollo e non un cumulo di materiali prelevati da qualche altra parte e scaricati lì. I materiali datanti, rinvenuti nelle fosse di fondazione, collocano la costruzione dell’edificio verosimilmente nel primo quarto del VI secolo a.C. Le dimensioni ricostruibili parlano di una struttura larga quasi 9 metri, forse il più grande dei templi arcaici finora attestati nelle colonie achee per questo livello cronologico.

Messa in serie con ciò che, archeologicamente, si sa dell’antica Sibari, questa scoperta è illuminante. E apre la strada ad altre ipotesi. Infatti, i materiali recuperati in alcuni pozzetti drenanti, realizzati nel 2014 per tentare di risolvere il problema dell’innalzamento della falda acquifera dovuto alla subsidenza, consentono di supporre la presenza di un quarto edificio sacro, sempre sotto la “plateia”, un po’ più a nord di questo. Si tratta di contesti ancora inediti, che stiamo studiando proprio in queste settimane nell’ambito di un altro progetto di ricerca finanziato con i fondi PNRR.