
Subito dopo un corso in medicina veterinaria sulla gestione genetica del gregge Valeria Gallese voleva vedere il lavoro nelle aziende agricole e una mia compagna aveva il cugino che allevava pecore, così si presenta loro e si mette subito a disposizione per aiutare con la tosatura di quella primavera. Inizia da qui il viaggio di Valeria Gallese nel mondo della lana, che la portera’ ad aprire la sua bellissima bottega piena di lane naturali che lei stessa lavora. Con lei tutto è piu’ dolce, come la tosatura. Le pecore non vengono più legate, come accadeva in passato, ma tosate sciolte: il tosatore le tiene semplicemente con leggere pressioni tra le gambe. La tosatura è un’operazione necessaria, l’animale ne ha bisogno. Quando le pecore vengono liberate dal vello — due, due chili e mezzo di lana che portano sulle spalle — saltano, come se provassero gioia: sembra che vadano leggere verso l’estate.
La lana è una delle attività più antiche della penisola italiana: per secoli è stata una colonna portante della produzione artigianale e dell’economia del Paese. Già in epoca preromana Etruschi e Italici allevavano ovini e producevano tessuti in lana per usi quotidiani e rituali. Nella Roma antica, la lana diventa centrale per l’abbigliamento – tra toghe e tuniche – e si strutturano vere e proprie filiere produttive, con fasi specializzate di allevamento, tosatura, filatura, tessitura e tintura. L’allevamento si concentrava in aree chiave come in Apulia (Puglia), nei territori dei Marsi, Peligni e Vestini (Abruzzo) e in Sardinia (Sardegna). Nei secoli successivi, queste pratiche si consolidano nelle grandi corporazioni medievali di Firenze, Siena, Prato e Milano, dove la lana viene lavorata ed esportata in tutta Europa, fino alla crisi del settore tradizionale tra il XIX e il XX Secolo con l’industrializzazione.

I pascoli montani e i lunghi tratturi – veri e propri fascioni di strade, mulattiere e sentieri che attraversano le regioni – percorsi dai pastori nella transumanza stagionale tra montagna e pianura, hanno modellato per secoli la vita delle comunità pastorali e le economie locali. La lana abruzzese grezza, veniva ceduta a centri di lavorazione esterni, mentre la pastorizia e la transumanza scandivano la vita delle aree interne.
Nel XV Secolo questo sistema viene istituzionalizzato con la Dogana della Mena delle Pecore di Foggia, che regolava e tassava il passaggio delle greggi. In questo periodo l’Abruzzo diventa uno dei maggiori produttori di lana del Regno di Napoli, confermando il ruolo centrale della pastorizia nell’organizzazione del territorio.
Oggi, grazie anche al riconoscimento UNESCO nel 2019 della transumanza come Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità, questi percorsi e le pratiche ad essi legate stanno vivendo una nuova fase di valorizzazione. A rafforzare questa attenzione, il 2026 è stato proclamato dalla FAO Anno Internazionale dei Pascoli e dei Pastori (IYRP 2026), un’occasione per ripensare la filiera laniera anche in chiave sostenibile e culturale.

In questo contesto si inserisce il lavoro di Valeria Gallese, veterinaria e fondatrice di AquiLANA, a Santo Stefano di Sessanio. Tra i pascoli del Gran Sasso, Gallese ha scelto di sottrarre la lana abruzzese al destino di prodotto di scarto trasformandola in filati naturali e sostenibili, lavorati a mano. La lana sucida – appena tosata e ancora grezza – è un materiale prezioso, eppure oggi, se non lavorata o venduta, viene considerata “rifiuto speciale”, con costi e obblighi di smaltimento per gli allevatori. La sua bottega è oggi un punto di riferimento nazionale e internazionale, dove tradizione, innovazione e cultura contemporanea si incontrano. Un impegno che le è valso il riconoscimento di Ambasciatrice del Parco nel Mondo per il Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, titolo assegnato a chi riesce a trasmettere i valori ambientali, culturali e identitari del territorio su scala globale.


Devi effettuare l'accesso per postare un commento.