LIFESTYLE/ NATALE IN MOSTRE DA WARHOL A DOISNEAU A FONTANA TRA BIELLA PORDENONE E VENEZIA

COSA C’E’ DI MEGLIO CHE APPROFITTARE DELLE VACANZE DI NATALE PER FARE UN GIRO PER MOSTRE ANCHE ANDANDO DI CITTA’ IN CITTA’ PER VEDERE LE OPERE DI GRANDI ARTISTI FOTOGRAFI O MAGARI SOFFERMARSI A GUARDARE QUELLA PIAZZA COSI’ FAMOSA CHE NON AVEVAMO ANCORA VISTO IN UNA CITTA’ PRIMA SCONOSCIUTA CHE APRE I SUOI SCRIGNI AI VIAGGIATORI IN CERCA DI ARTE DI STORIA DI BELLEZZE…

Biella – Andy Warhol

Quando la Pop Art dialoga con i tesssuti. A Biella si incontra l’arte di Andy Warhol prima di Andy Warhol. Arrivano infatti per la prima volta in Italia i tessuti e gli abiti disegnati da Andy Warhol, affiancando le sue opere più iconiche. La mostra di Biella crea, così, un dialogo inedito tra Pop Art e tradizione industriale, tra superfici stampate e superfici serigrafate. Le opere esposte testimoniano anche il legame profondo tra l’artista e l’Italia, dove dagli anni Settanta Warhol espose regolarmente, trovando ispirazione, pubblico e mecenati. Sono due le sedi espositive, dove si possono osservare oltre 200 opere tra serigrafie, foto, vinili, ceramiche, abiti e tessuti, in una narrazione che riconnette Warhol al suo primo mestiere: quello di designer.La mostra a Biella fino al 6 aprile.

 

Prima delle Campbell’s Soup, prima delle Marilyn e delle Silver Factory: Andy Warhol è stato un giovane designer che, negli anni Cinquanta, disegnava tessuti e abiti per la moda americana. Un aspetto ancora poco noto del suo percorso creativo che, per la prima volta in Italia, viene esplorato con ampiezza nella mostra “Andy Warhol. Pop Art & Textiles”, inaugurata a Biella e visitabile fino al 6 aprile 2026 tra Palazzo Gromo Losa e Palazzo Ferrero. Un doppio viaggio, dunque, nel cuore dell’opera e dell’immaginario di uno degli artisti più influenti del XX secolo, promosso da Fondazione Cassa di Risparmio di Biella attraverso la società strumentale Palazzo Gromo Losa Srl, in collaborazione con Creation e con il Fashion & Textile Museum di Londra, da cui provengono i preziosi materiali tessili.

 

 

 

Un tesoro londinese inedito per l’Italia

La sezione The Textiles, allestita a Palazzo Ferrero, rappresenta il cuore pulsante e più sorprendente dell’intera rassegna: un corpus di circa 50 tessuti, abiti e disegni originali di Warhol provenienti dalle collezioni del Fashion & Textile Museum e curati da Geoff Rayner e Richard Chamberlain.

Si tratta di una selezione rarissima, che documenta il decennio in cui Warhol — allora giovane illustratore commerciale nella New York del dopoguerra — trasformava la moda e la pubblicità nel proprio laboratorio di sperimentazione visiva. Questi lavori, esposti in Italia per la prima volta, permettono di scoprire il Warhol pre-Pop, quello che ancora non aveva fondato la Factory ma che già sapeva catturare lo spirito del suo tempo attraverso le forme leggere e ironiche della grafica applicata. Negli anni Cinquanta, Warhol lavorava come illustratore per riviste come Glamour, Vogue, Harper’s Bazaar e Seventeen, e per marchi di lusso quali Tiffany’s, Bonwit Teller e Fleming-Joffe. Fu proprio per un numero di Glamour del 1949 che un refuso tipografico trasformò per sempre il suo cognome da “Warhola” a “Warhol”: l’inizio simbolico di una nuova identità.

 

 

Le origini di un linguaggio universale

I tessuti esposti a Biella rivelano l’invenzione di uno stile: la celebre blotted line, quella linea frammentata e vibrante che Warhol otteneva tamponando l’inchiostro fresco sulla carta assorbente. Nata per illustrazioni e modelli di moda, questa tecnica divenne presto la matrice della sua poetica seriale, la stessa che avrebbe definito le future Campbell’s Soup, i Flowers e le Marilyn.

 

 

Biella, luogo simbolico per il Warhol tessile

La scelta di Biella come sede di questa prima italiana non è casuale. Città Creativa UNESCO per il Tessile, Biella è un territorio in cui la materia del tessuto è cultura, impresa e identità. Portare qui il Warhol designer significa costruire un dialogo tra la storia locale e quella dell’arte globale.

 

 

 

Il Warhol della Pop Art e i tessuti in 150 opere

Se Palazzo Ferrero ospita il Warhol delle origini, Palazzo Gromo Losa accoglie il Warhol dell’immaginario collettivo: oltre 150 opere tra serigrafie, fotografie, cover di vinili, riviste e ceramiche raccontano la sua parabola artistica e umana. La sezione curata da Alberto Rossetti e Vincenzo Sanfo si apre con le copertine dei vinili — da A Program of Mexican Music (1949) fino a Sticky Fingers dei Rolling Stones (1971) e The Velvet Underground & Nico (1967) — per poi passare alla rivista Interview, alle iconiche Marilyn, ai Flowers, a Mao e alle Campbell’s Soup. Un’intera sala, intitolata Andy Warhol e l’Italia, presenta due serigrafie della serie Vesuvius (1985), provenienti dalle Gallerie d’Italia, insieme al ritratto di Joan Collins. È l’omaggio al legame profondo che l’artista ebbe con il nostro Paese, e in particolare con Napoli e con il gallerista Lucio Amelio, promotore della celebre mostra al Museo di Capodimonte. Il percorso si conclude con la ricostruzione scenografica della Factory, lo studio newyorkese in cui Warhol trasformò la vita in arte, popolato dai volti e dalle energie di Lou Reed, Mick Jagger, Truman Capote e Salvador Dalí.

 

 

Un racconto tra arte, industria e quotidianità

«Warhol è stato un artista poliedrico e l’esposizione nasce per restituirne la complessità, intrecciando linguaggi diversi e mettendo in relazione la sua opera con il territorio. È un approccio basato sulla ricerca e sulla divulgazione, per rendere l’esperienza accessibile e memorabile». In questo senso, “Andy Warhol. Pop Art & Textiles” non è solo una mostra d’arte, ma un progetto di connessione tra mondi: l’industria e la creatività, il design e la cultura materiale, l’eredità warholiana e il saper fare biellese. A Biella, dove il tessuto è ancora oggi una lingua viva, le stoffe e i disegni del giovane Warhol tornano a essere quello che erano all’origine: arte applicata alla vita, bellezza quotidiana, anticipazione di un’estetica che avrebbe rivoluzionato il mondo.

 

Biella // fino al 6 aprile 2026
Andy Warhol. Pop Art & Textiles
PALAZZO GROMO LOSA E PALAZZO FERRERO

 

 

 

 

 

Ma Biella è anche la città che ha dato i natali a Giuseppe Sella, pioniere della fotografia di montagna, fondatore del Cai, il Club Alpino Italiano, città dove ha sede inoltre la Fondazione Sella, che è lì proprio a ricordare quel che è meno risaputo, Giuseppe Sella fu un fotografo all’avanguardia, sperimentatore di tutte le innovazioni tecnologiche disponibili in quegli anni, in cui visse. È il legame tra questi due mondi, quello industriale e quello fotografico che la Fondazione incarna, a testimonianza dell’opera svolta da uno dei maggiori protagonisti della tecnologia dell’immagine. E’ la storia di un formidabile intreccio di elementi che fu determinante per l’affermazione della fotografia in Italia. Illustrare il rapporto tra i primi passi della fotografia e un contesto industriale avanzato come fu il Biellese di metà Ottocento, permette di mettere in luce non solo la ricchezza del patrimonio fotografico dell’archivio, ma anche la rilevanza storica e culturale del luogo in cui la Fondazione ha sede, il Lanificio, e i suoi protagonisti: l’acqua del torrente Cervo – che sgorga dall’omonima valle e lambisce la città di Biella – e gli illuminati imprenditori che animarono i suoi sviluppi.

A metà Ottocento, Biella era già attiva da diversi secoli nella produzione e lavorazione della lana, e così anche la famiglia Sella, originaria della Valle di Mosso, a nord-est di Biella. Per la produzione laniera grande importanza aveva – come ha tuttora – l’acqua, non solo come fonte di energia, ma anche perché dalle sue caratteristiche dipende la buona riuscita di diverse fasi produttive del tessile.

Proprio alla ricerca di salti d’acqua giunge a Biella Maurizio Sella, che nel 1835 acquistò lo stabile adibito fino ad allora a filatoio da seta. Maurizio lo trasformò in lanificio, rendendolo una delle prime fabbriche moderne in Italia. Alla sua morte, nel 1846, la gestione passò ai figli. Tra di essi vanno ricordati Giuseppe Venanzio, che guidò l’azienda, e Quintino, più volte ministro delle finanze dell’Italia dopo l’unificazione. Piu’ di recente Maurizio Sella scomparso da poco mesi è stato banchiere, alla guida dell’Abi per molti anni e della banca di famiglia, la Banca Sella, che ha sempre mostrato un’attenzione particolare all’arte, tanto da inaugurare una iniziativa di marketing promozionale per artisti nel 2008: L’Arte si mostra in filiale.

 

 

 

 

Robert Doisneau“Sul Leggere. Una stagione di mostre fotografiche”,

 

 

Nell’ambito del progetto “Sul Leggere. Una stagione di mostre fotografiche”, uno dei pilastri del dossier “Pordenone 2027, promosso dal Comune di Pordenone e prodotto da Suazes, la mostra di Robert Doisneau (1912-1994), il maestro francese che ha immortalato Parigi come nessun altro, inaugura la stagione fotografica in Galleria Bertoia venerdì 22 novembre 2025.
La famosa foto intitolata “Le Baiser de l’hôtel de ville”, quel bacio in bianco e nero, è diventata icona universale. In mostra oltre cento fotografie che raccontano la sua immensa carriera, tra strade acciottolate, caffè fumosi e quartieri popolari della Ville Lumière.
L’esposizione, realizzata in collaborazione con l’Atelier Doisneau di Parigi e Fondazione Artea, sarà curata da Gabriel e Chantal Bauret.

Robert Doisneau (Gentilly, 1912 – Montrouge, 1994) ha immortalato Parigi come nessun altro: sua è
la famosa foto intitolata Le Baiser de l’Hôtel de Ville, con quel bacio in bianco e nero che è diventato un’icona universale. Ora è in mostra a Pordenone all’interno del programma “Sul leggere. Una stagione di mostre fotografiche” promosso dal Comune di Pordenone e prodotto da Suazes in vista di Pordenone Capitale Italiana della Cultura 2027. In mostra si trovano oltre cento fotografie che raccontano la sua immensa carriera, tra strade acciottolate, caffè fumosi e quartieri popolari della Ville Lumiére.

 

 

 

 

Pordenone // fino al 6 aprile 2026
Robert Doisnau. Lo sguardo che racconta
GALLERIA HARRY BERTOIA

 

 

 

(venezia, la magia dei ponti, ph simonetta ramogida)

Venezia – Lucio Fontana

È la prima personale mai realizzata in un museo ad essere esclusivamente dedicata alle opere in ceramica di Lucio Fontana (Rosario, 1899 – Comabbio, 1968). Sebbene questo grande artista sia conosciuto soprattutto per le iconiche tele tagliate e bucate degli Anni Cinquanta e Sessanta, Mani-Fattura: le ceramiche di Lucio Fontana pone l’accento su una parte meno nota, ma essenziale della sua produzione: il lavoro con la ceramica, iniziato in Argentina negli Anni Venti e portato avanti per tutta la vita. Una settantina di opere, alcune mai esposte prima e provenienti da collezioni sia pubbliche che private: così si costruisce il percorso espositivo, che rivela tutte le sperimentazioni di Fontana. Rese possibili proprio dal materiale usato: la creta.

Si tratta della prima personale mai realizzata in ambito museale ad essere esclusivamente dedicata alle opere in ceramica di Lucio Fontana (1899–1968), tra gli artisti più innovativi, e a suo modo irriverenti, del XX secolo. Sebbene Fontana sia conosciuto soprattutto per le iconiche tele tagliate e bucate degli anni cinquanta e sessanta, Mani-Fattura: le ceramiche di Lucio Fontana, a cura della storica dell’arte Sharon Hecker, pone l’accento su una parte meno nota ma essenziale della sua produzione: il suo lavoro con la ceramica iniziato in Argentina negli anni venti e proseguito poi per tutta la vita.

Con circa 70 opere, alcune delle quali mai esposte prima, provenienti da note collezioni pubbliche e private, la mostra intende far luce sulla portata della visione scultorea di Fontana attraverso un materiale come la creta, rivelando come abbia rappresentato, nel corso degli anni, un terreno di sperimentazione ricco e produttivo. La sua pratica ceramica si sviluppa nell’arco di decenni e in contesti molto diversi: dal primo periodo in Argentina al ritorno in Italia all’epoca del Fascismo, seguito da un ulteriore lungo soggiorno in Argentina durante la guerra e da un nuovo rientro, nel dopoguerra, in Italia della ricostruzione e del boom economico.

Mani-Fattura: le ceramiche di Lucio Fontana invita il pubblico a riconsiderare Fontana non solo come pioniere dello Spazialismo e dell’arte concettuale, ma anche come artista profondamente legato alla materia, attento al potenziale tattile ed espressivo della creta. Dalla mostra emerge un lato più informale, profondo e collaborativo di Fontana, radicato nella fisicità morbida dell’argilla e plasmato da relazioni durature, come quella con il ceramista e poeta Tullio d’Albisola e la manifattura ceramica Mazzotti di Albisola.

Accompagna la mostra un cortometraggio inedito, commissionato appositamente per l’esposizione, realizzato dal regista argentino Felipe Sanguinetti. Concepito come parte integrante del percorso espositivo, il film conduce il pubblico in un viaggio cinematografico attraverso diversi luoghi della città di Milano, quali il Cimitero Monumentale, la Chiesa di San Fedele, l’Istituto Gonzaga, la Fondazione Prada, il Museo Diocesano, Villa Borsani, nonché alcuni edifici privati, per raccontare le opere in ceramica che Fontana realizza grazie alla collaborazione con importanti architetti italiani, tra cui Osvaldo Borsani, Roberto Menghi, Mario Righini, Marco Zanuso.

Le ceramiche di Lucio Fontana a Milano

Mani-Fattura: le ceramiche di Lucio Fontana è accompagnata da un catalogo illustrato, pubblicato da Marsilio Arte, che include nuovi saggi critici della curatrice Hecker e di Raffaele Bedarida, Luca Bochicchio, Elena Dellapiana, Aja Martin, Paolo Scrivano, Yasuko Tsuchikane, tutti dedicati alla pratica ceramica di Fontana e ai suoi contesti storici, sociali e culturali.

 

 

 

 

 

 

 

Completa l’esposizione un articolato programma di attività collaterali gratuite, volte ad approfondire e interpretare la pratica e il linguaggio visivo dell’artista, realizzate grazie alla Fondazione Araldi Guinetti, Vaduz.

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