LIBRI PER SOGNARE PER CONOSCERE PER COMPRENDERE LIBRI PER UN PO’ DI COMPAGNIA LIBRI PER TRAGHETTARE IL LETTORE IN MONDI CHE NON ATTRAVERSEREBBE LIBRI PER IMMERGERSI IN STORIE SENZA TEMPO LIBRI FOTOGRAFICI E LIBRI PER LA CUCINA LIBRI CHE APRONO NUOVI ORIZZONTI E TRASCINANO IN LUOGHI SCONOSCIUTI RACCONTANO COSE MAI VISTE E POSSONO FAR BENE ANCHE AL CUORE.. E POI CI SONO I LIBRI DA COMODINO COMPAGNI DISCRETI CHE CI ACCOMPAGNANO TRA LE BRACCIA DI MORFEO LIBRI DA LEGGERE LA SERA PRIMA DI SPEGNERE LE LUCI ROMANZI BREVI FUMETTI POESIE LIBRI CHE PARLANO DI MUSICA ROMANZI ROMANTICI CHE ISPIRANO I SOGNI … ED ECCO UNA SELEZIONE PER GLI AUGURI DI NATALE
Libri da non perdere, libri da regalare, libri che ci fanno pensare. Libri che ci fanno capire. Libri che amiamo tutta la vita. Libri che ci accompagnano anche solo per qualche indimenticabile ora.
Per chi ama leggere, per chi anche quando parte all’ultimo minuto prende un libro con sè per non essere mai solo, libri per chi magari non ha un camino ma un calice di vino rosso e un plaid caldo per coccolarsi un pò, libri anche per chi parte stando fermo muovendosi magari solo con l’immaginazione. Libri tra scorribande in cucina, immersioni nel mondo del cinema, viaggi fotografici e romanzi d’amore. Libri per chi ama le parole e a volte non trova quelle giuste “per dirlo”. Libri ma anche divertissment …
PAOLO RUMIZ, IL FILO INFINITO, FELTRINELLI
Dall’estremo Occidente fino al Danubio, ogni capitolo è arricchito dai disegni originali di Riccardo Vecchio, che restituiscono tutto il fascino e il mistero di questi luoghi senza tempo.
Leggo sempre i libri di Paolo Rumiz che mi avvolgono nei paesaggi che io immagino ma che lui attraversa. Luoghi del cuore quelli triestini, dove è nato per poi attraversare la Transiberiana fino ad immergersi in avventure memorabili spingendosi fino al sud, per sentire il ruggito del vulcano o in cerca di Garibaldi come ha fatto in uno dei suoi ultimi romanzi. Ora Feltrinelli ristampa il suo libro uscito nel 2029. Un viaggio memorabile per abbazie alla ricerca dei discendenti, degli emuli e dei predecessori del santo protettore d’Europa, san Benedetto da Norcia, è diventato uno dei libri più amati di Paolo Rumiz. L’autore triestino non ha smesso tuttavia di cercare le radici della fratellanza europea attraverso un pellegrinaggio sentimentale che, nel nome di Benedetto, possa rinsaldarla, e in questa nuova edizione ampliata racconta le sue scoperte più recenti. Si aggiungono così Montserrat, “l’abbazia più famosa di Spagna, la casa della Madonna nera, protettrice della Catalogna”, che proprio nel 2025 compie mille anni; la barocca Göttweig, con i suoi severi muraglioni, tra le vigne e le foreste austriache; Tyniec, amatissima da papa Wojtyla, che troneggia su una rupe a picco sulla Vistola. E poi si sconfina sulle scogliere tempestose d’Irlanda, dove i druidi lasciarono il posto ai primi eremiti cristiani, e si va ancora oltre, ai limiti d’Europa, fino a imbattersi quasi per caso, tra gli immensi faraglioni che scandiscono le coste portoghesi, nei sorprendenti resti di un forte di mistici guerrieri dell’Islam. Rumiz si interroga su che uomini erano quelli. Riuscirono a salvare l’Europa con la sola forza della fede. Con l’efficacia di una formula semplicissima, ora et labora. Lo fecero nel momento peggiore, negli anni di violenza e anarchia che seguirono la caduta dell’Impero romano, quando le invasioni erano una cosa seria, non una migrazione di diseredati. Ondate violente, spietate, pagane. Unni, Vandali, Visigoti, Longobardi, Slavi e i ferocissimi Ungari. Li cristianizzarono e li resero europei con la sola forza dell’esempio. Salvarono una cultura millenaria, rimisero in ordine un territorio devastato e in preda all’abbandono. Costruirono, con i monasteri, dei formidabili presidi di resistenza alla dissoluzione. Sono i discepoli di Benedetto da Norcia, il santo protettore d’Europa. Li ho cercati nelle loro abbazie, dall’Atlantico fino alle sponde del Danubio. Luoghi più forti delle invasioni e delle guerre. Gli uomini che le abitano vivono secondo una `regola’ più che mai valida oggi, in un momento in cui i seminatori di zizzania cercano di fare a pezzi l’utopia dei loro padri: quelle nere tonache monacali ci dicono che l’Europa è, prima di tutto, uno spazio millenario di migrazioni. Una terra `lavorata’, dove – a differenza dell’Asia o dell’Africa – è quasi impossibile distinguere fra l’opera della natura e quella dell’uomo. Un paradiso che è insensato blindare con reticolati. Da dove se non dall’Appennino, un mondo duro, abituato da millenni a risorgere dopo ogni terremoto, poteva venire questa formidabile spinta alla ricostruzione dell’Europa? Quanto è conscia l’Italia di questa sua centralità se, per la prima volta dopo secoli, lascia in macerie le terre pastorali da dove venne il segno della rinascita di un intero continente? Quanto c’è ancora di autenticamente cristiano in un Occidente travolto dal materialismo? Sapremo risollevarci senza bisogno di altre guerre e catastrofi?” All’urgenza di questi interrogativi Paolo Rumiz cerca una risposta nei fortini dove resistono i valori perduti, in un viaggio che è prima di tutto una navigazione interiore. I guardiani dell’arca costituisce, insieme al canto epico Evropa (che uscirà per Feltrinelli nel 2020 in Italia, e simultaneamente in molti altri paesi europei), un dittico dedicato all’Europa, alle sue origini, al suo futuro.
Inviato speciale del Piccolo di Trieste. In seguito divenne editorialista de la Repubblica. Molti dei suoi reportage narrano i viaggi compiuti, sia per lavoro che per diletto, attraverso l’Italia e l’Europa. Nell’estate ’98 pedala in bicicletta da Trieste a Vienna, in compagnia del figlio Michele; in seguito pubblica il reportage Dove andiamo stando?, su Diario, nell’autunno 1998. Nella primavera ’99 esplorò le regioni della costa adriatica italiana in automobile, da Gorizia al Salento, pubblicando poi il reportage Capolinea Bisanzio, su Repubblica. Da qualche anno fa un viaggio ogni estate, in agosto, raccontandolo di giorno in giorno, su Repubblica:
ERRI DE LUCA, PRIME PERSONE, FELTRINELLI
«Credo che a ognuno sia dato, per un istante almeno, d’intravedere il piano concepito in cielo e di sapersi incluso, come uno dei nodi del tappeto.»
Quella con le scritture sacre per Erri De Luca è una frequentazione fitta e di lungo corso. Autore prolifero, i suoi temi spaziano tra mille rivoli ma la lettura dei suoi testi è sempre appagante, suggestiva come il suo primo libro Non ora non qui, tradotto in molte lingue, o il suo testo Tu, mio edito da Feltrinelli. Dal contatto prolungato con le sue pagine nasce questo racconto dell’Antico Testamento per la viva voce dei personaggi che lo popolano. Sono autobiografie folgoranti. Erri De Luca parte dalle prime persone create, Adamo ed Eva – Adàm e Hauà –, per dare via via la voce, in ordine di apparizione, a una scelta moltitudine dei loro discendenti. Ciascuno parla in prima persona, cerca riparo nelle parole a quei fatti, oppure li rivendica, li chiarisce, li precisa. Voci potenti, piene di verità o di carità, di forza contro le avversità, di speranza, di peccati ormai irredimibili: se la presenza del divino è indubbia, è la loro umanità, il loro arbitrio a farli spiccare e a renderli memorabili. Erri De Luca ha studiato da autodidatta diverse lingue, tra cui il russo lo swahili, lo yiddish, e l’ebraico antico, da cui tradusse alcuni libri della Bibbia. Lo scopo di quelle che ha chiamato “traduzioni di servizio” non era quello di fornire il testo biblico in lingua facile o elegante, ma di riprodurlo nella lingua più simile e più obbediente all’originale ebraico.
La pubblicazione, come scrittore, del suo primo romanzo Non ora, non qui, una rievocazione della sua infanzia a Napoli, avvenne nel 1989, a quasi quarant’anni. Tradotto in francese, spagnolo, inglese e 30 altre lingue, tra il 1994 e il 2014 ha ricevuto il premio France Culture per Aceto, arcobaleno. Nel 2003 ha fatto parte della giuria della 56esima edizione del Festival di Cannes. Il critico letterario del Corriere della Sera Giorgio De Rienzo in un articolo del 2009 lo ha definito “scrittore d’Italia del decennio”.
ANGELA MADESANI, STORIA DELLA FOTOGRAFIA, BRUNO MONDADORI
Per chi ama la fotografia e per chi vuole iniziare a interessarsi di fotografia un libro che non deve mancare nella propria biblioteca e che svela le origini e i percorsi intrapresi dai fratelli Lumiere e oltre. Una panoramica completa della storia della fotografia lunga quasi centosettant’anni, in cui vengono messe a fuoco alcune delle problematiche più importanti. Ogni capitolo del libro ha un testo introduttivo seguito da schede che approfondiscono movimenti e singoli autori: il tutto pensato per un’agile consultazione anche da parte di studenti universitari. Sono considerati, inoltre, movimenti e personalità degli ultimi trent’anni che non hanno ancora trovato spazio nelle storie della fotografia pubblicate sino a oggi in Italia. Completano il volume alcune interviste a professionisti della fotografia: una restauratrice, un’archivista, uno stampatore e alcuni artisti, nonché esperti dell’ambito fotografico.
SIMONETTA RAMOGIDA LE MOLESTIE MORALI SE INCONTRI IL CANNIBALE UCCIDILO, GANGEMI EDITORE
Prefazione di Laura Muscardin, regista e sceneggiatrice (La guerra di Cam, Billo, Tutti pazzi per amore, I figli di Roma città Aperta, Matrimoni e altre follie).
Ogni tre giorni una donna viene uccisa per mano di un uomo che diceva di amarla ma oltre ai femminicidi sono molteplici le violenze che le donne sono costrette a subire ogni giorno, sul posto di lavoro, tra le mura domestiche, nelle relazioni affettive. Questo libro è la Storia di Anna che incontrò il cannibale e lo divorò. Attraverso una case history, Anna che vive a Roma e che ogni sera si reca dopo aver finito il lavoro in chiesa o in libreria per avere un pò di pace, prima di tornare a casa, ci mostra tutti i tipi di molestie fino a delineare le sofferenze fisiche che spesso accompagnano le persecuzioni e le violenze fisiche o sessuali. Nella sua vita subentra il male di vivere, la depressione, gli attacchi di panico. Fino a che si apre una luce nuova attraverso una esperienza terapeutica che rimetterà ogni cosa nella giusta dimensione e le permetterà di fortificare la sua personalità per permetterle di intraprendere una nuova dimensione. Un romanzo che ha per tema le violenze morali e si snoda attraverso tre livelli di lettura mentre racconta lo stupore di una bambina, Anna, che non può comprendere a soli a otto anni, le richieste di don Mario nel confessionale e che neppure capisce che la sua compagna di giochi, Angela, è gelosa e proprio per questo la bullizza. La sua gioiosità non si esaurisce con lo scorrere del tempo, neanche quando dovrà difendersi da molestie ben più aggressive e devastanti nel mondo del lavoro. Anche adesso che è adulta, Anna stenta a riconoscerle perchè è difficile mettere in relazione quel sopruso, quelle umiliazioni, quelle offese subite, quei silenzi che minano la sua integrità fisica e psicologica, con le violenze, che sono sempre più complesse ma sempre uguali a se stesse che si chiamino mobbing, stalking, bulling, cyberbullismo, straining, gaslighting, fino alle persecuzioni psicologiche, al femminicidio, fino alla morte. Quante sono le forme di violenza che una donna attraversa lungo l’arco della sua vita spesso senza riconoscerle come tali? E’ questo l’interrogativo che pone questo nuovo romanzo senza dimenticare che anche gli uomini possono essere oggetto di molestie. Lo rivelano i dati statistici, ne parla un film del 2015 di Tom MacCarty, “Il caso Spotlight”. Un racconto che per 160 pagine presenta differenti chiavi di lettura: quello della medicina e del sostegno terapeutico, quello che attiene alle norme e alla giurisprudenza, e infine quello dell’informazione e il giornalismo che fanno da sfondo al romanzo, senza tralasciare qualche pagina di storia, quella con la “S” maiuscola, il dopoguerra a Roma e l’esperienza del Treno dei bambini, o Treno della Felicità, attraverso lo sguardo smarrito di una bambina che fu protagonista di quell’esperienza messa a punto tra il 1946 e il 1947 dall’allora Pci e che prevedeva un grosso progetto di affidamento dei bambini sfollati dopo il bombardamento di Roma del 19 luglio 1943, e di tanti altri bambini poveri del centro-sud d’Italia presso le famiglie dell’Emilia Romagna. Un programma che interessò quasi ottantamila bambini, in un’Italia devastata dalla seconda guerra mondiale ma capace ancora di grande solidarietà che con questa iniziativa cercava di dare un futuro ai suoi figli meno fortunati.
IL TRENO DELLA FELICITA’ VIDEO DI SIMONETTA RAMOGIDA DA UNA STORIA VERA LETTURA DI JOSEPHINE CARIOTI ATTRICE
Rai 1 Trasmissione VITTORIA del 2021 intervista di Maria Teresa Lamberti sulle Molestie Morali
E’ la storia di Anna, Che comincia a ricordare: perché quel prete, quando gli raccontava dei primi amori, le aveva chiesto “La notte, cara, la notte… le mani dove le metti?” Una storia che si intreccia con altre storie, come fanno i romanzi, e rivela emozioni, memorie, fino all’incontro che salva la vita e lei piano piano riemerge dalle sue paure. Una storia che ci porta dentro al giornale, mentre si lavora tra sovranisti e Berlusconi, e ai confessionali dove lei non sarebbe mai più entrata per raccontare le molestie che subiva da adulta, quando ha già un lavoro e solo per questo è “fortunata”, in un’epoca storica in cui il lavoro non è più un diritto sancito dalla Costituzione ma è appunto una fortuna. “Anna, di che ti lamenti?”. La depressione, l’ansia, le vertigini, le diete che non servono a niente. Sono prese di coscienza. Fino al Mee-To delle suore che due anni fa raccontano di essere state molestate dai preti…
Una esperienza di psicoterapia ericksoniana diviene l’espediente per ridisegnare quel file rouge che lega forse quasi tutte le forme di violenza. Il ricordo di bambina della protagonista Anna, di don Mario e del confessionale rappresenta solo il primo incontro con le molestie. Il bullismo della sua amica Angela quando ancora bambine si contendono il fidanzatino è un colpo al cuore che Anna non aveva messo in conto. Le amiche possono tradire, impara Anna. L’amore pure. Il lavoro diventa una “fortuna” che deve essere conquistata giorno per giorno, non c’è certezza per il futuro che diventa fragile come la protagonista, una lotta impari a base di colpi di scena, un andare avanti e indietreggiare anche nella professione col solo scopo di sopravvivere al terrore psicologico, alle calunnie, alle molestie ma il finale è lieve perchè lui “muore”… il cannibale, in senso metaforico, naturalmente.
Vuoi essere felice o vuoi avere ragione? Continua come una ninna nanna che si perpetua ogni sera l’invito della sua dottoressa. Anna sceglie di essere felice, non ha bisogno di vendette e anche se è successo proprio a lei riesce ancora a guardare il mondo attorno con quegli occhi pieni di stupore, di magia, di emozione. La stessa emozione della Brunetta quando per la prima volta scende dal Treno della Felicità che la porta da Roma a Mirandola nel periodo postbellico e dove partecipa a quel programma di assistenza ai bambini sfollati messo a punto tra il 1946 e il 1947 dall’allora partito comunista in Emilia Romagna.
PELLEGRINO ARTUSI, LA SCIENZA IN CUCINA E L’ARTE DI MANGIARE BENE, GIUNTI
Per la cucina meglio andare sul classico. Un’opera considerata un must della cultura italiana, che esalta il piacere del mangiar bene. Non solo un ricettario ma un documento storico, un libro letterario sul gusto, ricco di dissertazioni e di godibili spunti linguistici, in una prosa limpida che ricorda la cordialità del discorso conviviale. Con le sue 790 ricette, raccolte dall’autore con paziente passione nel giro di lunghi anni e innumerevoli viaggi, l’Artusi è il libro più famoso e letto sulla cucina italiana, quello da cui tutti i grandi cuochi dell’ultimo secolo hanno tratto ispirazioni e suggerimenti.
L’opera di Artusi, considerata la prima trattazione gastronomica dell’Italia unita, è stata valorizzata soprattutto dall’edizione curata da Piero Camporesi che ha prodotto come risultato indiretto l’inserimento a pieno titolo del trattato gastronomico artusiano nel canone, oltre che della cucina italiana, anche della letteratura italiana. Il titolo è di chiara matrice positivistica. Artusi, esaltava il progresso ed era fautore del metodo scientifico che applicò anche nel suo libro. Quello di Artusi, infatti, può essere considerato un manuale “scientificamente testato”: ogni ricetta fu scritta e pubblicata in seguito a prove, sperimentazioni e degustazioni dello stesso autore, aiutato dal cuoco Francesco Ruffilli, come dichiara la governante Marietta Sabatini, anch’essa brava cuoca, nell’intervista alla Cucina Italiana del 1932.”Si provavano le ricette, tutte, una ad una. Accanto a lui instancabile era il suo cuoco che gli voleva tanto bene”. L’opera di Artusi, in particolare è considerata importante anche per la diffusione della lingua italiana sul territorio nazionale; “scritto in una lingua fluida, elegante e armoniosa, il libro del gastronomo romagnolo divenne familiare a generazioni di italiani e soprattutto di italiane, per cui fu una presenza preziosa e amica, uno straordinario esempio di opera dinamica e aperta, che cresce come raccolta comunitaria e condivisa, non solo con i due domestici ma col pubblico che attivamente partecipa, suggerisce, critica. La Scienza diffonde nelle case degli italiani un modello di lingua fiorentina fresca e viva, ma insieme corretta e controllata, sensibile alla tradizione letteraria”.
BRIAN LLOY DUCKETT STREET PHOTOGRAPY, NATIONAL GEOGRAPHIC
La street photography immortala scene quotidiane, rivelando bellezza, assurdità e dal fotografo Brian Lloy Duckett ci introduce alle tecniche per rendere straordinarie le immagini del paesaggio urbano. Occuparsi di street photography significa ritrarre con la macchina fotografica scene e soggetti ignari, rivelando l’assurdo, il bello e il drammatico della vita quotidiana. Nel mondo digitale di oggi, in cui ogni evento sembra essere documentato e condiviso, questa forma d’arte vibrante, reale e immediata sta vivendo un’importante rinascita.
Brian Lloyd Duckett esplora le tecniche per catturare immagini uniche di paesaggi urbani.
SANDRA PETRIGNANI, CARISSIMO DOTTOR JUNG, NERI POZZA
Egle Corsani sta scrivendo un libro sull’allievo di Freud, Carl Gustav Jung che rivoluzionò le tesi del padre della psicoanalisi. Lei si è appena trasferita in un piccolo appartamento che guarda il Tevere, ricco di un balcone fiorito, con cui convive con due gatti molto amati, Nico e Sera, e per caso, nello stesso palazzo, abita Lori, l’amica con cui nel corso del racconto si approfondiranno amicizia e complicità.
Christiana Morgan vuole rivedere un’ultima volta l’uomo che aveva spento le sue paure, aiutandola a conoscersi e a perdonarsi. Lady Morgana, così la chiamava lui, lo trova come lo ha lasciato, la pipa fra i denti, lo sguardo arguto sopra gli occhiali cerchiati d’oro, solo la lieve curvatura delle spalle e il bastone a reggere il corpo ancora possente nonostante gli anni inesorabili. Perché, forse, ancora una volta, Jung saprà cambiare il suo destino. Come in uno specchio d’acqua, che culla e annega, che dà vita e la sottrae, Egle si guarda riflessa nelle pagine che si riempiono: nelle domande esistenziali, nella solitudine, negli aneliti di felicità di Christiana; nella pacata sicurezza, nel distacco partecipe di Carl. E in quel passo a due, la scrittrice trova una chiave per affrontare la sciagurata nostalgia per ciò che non ha più. Due storie che si intrecciano nel romanzo di Petrignani, corrono parallele nel libro, il rapporto tra Jung e il suo harem, al cui centro spicca il personaggio più affascinante del romanzo, che è proprio l’americana Christiana Morgan. Molti anni prima aveva avuto un rapporto molto stretto e non solo terapeutico con Jung negli anni Venti e ora, siamo già nel 1961, mentre lavora e insegna a Cambridge, Massachussets, come analista junghiana, ritrova una lettera datata 1927. Scriveva Jung “Il tuo materiale è per me preziosissimo… Per me tu sei proprio una piccola meraviglia”. Christiana, che a quel tempo aveva trenta anni, alla rilettura di quelle lettere decide che è stato troppo importante il suo rapporto con un uomo speciale, con una personalità che gli è entrata nel profondo. Pur consapevole che lui ha ormai oltre ottant’anni e non sta molto bene, decide di ritornare nella casa sul lago di Zurigo, a Kusnacht, dove si è svolta la maggior parte dell’esistenza del grande vecchio. Così Lady Morgana, come la chiamava Jung, con il suo abito rosso e i suoi bracciali tintinnati riappare di fronte all’uomo così significativo per la sua formazione, dopo esserne stata incoraggiata con una lettera preziosa. Nella ricostruzione attenta e documentata della vita di Jung, Petrignani ci restituisce una personalità complessa, piena di sfaccettature. Centrale è l’amore lunghissimo per la moglie Emma, a cui era stato tuttavia infedele, perché un’altra figura femminile, Toni, si era frapposta nel loro ménage familiare; e ora che nessuna delle due figure esiste più, ecco che l’ormai anziano Jung sopravvive grazie all’aiuto devoto dell’inglese Ruth, un po’ segretaria, un po’ infermiera, che la stessa Emma aveva indicato come sua sostituta nell’accudimento della vecchiaia del suo amato marito. Il romanzo, scritto con la sapienza di una delle maggiori scrittrici italiane contemporanee, arriva dopo essersi cimentata nel racconto della Corsara, Natalia Ginsburg, di averci illustrato l’Addio a Roma, di averci parlato della biografia dei suoi cani, per citare solo alcuni dei suoi libri. Tuttavia, questo nuovo romanzo è di grande fascino e affabulazione, un pò per il tema trattato, un pò per la ricostruzione del rapporto con il femminile di questa personalità straordinaria operata dall’autrice; il racconto affettuoso degli ultimi giorni della vita di un uomo speciale, di enorme cultura, padre della psicologia, che con distacco sa di dover affrontare la morte, anche se come ogni umano la teme. E tutto questo in un affresco che delinea un clima culturale, amoroso, affettivo che rende la lettura di questo libro emozionante e commovente. Un romanzo ricco di spunti poetici, di stimoli intellettuali, nel quale il senso della vita, le difficoltà nel doverne affrontare gli ostacoli appaiono in una luce originale, unica.
Con il suo inconfondibile tocco narrativo Petrignani mette così in scena il folgorante incontro finale tra il padre della psicologia del profondo, contraddittorio, paterno, impavido e incosciente dietro il monumento edificato dalla fama e la donna incurante delle convenzioni borghesi che ne avrebbe seguito le orme.
Il gioco della luce. Il mondo visto da un maestro della fotografia. «La maggior parte dei fotografi guarda solo se stesso, s’interessa delle proprie fotografie. Ma io, in realtà, ho imparato tutto dagli altri.» Gli angoli di mondo sui quali non si è posato l’obiettivo di Gianni Berengo Gardin sono ben pochi. In questo libro che abbraccia oltre settant’anni di carriera, il Maestro della fotografia ha raccolto i suoi scatti preferiti e i più significativi. Dai servizi in giro per il mondo alle inchieste dedicate alle realtà più intime e marginali, Berengo Gardin ha ripercorso tutte le sue opere più importanti, capolavori tra i quali spiccano “Morire di classe” (1969), sulle tremende condizioni di vita in cui versavano gli ospiti dei manicomi; “Un paese vent’anni dopo” (1976), nella Luzzara di Cesare Zavattini; la serie sullo studio di Giorgio Morandi (1993), dedicata alla memoria del grande pittore bolognese; fino al recente “Venezia e le Grandi Navi” (2015), un atto d’accusa contro l’industria delle crociere, monumentali imbarcazioni che per anni hanno messo a rischio il delicatissimo equilibrio della città lagunare. Realizzato poco prima della sua morte, “Il gioco della luce” è un vero e proprio testamento visivo, l’occasione per immedesimarsi con lo sguardo unico e irripetibile di un gigante della fotografia.Realizzato poco prima della sua morte, Il gioco della luce è un vero e proprio testamento visivo, l’occasione per immedesimarsi con lo sguardo unico e irripetibile di un gigante della fotografia.
«La maggior parte dei fotografi guarda solo se stesso, s’interessa delle proprie fotografie. Ma io, in realtà, ho imparato tutto dagli altri.»
Gli angoli di mondo sui quali non si è posato l’obiettivo di Gianni Berengo Gardin sono ben pochi. In questo libro che abbraccia oltre settant’anni di carriera, il Maestro della fotografia ha raccolto i suoi scatti preferiti e i più significativi. Dai servizi in giro per il mondo alle inchieste dedicate alle realtà più intime e marginali, Berengo Gardin ha ripercorso tutte le sue opere più importanti, capolavori tra i quali spiccano “Morire di classe” (1969), sulle tremende condizioni di vita in cui versavano gli ospiti dei manicomi; “Un paese vent’anni dopo” (1976), nella Luzzara di Cesare Zavattini; la serie sullo studio di Giorgio Morandi (1993), dedicata alla memoria del grande pittore bolognese; fino al recente “Venezia e le Grandi Navi” (2015), un atto d’accusa contro l’industria delle crociere, monumentali imbarcazioni che per anni hanno messo a rischio il delicatissimo equilibrio della città lagunare.
PATTI SMITH IL SOGNO DI RIMBAUD POESIE E PROSE 1970 -1979, EINAUDI
Tento ancora di decidere cosa vuol dire / essere americana.
Guardandomi dentro / vedo l’arabia, venere, un
francese / dell’ottocento, ma non ritrovo quello / che
mi fa americana. Penso / alle foto di Robert Franks – i
juke box / guasti a gallup, new mexico … / sobbalzare di
anche e speroni … code di cavallo e / mandriani sifilitici.
Penso a uno straccio / blu rosso e bianco in cui avvolgo
il mio cuscino. Forse non è una cosa concreta / forse è
solo essere liberi.
Libertà è una cascata, è avanti indietro / sul linoleum
fino all’alba, è il diritto di / scrivere le parole sbagliate,
e cose simili / io ne ho forse a sazietà …
Patti Smith è l’autrice di canzoni che sono rimaste nel cuore di tutti i quarantenni, ma oggi stanno trovando una singolare rispondenza anche nella cultura delle nuove generazioni: segno dunque che la sua impronta andava ben al di là del consumo effimero delle mode. Artista dai molti talenti, Patti Smith ha scritto negli anni, a fanco delle canzoni, una serie di testi poetici e di prosa poetica dedicati essenzialmente alla figura eterna del giovane ribelle, riletta attraverso il sentimento della cultura rock. Quindi: Rimbaud e Mapplethorpe, Pasolini e Picasso, le notti senza fine e le solitudini di chi si misura con un mondo ostile.
Sesso, droga e rock’n roll? No, gli anni Settanta non sono stati questo, non solo, almeno… ma non è semplice darne una definizione, anzi è meglio proprio non provarci, lasciando parlare, a proposito di quei giorni, i veri protagonisti. Un libro che va letto con la passione del cuore, e con la curiosità per quegli anni per chi non li ha vissuti e soprattutto non li ha vissuti a New York, nel Village.
I settanta sono stati un tempo che sanguinava in altro tempo. Un tempo che noi aggredivamo – sfumando ed espandendo i perimetri dell’amore, della coscienza e del rimorso… un tempo in cui tutti i miei amici erano vivi… I settanta come un grande film nel quale ho avuto una parte. Una parte minore, certo. Ma comunque una parte che non reciterò mai più. Una parte che Patti Smith ha recitato fino in fondo, con abbandono, coraggio e desiderio di essere sempre se stessa, sempre diversa, cercando sempre di essere santa in qualsiasi forma, rosa fantastica crudele diversa da tutto, imparando da tutte le esperienze vissute senza sconto, nel bene e nel male. E il libro è proprio questo, spesso crudo irriverente… ma scritto con la passione del cuore. Il sogno di Rimbaud è una raccolta preziosa di poesie, brani di canzoni, annotazioni di viaggio, riflessioni scritte in momenti ispirati: dal dolore, dalla ribellione, dalla bellezza della natura, dell’arte; ispirati dagli artisti di tutti i tempi che la poetessa sentiva a lei più affini: Jim Morrison, Jackson Pollock, Brancusi, Pasolini, Michelangelo, Rimbaud. È un libro che affronta i grandi temi della vita e della morte, della malattia, della guerra, dell’amore, di dio, della libertà e dell’arte, vissuta come sacrificio, perché l’artista è benedetto dalla dannazione di un travaglio incessante… perché l’arte è lavoro. Lavoro è atto cosciente. Arte è un atto cosciente che impone di imbrigliare la subconscia, nucleare energia e la disciplina dello spirito.
La sua prosa e le sue poesie sembrano film creati da fotogrammi sparsi e poi, a caso, riaccostati, per mantenere intatta l’idea di fondo, lo spirito del momento, ma non il tempo, non lo spazio, in una ricerca di immediatezza, di puro presente, di chiarezza formale ed espressiva.
Stream of consciousness, ermetico e vivo, dei suoi pensieri, della sua immaginazione tanto densa che devo sfrondarla con il machete, che si snoda per associazioni, flash back, sussurri ed urla, a volte mistici, altre volte allucinati, trasportandoci pian piano nel suo mondo.
Non è realtà e non è sogno, è questo e quello, è bontà, e desiderio di tentare la via del male, per poi poter rinascere, per giungere davvero alla verità… ognuno alla propria verità… ognuno alla propria verità, perché sei morto per i peccati d’altri, non per i miei…
ZEROCALCARE NEL NIDO DEI SERPRENTI

Tanta attualità. L’opera di Zerocalcare si fa ancora più radicata nella politica e nelle tensioni che attraversano il nostro presente, con il nuovo fumetto in uscita a dicembre. Ad annunciare la pubblicazione è Bao Publishing, la casa editrice da sempre legata all’autore romano, che si prepara a una nuova fatica editoriale dal forte stampo militante.
Ci vorrebbe un amico, cantava Antonello Venditti. E certo Zerocalcare con questo nuovo fumetto rimette sotto i riflettori una vicenda che altrimenti rischiava di essere dimenticata e che al di là della vicenda personale di Ilaria Salis poneva il tema delle ferite dell’Europa contemporanea e la necessità di dover difendere L’Europa libera e democratica contro nuovi fascismi. Fare luce sui temi ignorati dal grande pubblico che assorbe solamente le dichiarazioni dei politici nei Tg e che non è messo troppo spesso nelle condizioni di farsi un’idea realistica di quanto accade. Sembra essere questo il suo obiettivo. Con il passo lieve di un fumetto. E così dopo aver raccontato la guerra nel Rojava (No sleep till Shengal) la precarietà (Macerie prime) e la Cancel culture (La dittatura immaginaria), Zerocalcare torna a esplorare le ferite di chi rischia anche 25 anni di carcere.

Il nuovo fumetto si intitola Nel nido dei serpenti, e prosegue il lavoro di ricerca e racconto già intrapreso dall’autore negli ultimi anni a favore della militante antifascista ed europarlamentare Ilaria Salis, imprigionata dopo gli scontri contro i neonazisti a Budapest nel 2023. Sulla stessa scia di quanto fatto nei confronti della parlamentare europea, protagonista di una serie di fumetti che ne raccontavano le vicende su Internazionale, il nuovo libro di Zerocalcare offre voce a diciassette persone similmente accusate di terrorismo e sottoposte a lunghi procedimenti giudiziari in Ungheria, Germania, Francia e Italia.
Zerocalcare sui fatti di Budapest del 2023
Il pretesto narrativo del volume è dunque la parata di nostalgici tenutasi a Budapest nel febbraio 2023, nel corso della quale si verificarono alcuni attacchi contro i neonazisti radunatisi nella capitale ungherese da tutta Europa. Le autorità magiare reagirono agli scontri con un’operazione giudiziaria di ampia portata, accusando decine di persone di far parte di una presunta organizzazione criminale di sinistra. Tra gli imputati e le imputate, diversi attivisti italiani (inclusa la stessa Salis) sono stati costretti a condizioni di detenzione estremamente dure, trattenute con il rischio di dover scontare fino a venticinque anni di carcere.
Da sempre attento alle questioni sociali e ai diritti umani, Zerocalcare sceglie con questo nuovo fumetto di raccontare le vicende di questi militanti prima che cadano nel buio. Pubblicato in collaborazione con Momo Edizioni, Nel nido dei serpenti raccoglierà i fumetti disegnati per Internazionale, aggiungendo una serie di storie inedite simili a quelle di Salis, come la vicenda di Maja T., una delle persone coinvolte nel processo di Budapest, in isolamento da oltre un anno in un carcere della capitale ungherese. “La ricostruzione della storia di Maja e della sua comunità è anche un viaggio in un’Europa che non ha mai fatto i conti fino in fondo col suo passato e che rischia pericolosamente di riviverlo, nel modo più tragico possibile”, si legge in una nota di Bao Publishing.
A ribadire il carattere militante e la dimensione sociale del fumetto, anche la scelta di donare una parte degli incassi ai diretti interessati: “Parte dei proventi della vendita del volume sarà destinata al sostegno delle spese legali degli imputati e delle imputate del processo di Budapest”, ha comunicato Bao, che presenterà ufficialmente il libro nel corso del prossimo Lucca Comics & Games. Il debutto in libreria è invece previsto per il 5 dicembre.
LINDA LAURA SABBADINI, IL PAESE CHE CONTA, MARSILIO SPECCHI
I numeri non sono mai neutrali vanno letti attentamente interpretati senza manomissioni e questo è fondamentale per la democrazia
Il nuovo libro di Linda Laura Sabbadini Il Paese che conta edito da Marsilio
I numeri ci dicono cose. “I numeri ci permettono di capire come cambia il paese, di dare visibilità agli invisibili, e cosi’ ci permettono di decidere meglio verso cosa orientarci. E’ fondamentale proprio nei paesi democratici fare in modo che poli come l’Istat siano rafforzati perchè sono garanzia di democrazia”. Così Linda Laura Sabbadini, statistica italiana, nota in particolare come pioniera europea delle statistiche di genere, spiega come la raccolta dei numeri non sia solo una fredda disciplina, ma una bussola per orientarsi nel presente e l’indicazione di una strada da percorrere. Statistica, con lo sguardo sempre attento ad interpretare le serie storiche e a decifrare quello che i numeri possono svelare, Linda Laura Sabbadini è stata per molti anni direttrice centrale all’Istat, dove si è occupata – tra le prime – di donne, benessere e povertà, discriminazioni, migranti, ambiente e volontariato. Ha contribuito a dimostrare in uno studio del 1985 il valore del lavoro delle donne in famiglia e nel 1995 la Conferenza mondiale delle donne di Pechino dichiarò l’importanza di tali studi statistici sullo studio delle donne.
In seguito ha ideato rapporti come il Benessere equo e sostenibile per avere una visione integrata tra economia società e ambiente nell’evoluzione del Paese. Insomma una statistica sempre attenta al sociale, al lavoro, alle discriminazioni, al mondo delle donne e al lavoro. All’Istat ha guidato il processo di rinnovamento delle statistiche sociali e di genere, dando visibilità nelle statistiche ufficiali a categorie quali donne, giovani, bambini, disabili, migranti, poveri, senzatetto, anziani, omosessuali e a fenomeni quali la violenza contro le donne, le discriminazioni per orientamento sessuale, la povertà, il bullismo, il mobbing e la corruzione.
DARIO GIARDI, E SE FOSSE LA MUSICA A SALVARCI, MIMESIS
IL SUONO E’ MEMORIA
La memoria dei suoni e la musica per risvegliare la sensibilità ambientale e come alleata della transizione ecologica. La musica è l’unico linguaggio universale, e il suono come memoria, radicamento territoriale, testimonianza dell’esistere, sono gli strumenti per un’antropologia che metta in luce finalmente la necessità di riconnettersi alla natura. Musica ed ecologia non sono che due facce della stessa ferita. Entrambe raccontano ciò che siamo stati e ci ammoniscono su ciò che potremmo ancora essere. C’è la necessità di una ricomposizione con il mondo naturale, come ritorno a una dimensione esistenziale della nostra dimensione umana e il paesaggio sonoro, il soundscape che avvolge e plasma la nostra percezione.
“Come linguaggio universale, la musica ha il potere di attraversare le barriere culturali e generazionali, di connettere l’individuo al contesto in cui vive, di restituire profondità e significato a un mondo che rischia di diventare sterile e omologato. Ogni paesaggio sonoro è una memoria, una testimonianza di ciò che siamo stati e di ciò che potremmo diventare. La transizione ecologica non può avvenire senza una memoria collettiva che ricordi il valore del paesaggio sonoro originario. Così Dario Giardi nel suo libro edito da Mimesis “E se fosse la musica a salvarci? La memoria dei suoni e la sfida climatica”. La musica, afferma, “un tempo espressione collettiva di emozioni e narrazioni condivise, è oggi una colonna sonora personalizzata, preconfezionata da algoritmi che prevedono le nostre preferenze prima ancora che ne siamo consapevoli. Di fronte a questa deriva, propongo il concetto di memoryscape: un’estensione del soundscape che non si limita alla dimensione sensoriale ma ne abbraccia il significato culturale e politico”. La memoria dei suoni, invita a riscoprire un patrimonio acustico perduto e a ristabilire un equilibrio con l’ambiente che ci circonda. Per Giardi, che è un ricercatore nel campo dell’energia e dell’ambiente, e si occupa da oltre venti anni di sostenibilità ed economia circolare, avendo anche conseguito un Master in Economia ambientale e un dottorato in Geopolitica dell’energia, “la musica, in tutte le sue forme, non è solo un’arte, ma un ponte verso un futuro più consapevole e sostenibile”. Il suono è memoria, sostiene, è radicamento, è testimonianza. “Ogni campana, ogni canto, ogni fruscio di foglie porta con sé una storia collettiva. Eppure, nel nostro presente ipermoderno, il rumore si è fatto barriera, un muro che ci separa dal significato profondo di ciò che ci circonda”. Un libro prezioso quello di Giardi, audace nelle sue teorizzazioni, di grande interesse e di amore per la musica. Un libro che va dritto al cuore e racconta di come il suono e la musica abbiano incuriosito più di ogni cosa l’uomo che cercando di ripetere i suoni che la natura produceva ha creato a mano a mano le note e la musica. “Fin dalle origini, afferma, la musica è stata specchio della natura. I canti ancestrali, le melodie tribali, le armonie delle culture arcaiche erano un riflesso dei ritmi naturali, un linguaggio che traduceva in suono il respiro della terra, l’alternanza delle stagioni, l’eco del vento e dell’acqua”. Questa connessione tra suono e natura si è profondamente interrotta. La nostra società ha progressivamente smarrito la capacità di ascoltare e oggi diviene urgente la necessità di riconnettersi alla natura attraverso il suono, cercando di rimodulare il nostro “ambiente acustico colonizzato dal rumore, da un costante bombardamento sonoro che anestetizza i sensi e trasforma l’esperienza del mondo in un’interferenza da ignorare”.
ROBERTO IPPOLITO, WILDE COME SE
Con Roberto Ippolito ho avuto una lunga frequentazione professionale quando era inviato speciale de la Stampa. Lavorava alla sede romana e insieme capitava di seguire gli eventi su temi economica e finanziari. Poi è arrivata la sua passione per la letteratura, che sicuramente c’era già, ed ha iniziato ad occuparsi di libri. Infine, li ha scritti. Ora devo citare per dovere di completezza, il suo precedente libro del 2020 dedicato a Pablo Neruda, precisamente Delitto Neruda è il titolo, incentrato su una vasta inchiesta internazionale, mai prima realizzata, che smentisce la causa della morte del poeta, ufficialmente attribuita a un tumore: “Il poeta premio Nobel, ucciso dal golpe di Pinochet” si legge sulla copertina. Il libro contiene le prove sostenibili, gli indizi e il movente della fine non naturale. Per il drammatico racconto con le caratteristiche del thriller le fonti sono di tutto il mondo: archivi, perizie scientifiche, testimonianze, giornali cartacei e online, radio, televisioni, blog, libri. Mi serve per sottolineare che le sue scelte di indagare su personaggi noti e importanti non sono mai casuali. E anche questa volta ha sorpreso tutti con un volume originale e d’effetto andando alla ricerca del suo Wilde. Questa la storia. Il giovane Charles Thomas Wooldridge realizza il sogno di entrare nei Blues, le guardie reali di Buckingham Palace e Windsor, e poi di sposarsi benché non autorizzato dai superiori. Intanto, con le sue commedie e il fascino personale, Oscar Wilde compie una cavalcata vincente nella scena culturale. Ma è un bersaglio dei conservatori e dei benpensanti nell’Inghilterra vittoriana di fine Ottocento. I due destini sono lontani. E lo saranno le loro tragedie. Charles è ossessionato dallo spettro della gelosia: uccide ferocemente la moglie ed è condannato a morte. Oscar è perseguitato da un marchese timoroso per l’avvio del figlio all’omosessualità. Processato, è accusato di immoralità addirittura per la condotta del suo personaggio di fantasia, Dorian Gray. Subisce due anni di devastanti lavori forzati per “grave indecenza”. Il potere schiaccia il poeta, in una storia in cui entrano anche George Bernard Shaw, William Butler Yeats, Arthur Conan Doyle, Émile Zola, André Gide e Henri de Toulouse-Lautrec. I due protagonisti finiscono a Reading Gaol, la prigione che porta alla pazzia per l’isolamento dei detenuti. Due uomini reietti, spinti fuori dal cuore del mondo, che si incrociano come due navi ormai spacciate mentre attraversano una tempesta: Oscar vede così sé stesso e il soldato in blu. Incamera il dolore dell’altro. Annientato dall’umiliazione pubblica, ha però la forza di comporre La ballata del carcere di Reading, versi struggenti e disperati sulla crudeltà della giustizia che uccide e sui soprusi fra le sbarre. Ogni parola del romanzo di Roberto Ippolito “Wilde come se” deriva dalla documentazione raccolta. Nessuna fantasia. Purtroppo. Nato a Napoli Roberto Ippolito è autore di libri d’inchiesta di successo sulla legalità, sulla cultura e su temi sociopolitici, tra i quali Evasori, Il Bel Paese maltrattato, Ignoranti, Abusivi, Eurosprechi e Delitto Neruda. Conoscitore del mondo letterario, è organizzatore di eventi che portano la cultura fra la gente nei luoghi più vari, come centri commerciali, mondiali di nuoto, navi, aeroporti, pullman, scuole, musei, siti Unesco, parchi. È stato editor del Festival dell’economia di Trento. Ha dato vita al Tour del Brutto dell’Appia Antica. Dopo aver curato a lungo l’economia per il quotidiano La Stampa, è stato direttore comunicazione Confindustria, direttore relazioni esterne dell’università Luiss di Roma e docente di “Imprese e concorrenza” alla Scuola superiore di giornalismo della stessa LUISS.In due luoghi particolari di Roma, la multietnica e multiculturale Piazza Vittorio e il Parco Talenti, in qualità di direttore editoriale ha realizzato e condotto rispettivamente le rassegne “Libri a Piazza Vittorio” e “LibriCineVillage” nell’ambito delle grandi arene allestite per l’estate romana 2021 dall’Anec Lazio, l’Associazione esercenti cinema., e dall’Agis, l’Associazione generale dello spettacolo.[62]
Dall’edizione 2014 è giurato del Premio Strega in seguito alla nomina nel gruppo degli Amici della domenica. È fra gli ideatori della mostra fotografica “Vita da Strega” che racconta la storia del premio letterario italiano più importante, curata da Maurizio Riccardi e Giovanni Currado con le immagini dell’Archivio Riccardi. La mostra ha avuto il primo allestimento il 7 giugno 2012 a Spazio5 a Roma e ha toccato poi altre località italiane.
SIMONETTA RAMOGIDA ROMA CITTA’ APERTA VITO ANNICCHIARICO IL PICCOLO MARCELLO RACCONTA IL SET CON ANNA MAGNANI ALDO FABRIZI ROBERTO ROSSELLINI, GANGEMI EDITORE, ROMA
Quest’anno ricorrono gli 80 anni dall’uscita del film Roma Città Aperta di Roberto Rossellini. Questo libro con foto d’epoca, aneddoti e nuove rivelazioni a cura di Vito Annicchiarico rievoca il dopoguerra e il set, l’avventura di un grande maestro del cinema e l’incontro magico tra il piccolo Marcello e Rossellini che viene accompagnato nei luoghi del cuore proprio di Vito che al Pigneto abita e che ospiteranno le scene del film capolavoro del Neorealismo.

Con i tempi richiesti dalla memoria abbiamo ricostruito la storia del piccolo Marcello sul set con Anna Magnani, Aldo Fabrizi e
Roberto Rossellini. Inizialmente sono flash, ricordi sparsi che piano piano prendono forma e scopriamo ma solo alla fine di questo lavoro che Vito è un po’ il bambino simbolo del Neorealismo. Questo libro vuole anche rappresentare l’importanza della memoria storica attraverso l’arte e quindi il cinema. Così i pensieri e i ricordi di Vito che a volte si rincorrono in un ritmo incalzante e altre volte rallentano,
rappresentano uno stimolo a non dimenticare il dopoguerra, magari a guardarlo con gli occhi di un bambino di dieci anni, che ha paura quando vede la mamma morire uccisa dai tedeschi e non riesce a smettere di piangere, o quando serve la messa alle Fosse Ardeatine, subito dopo l’eccidio, terrorizzato dalla presenza di tutti quei corpi martoriati dai nazisti. Vito, senza volerlo partecipa ad alcuni tra i più importanti avvenimenti di quel secolo. Ma il suo è anche lo sguardo di un ragazzino che ha il padre in guerra in Etiopia, e del quale la famiglia non ha più notizie e una madre malata, costretta a badare da sola ai suoi tre figli, mentre Roma è assediata dai nazifascisti, ci sono i rastrellamenti, c’è la borsa nera e non si trova il cibo. Vito fa lo Sciuscià per le strade del centro storico di Roma assieme a tanti altri ragazzini vive il dramma del dopoguerra. Così dopo l’incontro straordinario con Roberto Rossellini, il piccolo Marcello viene in qualche
modo adottato dalla troupe di Roma città aperta, con l’unica eccezione forse di Aldo Fabrizi. E’ testimone di quella corrente artistica che parte da Alessandro Blasetti e da Luchino Visconti, che poi esplode con Roberto Rossellini e Vittorio De Sica e che noi tutti oggi conosciamo come Neorealismo.
VIDEO DI SIMONETTA RAMOGIDA DEL 2020 SU ROMA CITTA’ APERTA LIBRO EDITO DA GANGEMI
GIOACCHINO CRIACO, IL CUSTODE DELLE PAROLE, FELTRINELLI
Un autore colto e raffinato nella sua scrittura ritmica che sa di canto e di spartitura musicale con le parole che sono come note. La cultura è un muro, dice, e le parole sono le pietre di quel muro. Ognuna ha un suono preciso e importante e se togli una nota fondamentale la musica non suona più. Non è cosa banale ritrovare le proprie parole, quelle che esprimono la relazione con un mondo che ha millenni di storia. Il nostro ha un basamento fatto di cultura greca e se questo dovesse venire a mancare sarebbe come tagliare via da un corpo una gamba, un braccio, una testa. Il recupero non è un’operazione nostalgia, riguarda tutti da molto vicino. La montagna madre, Mana Gi, che incombe con tutta la sua lucente bellezza sul territorio calabrese, è la muta protagonista del romanzo di Criaco e si fa monito per chi la vive, perché bisogna guardare in alto per scorgere i propri sogni, sollevare la testa per vedere la bellezza che aleggia intorno a noi, voltarsi indietro nel tempo per capire chi sono stati quelli che hanno percorso il nostro cammino e seguirne le orme per non disperdere il patrimonio di cultura e conoscenza che hanno lasciato in eredità. L’uomo delle parole perdute, lo chiamano. Non ha più rabbia, l’ha consumata tutta in gioventù, dice, quando si vedevano nemici ovunque e pochi spazi per mettersi comodi, gli resta solo una paura molto grande. Criaco fa il pescatore: getta la rete e tira su le parole. La sua rete è di quelle da barchetta turchese: filata, annodata a mano, fa male alle dita nude a tirare troppo agli estremi, e poi, robusta e stretta, si apre a ventaglio e fa i conti con la pazienza. “Il destino non esiste se tu sai essere la tua storia.” Andrìa ha quasi trent’anni e trascorre pigramente le sue giornate tra il lavoro in un call center e le gite al mare con la fidanzata Caterina. Non ha ancora trovato la propria strada, la Calabria è una terra che divora i desideri e le aspirazioni, ma sa di non voler fare il pastore come il nonno, di cui porta il nome. Nonno Andrìa, custode di un mondo antico e di una lingua, il grecanico, che stanno per sparire ingoiati dalla modernità, ne vorrebbe fare il proprio erede, ma il giovane Andrìa ha paura di quelle montagne, della solitudine che si annida tra i boschi di cui conosce i rituali e i sussurri ma non riesce a sentirsi parte, così come non riesce a capire l’ostinazione del vecchio a combattere con ogni mezzo, lecito o no, le speculazioni che continuano a fare scempio di quel territorio. La vita del giovane cambia il giorno in cui salva dalle acque dello Jonio Yidir, che arriva dalla Libia e come lui sta cercando un futuro possibile. Quando il nonno prende clandestinamente Yidir con sé come aiutante pastore, qualcosa cambia e Andrìa inizia a riavvicinarsi a quell’ambiente che lo spaventava tanto, scoprendo la bellezza selvaggia dell’Aspromonte e la storia profonda dei molti popoli e delle culture che l’hanno attraversato. Una storia di identità e radici così forti da sfidare il futuro, che ci richiama alla responsabilità di prenderci cura di ciò a cui sentiamo di appartenere: un amore, una montagna, una storia. Gioacchino Criaco nasce ad Africo, un piccolo centro della costa ionica calabrese. Figlio di pastori, in giovane età inizia a meditare su una nuova trattazione letteraria dell’Aspromonte e luoghi limitrofi, data la scarsa divulgazione degli stessi. Dopo la morte di Corrado Alvaro infatti, c’è stato bisogno di aspettare vent’anni per veder nuovamente i riflettori puntati sull’Aspromonte, e stavolta non per un’opera letteraria bensì a causa del fenomeno sequestri, che a cavallo tra gli anni ’70 e ’80 dello scorso secolo ha ridotto l’immagine della montagna calabrese a una vera e propria foresta intricata e maledetta. Esperto di linguaggi e lingue arcaiche come il greco cantico che si parla ancora nella Bovasia, nella Calabria grecanica, la sua scrittura è poetica, fino a rasentare il lirismo, piena di passione e di immersioni linguistiche nei paesaggi aspromontani che gli sono propri ma capaci di traghettare lì anche i lettori che magari in Aspromonte non sono mai stati, e di rimanerne estasiati da tanta bellezza. Allievo, si può dire di Corrado Alvaro e di Saverio Strati, ha ereditato il canto delle Calabrie, dove Pier Paolo Pasolini si perdeva nel 1957 raccontando che si, voleva vivere e morire proprio qui. Prende il diploma presso il liceo scientifico a Locri e poi si laurea in Giurisprudenza a Bologna e si avvicina al mondo della letteratura calabrese. Dopo anni di sperimentazione, nel 2008 pubblica Anime Nere il suo primo romanzo, di grande impatto socio-culturale. Inaugura così il noir di matrice calabrese. Criaco racconta e descrive quelle realtà minori al limite della civiltà che, nonostante facciano parte di un contesto territoriale inserito in una nazione sviluppata e democratica, sembrano continuare a vivere di leggi e tradizioni proprie, a dimostrazione di una distanza fisica e politica forse irriducibile.
PIER PAOLO PASOLINI
Rileggere Pasolini. Oppure leggerlo per la prima volta. Quest’anno si celebrano i 50 anni dal suo omicidio ancora denso di misteri e la sua attualità morde i tempi in cui l’umanità si è avventurata. Era già tutto previsto, cantava una canzone. Forse si. E’ questo il ruolo dell’intellettuale, un intellettuale scomodo a sinistra, ma con una storia che non poteva collocarlo altrove, sebbene oggi la destra tenta la rapina con destrezza e organizza eventi per dire, ma come si fa, che Pasolini era uomo di destra. Ma tant’è. Intanto rileggiamolo.
Il dattiloscritto de Le ceneri di Gramsci composto da undici poemetti scritti tra il 1951 e il 1956, venne spedito da Pasolini a Garzanti nell’agosto 1957. L’opera accese un contrastato dibattito critico ma ebbe un forte impatto sul pubblico che in quindici giorni esaurì la prima edizione. Al premio Viareggio, che si tenne nell’agosto di quell’anno, il libro venne premiato insieme al volume Poesie di Sandro Penna, e Quasi una vicenda, di Alberto Mondadori. Italo Calvino aveva già espresso, con dure parole, il suo giudizio nei confronti del disinteresse di alcuni critici marxisti sostenendo che per la prima volta “in un vasto componimento poetico viene espresso con una straordinaria riuscita nell’invenzione e nell’impiego dei mezzi formali, un conflitto di idee, una problematica culturale e morale di fronte a una concezione del mondo socialista. Pasolini scrittore, regista, poeta ha attraversato tutti gli ambiti culturali. Per conoscerlo si puo’ partire dalla fine, con la lettura di Petrolio a cura di Maria Careri e Graziella Chiarcossi edito da Einaudi nel 1992, pubblicato da Mondadori nel 2005.
PIER PAOLO PASOLINI, PETROLIO MONDADORI, MILANO
Petrolio è un romanzo rimasto incompiuto, pubblicato postumo nel 1992 da Einaudi. La prima ideazione dell’opera risale alla primavera del 1972 e su di esso Pasolini lavorerà fino al suo assassinio, avvenuto nel 1975.
Di Petrolio sono rimaste 522 pagine scandite in “Appunti” con una numerazione progressiva, che si configurano in un insieme di frammenti più o meno estesi e di soli titoli. Definito negli anni un testo profetico sul potere, la cronaca di un percorso iniziatico o il romanzo-verità sulla morte di Enrico Mattei, Petrolio è il libro più celebre di Pier Paolo Pasolini. Attraverso la storia di Carlo, borghese disposto a tutto pur di far carriera, cresciuto in un ambiente cattolico di sinistra e poi complice di un delitto di destra, Pasolini conduce all’estremo il proprio sperimentalismo: puntini di sospensione al posto dell’esordio, sette diverse prefazioni, una rappresentazione dell’eros realistica e cruda, e un’estrema varietà di registri stilistici che vanno dal lirico al saggistico, dal giornalistico al visionario e all’allegorico. Come confida l’autore in una lettera ad Alberto Moravia, questo romanzo è «il preambolo di un testamento, la testimonianza di quel poco di sapere che uno ha accumulato»; rimasto incompiuto, è circondato da un alone di mistero che tuttora ne alimenta il mito. Grazie alla cura di Maria Careri e Walter Siti, questa nuova edizione di Petrolio si arricchisce di brani inediti, di documenti d’epoca e di originali ipotesi interpretative capaci di rinnovare il dibattito su un’opera che, a trent’anni dalla sua prima pubblicazione, non smette di affascinare e interrogare i lettori. Petrolio appare debitore al modello della commedia dantesca con la sua satira e la dura denuncia della politica contemporanea. L’ideologia, fulcro dell’opera, è quella politico-sessuale e il tema principale è il potere e il male . Secondo Walter Siti – curatore delle opere complete di Pasolini per la collana editoriale “I Meridiani” della Mondadori – Pasolini era sconvolto dall’idea che il potere avesse “giocato due partite, inscenando degli attentati di destra per colpire la sinistra e poi il contrario. Era per lui la doppia faccia del potere”. Molte sono nel romanzo le suggestioni di carattere medievale e tutta l’opera si appoggia a strutture di carattere mitologico , come quella degli Argonauti o di Tiresia maschio e femmina avvicinandosi anche allo schema moderno dell’Ulisse di Joyce (anche se Pasolini ne rifiutava, come si può leggere nell’appunto-elenco “la scrittura”). Pasolini scrive che questa sua opera si sarebbe presentata sotto forma di edizione critica di un testo inedito”, finzione che la morte improvvisa dell’autore ha reso reale. Per la portata del suo discorso storico e politico rispetto al Paese, Petrolio è stato spesso indicato dalla critica come un possibile candidato al titolo di Grande Romanzo Italiano.
VITO TETI, LA RAZZA MALEDETTA, MELTEM EDITORE
“Riparto, mi perdo nelle Calabrie, sempre più Calabrie…Non c’è dubbio, non c’è il minimo dubbio che vorrei vivere qui: vivere e morirci, non di pace…ma di gioia. Comunque è chiaro che quello che si vocifera del Sud, qui c’è. Non è mica una chiacchiera che qui profumano zagare e limoni, liquirizia e papiri. . . il mio viaggio mi spinge nel Sud, sempre più a Sud: come un’ossessione deliziosa”.
Pier Paolo Pasolini, al termine di un suo, controverso, reportage sulla Calabria, “La lunga strada di sabbia” del 1959




























Devi effettuare l'accesso per postare un commento.