“Riparto, mi perdo nelle Calabrie, sempre più Calabrie…Non c’è dubbio, non c’è il minimo dubbio che vorrei vivere qui: vivere e morirci, non di pace…ma di gioia. Comunque è chiaro che quello che si vocifera del Sud, qui c’è. Non è mica una chiacchiera che qui profumano zagare e limoni, liquirizia e papiri. . . il mio viaggio mi spinge nel Sud, sempre più a Sud: come un’ossessione deliziosa”.
Così Pier Paolo Pasolini, al termine di un suo, controverso, reportage sulla Calabria, “La lunga strada di sabbia” del 1959, nello stesso anno in cui gli veniva assegnato il Premio Crotone per il suo romanzo “Una vita violenta”, da una giuria presieduta da Giacomo Debenedetti e composta da Giuseppe Ungaretti, Carlo Emilio Gadda, Alberto Moravia, Giorgio Bassani, Leonardo Sciascia, Leonida Rèpaci, Arnoldo Mondadori, Valentino Bompiani. Ora squilibri rievoca le suggestioni del poeta sulla Calabria.
E non c’era nulla di ingenuamente regressivo in queste considerazioni di Pasolini sulla Calabria, pronto pochi anni dopo a puntare l’indice contro una classe dirigente e un ceto politico, responsabili di aver ferito a morte la speranza in quella terra, inseguendo modelli di sviluppo poco compatabili con la sua cultura e la sua stessa storia: “In Calabria è stato commesso il più grave dei delitti, di cui non risponderà mai nessuno. È stata uccisa la speranza pura, quella un po’ anarchica e infantile, di chi vivendo prima della storia, ha ancora tutta la storia davanti a sé”.
Al fondo di tutto, nel profondo del suo animo, anche per quanto riguarda la Calabria, c’era la rassegnazione sul corso inarrestabile della storia, un sentimento invincibile e, appunto per questo, ancora più doloroso, di sconfitta che avvertiva anche e soprattutto nei tanto amati canti della tradizione orale verso i quali aveva idee e opinioni diverse dalla “vulgata” degli anni Cinquanta attorno al loro possibile uso politico in una prospettiva di “folklore progressivo”.
Stretta nella dicotomia tra storia ed arcaicità, la poesia popolare era avvolta già nel “Canzoniere Italiano”, del 1955, in un’aura di tragedia incombente che Fortini, con la consueta lucidità, coglieva nell’“odore di morte irrimediabile” di versi che raccontano di “un poeta popolare che non può essere mai vittorioso”: da qui anche la loro alterità rispetto alle battaglie di un partito impegnato nel rimuovere le condizioni di miseria e arretratezza in cui quei canti si erano originati e i conseguenti attacchi rivolti alla sua opera dal principale partito della sinistra italiana.
Sull’originalità della posizione di Pasolini sui canti della tradizione orale, poco o nulla rilevata negli studi di settori, si rimanda al volume di Domenico Ferraro, “Roberto Leydi e il Sentite buona gente. Musiche e cultura nel secondo dopoguerra” che ha dedicato ampio spazio alle sue posizioni, in parte riprese anche da Roberto Leydi, ma limitatamente ai canti della Resistenza.
E chissà cosa direbbe ora Pasolini nel visitare gli stessi luoghi massacrati da un’edilizia d’assalto, anche se povera perché alimentata dalle rimesse degli emigrati, lo stesso paesaggio devastato da frettolosi insediamenti industriali, spesso dismessi e abbandonati, o anche dal proliferare di gigantesche eliche per un’insaziabile fame di energia che, lucciole, zagare e limoni, richiederebbero invece di diminuire e contenere per un diverso modello di sviluppo