Non ho mai creduto in questo film di cui però ho seguito tutta l’informazione sui diversi step della lavorazione. Ho messo in luce la sincronia tra Anna e Monica in un altro articolo di questo blog (www.foodwineartefinanza.it) perchè entrambe hanno interpretato La Lupa, la pièce tratta da un romanzo di Giovanni Verga. Apprezzo Monica Guerritore come attrice e come donna e anche come scrittrice, dopo aver letto quel suo bellissimo libro – che consiglio – “Quel che so di lei”, edito da Longanesi. Un viaggio attraverso un femminicidio e otto figure femminili, apparizioni, tra cui Emma Bovary, la Lupa, Oriana Fallaci, Carmen, la Signorina Giulia. Le loro storie tessono un filo rosso di sangue e passione. L’amore tossico. L’amore sbagliato.
“Donne che amano troppo” è il titolo di un bestseller di Robin Norwood edito da Feltrinelli che offre una casistica nella quale sono lucidamente individuate le ragioni per cui molte donne si innamorano dell’uomo sbagliato e spendono inutilmente le loro energie per cambiarlo. Con simpatia e assoluta competenza professionale Robin Norwood indica un possibile itinerario verso la consapevolezza di se stessi e verso l’equilibrio dei sentimenti. Prenderne consapevolezza, scrive invece Monica, può permetterci di lasciare andare le nostre compagne di ieri per specchiarci, in un racconto del femminile ancora tutto da scrivere. Poichè c’è bisogno di un altro paradigma in cui racchiudere quel sentimento vero che chiamiamo amore, e perchè forse si ha bisogno di un altro racconto al femminile di donne che esprimano un altro tipo di percorso di vita.
E’ lungo questo solco che forse e io credo, si colloca “Anna”, dedicato a Nannarella. Finalmente una donna libera. E lo spiega benissimo suo figlio Luca: “Mia madre ha scelto di vivere sola ma libera, secondo modelli femminili che si sono poi affermati molti decenni dopo. Ha precorso i tempi soprattutto nel lavoro. Divenne ben presto imprenditrice di sé stessa, riuscendo a emergere in un ambiente maschilista allora molto ostile alle donne. È riuscita a costruire da sola la sua carriera artistica e ad avere successo senza l’appoggio di un produttore, di un regista, di un marito.”
Ora, ci vuole coraggio a mettere in scena Anna Magnani. Ci vuole coraggio a cercare di disegnarne tutte le sue fragilità, i suoi sbalzi di umore, la sua veracità, la sua tenerezza. Monica ce l’ha messa tutta. Ma Anna Magnani sfugge a qualunque identificazione. Perchè lei è forte e fragile, è umorale e precisa, è bella e brutta, Nannarella è semplicemente come vuole lei. E ancora Luca dice: Nella vita “ha combattuto come un maschio in un mondo maschilista come quello del cinema di allora”, restando fedele a se stessa, coraggiosa e anticonformista.
Nannarella davanti il ritratto che le fece Renato Guttuso nel 1960
Non ha mai smesso di lavorare, in teatro e nel cinema, nell’Italia fascista e in quella del dopoguerra, dando testimonianza del sostanziale cambiamento del paese. Ha dato voce e volto alle donne italiane, in patria e negli Stati Uniti, incarnando la popolana e la ribelle, la sciantosa, la prostituta e la madre di famiglia. Jurij Gagarin, il primo cosmonauta russo, le dedicò un saluto speciale dallo spazio, a conferma che lei, e solo lei, in tutto il mondo, aveva diritto ad essere ricordata in un viaggio tra le stelle. “Saluto la fraternità umana, il mondo delle arti e Anna Magnani”, disse dalla Navicella nell’orbita.
Era il 1961, e Anna Magnani aveva già vinto l’Oscar come miglior attrice nel 1956 con “La rosa tatuata”, scritto per lei da Tennessee Williams, che l’aveva vista al cinema in “Roma città aperta” e nel “Miracolo”, due film di Roberto Rossellini esportati oltreoceano, come molti lavori del Neorealismo all’epoca. Il film prova a restituire un ritratto intimo e personale della donna dietro l’attrice. “Come un palombaro mi sono immersa nello sguardo che cambiava, nel fiume invisibile che scorre sotto la superficie” ha raccontato in conferenza stampa Monica Guerritore. Il suo intento, ha spiegato la regista e interprete della protagonista, è stato quello di raccontare le sofferenze, le fragilità di Anna Magnani, calandosi nel ruolo con grande passione e rigore.
Mentre Jean Renoir rilevò che “La Magnani era la quintessenza dell’Italia e la personificazione del vero teatro, quello degli scenari di cartapesta e degli stracci dorati, Signora, le sono grato per aver simboleggiato tutte le attrici del mondo”. Suoi compagni d’arte sono stati Luchino Visconti, amico fedele ricercato dai nazifascisti che Nannarella nascose nel suo appartamento, Roberto Rossellini l’amore indimenticato che fu al suo capezzale nel 1973 quado si spense dopo una malattia, a testimoniare che quell’amore si, era per sempre, fino a Eduardo De Filippo che scrisse per lei una bellissima poesia quando morì, e a Pier Paolo Pasolini che tuttavia la deluse quando girarono assieme il film Mamma Roma. E poi c’è Totò compagno d’arte al cinema e sul palco.
Contro chi sottolinea il suo essere “popolana” e la sua romanità si erge la voce di Antonello Trombadori che ne ha disegnato meglio di tuti la sua vera essenza: “Il romanesco era per lei un modo di comunicare con il pubblico. Casomai Anna Magnani era un’intellettuale mancata, non era un’attrice popolaresca ma un’attrice che mirava a essere estremamente funzionale e intellettuale. Non era un’istintiva, ma meditata e pensata. Più di quello che si possa credere. L’istinto e l’impulso a comunicare non vengono in lei abbandonati a se stessi ma sorvegliati e indirizzati. Per cui i suoi personaggi non sono il suo punto di partenza, ma un modo di essere dentro ciò che è popolaresco”, (tratto dal libro “Roma Città Aperta” di Simonetta Ramogida, Gangemi 2015).
E anche Vito Annicchiarico, il piccolo Marcello in Roma Città Aperta, ha ricordato che Nannarella non era affatto la popolana che interpretava nei film, ma una donna elegante e borghese. D’altro canto lei nasce a Roma in via Salaria, quartiere Pinciano a due passi da Villa Borghese, quindi in centro e solo una leggenda narra che sia nata ad Alessandria d’Egitto dove sua madre Marina si trasferì dopo aver sposato un ricco imprenditore, lasciandola a Roma con le zie. Si iscrive alla Scuola Eleonora Duse ed è allieva di Silvio D’Amico. Questa non è certo la storia di una popolana. Di suo padre invece non si ebbero mai notizie certe, tranne il fatto che le ricerche che lei fece ormai da adulta, la portarono in Calabria, esattamente a Tropea dove un signore che si chiamava Del Duce poteva essere il suo vero padre. ne è certa per esempio la stampa locale. Ma Nannarella a quel punto interruppe le ricerche spiegando che lei non poteva essere “a fija del duce”, con la romanità che la contraddistingueva, con il sarcasmo che la caratterizzava.
Ma la sua fisicità somiglia molto più a una donna calabrese come la Teresa Talotta Gullace che interpretava in Roma Città Aperta. Una donna di Cittanova, nel reggino, in Calabria. Monica invece ha una conformazione fisica diversa da Nannarella. non basta la sua bravura a farcela ricordare. Per quanto sia entrata nel personaggio non avviene. Paradossalmente Lina Sastri in Celluloide, film di Carlo Lizzani del 1966, basato sul libro di Ugo Pirro che ripercorreva le tappe della lavorazione di Roma Città Aperta, le corrispondeva meglio. Piccolina, minuta come lei. Non statuaria. Così pure Massimo Ghini che interpretava Roberto Rossellini. Un film imperfetto quello di Monica Guerritore che dopo una vita passata in teatro ha deciso di esordire alla regia con il racconto della vita privata della più grande attrice italiana che ancora oggi riesce ad emozionare artiste straniere del calibro di Meryl Streep. Un film che ha deluso le aspettative ma non poteva essere che così di fronte alla volontà di interpretare la vita, le passioni e i sogni di un’attrice immensa e monumentale come Nannarella. E’ stato un errore di calcolo? No. E’ stato un atto coraggioso che rivela l’amore per il cinema, la ricerca di profili di donne, in questo caso di una grande donna, che possano contribuire a tracciare quel diverso paradigma che possa fare da contraltare al modello diffuso. La volontà da parte di un’artista come Monica di sottolineare che è bene che i suoi insegnamenti non siano dimenticati. Lo dice lei stessa: “Anna ha bisogno di essere riportata tra di noi. E’ un’attrice che ha dato forza, passione e professionalità al cinema, e’ un’artista creativa, la sua romanità è il suo modo di rompere i momenti troppo emotivi”, di prendersi in giro.
Tuttavia, il film Anna mostra una mancanza di una forte visione artistica. Ricostruendo la vita dell’attrice a partire dalla notte in cui aspettava l’esito degli Oscar e poi seguendola nelle successive difficili scelte di carriera, il film offre solo scene madri e dichiarazioni memorabili. Ma si tratta di un’opera prima che è allo stesso tempo omaggio e indagine, capace di restituire la grandezza e le contraddizioni di una donna che ha fatto la storia del cinema mondiale, diventando la prima attrice italiana a vincere un Premio Oscar con La Rosa Tatuata.

Il film prende avvio proprio da quella notte del 21 marzo 1956, quando l’Italia intera trattenne il fiato vedendo Nannarella stringere la statuetta dorata. Da lì, la regia di Guerritore ricostruisce un percorso in chiaroscuro: l’incontro con Tennessee Williams, la passione travolgente per Roberto Rossellini, la corsa disperata di Roma città aperta, fino al declino e alla solitudine, tra il dolore per la malattia del figlio Luca e l’amarezza di un telefono che non squillava più. «Ho sempre portato con me il suo volto, afferma Monica, perché in quello sguardo c’era una lezione precisa: non recitare per piacere, ma per dire la verità. È lei che mi ha insegnato che il talento da solo non basta, serve il coraggio di essere se stessi, anche quando questo significa risultare scomodi».










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