TRAVEL/ IN ASPROMONTE C’E’ UN CASARO CHE SALVA LA RAZZA DI CAPRE AUTOCTONE E RIPRODUCE LA MUSULUPA

La razza di capre dell’Aspromonte rustica e frugale che fa solo 1 litro e mezzo di latte e non 5 litri come quella francese e il casaro calabro che sta cercando di salvarle dall’estinzione

Tra le montagne dell’Aspromonte nel versante basso Ionico, a Roccaforte del Greco in provincia di Reggio Calabria, c’è un’azienda agricola che cerca di rilanciare il territorio attraverso la pastorizia. È quella di Francesco Saccà, erede di una famiglia di proprietari terrieri da generazioni, che oggi gestisce circa 300 ettari tra oliveti, boschi di castagni, frutteti e pascoli. Qui, Saccà ha deciso di puntare tutto su una razza quasi in via d’estinzione: la capra dell’Aspromonte, portata alla ribalta nazionale anche durante il recente Cheese 2025 a Bra, in Piemonte, dove l’azienda ha presentato ufficialmente il nuovo presidio dedicato alla tutela di questi animali, dei pascoli e dei saperi locali legati alla pastorizia.

La storia di Francesco Saccà è quella di un giovane intraprendente che, fin dai 18 anni, ha iniziato a lavorare insieme al padre nelle terre di famiglia. “Con mio padre, quando ha lasciato le redini, la gestione dell’azienda è venuta a me. Ho cercato di innovare pur mantenendo le tradizioni, modernizzando l’attività e differenziando la nostra economia”, spiega. Così impianta frutteti per migliorare il reddito, crea capannoni per gli animali e rinnova il piccolo caseificio, aumentando la produzione di latte e formaggi. “Abbiamo circa 100 capre, in passato erano 700 ma avevamo una forza lavoro maggiore. Oggi nessuno vuole fare questo mestiere”, ci racconta. La razza di capre che oggi alleva, quella autoctona dell’Aspromonte, è rustica e frugale: “Non è come la capra francese che fa 5 litri di latte, questa fa al massimo 1 litro e mezzo. Per questo anche molti pastori hanno abbandonato l’allevamento”.

Il presidio della capra dell’Aspromonte nasce proprio con l’obiettivo di preservare questa razza: “Non c’è più nessuno che vuole fare questo lavoro. Ad oggi nel Presidio siamo 3 produttori e allevatori, speriamo che con questa mossa si possa rilanciare l’attività, gli animali e i saperi tradizionali. Perché l’intento non è solo preservare un tipo di formaggio ma anche i pascoli e la pastorizia di queste zone”. Infatti uno dei più importanti problemi è la mancanza di lavoratori: “Io sono fortunato perché ho gli stessi dipendenti da 30 anni, ma non se ne trovano di nuovi qui in Calabria e gli extracomunitari non vogliano fare questo lavoro”.

 

I formaggi caprini e la riscoperta della musulupa

I formaggi di Francesco raccontano la storia del territorio e delle sue tradizioni. Dal classico canestrato, stagionato in casolari in pietra e un tempo preparato a fuoco vivo e poi inserito nelle forme di giunco ora sostituite con quelle di plastica anche per motivi igienico sanitari. “Inoltre come azienda stiamo cercando di far scoprire un latticino antico, quasi dimenticato: la musulupa, un formaggio fresco di latte misto capra-pecora preparato in passato durante la Pasqua e modellato in forme di legno a figura femminile”.

 

La forma con cui si fa la musulupa

La forma con cui si fa la musulupa

 

La forma ricorda la Madonna o in alcuni casi un seno di donna, un simbolo arcano di fertilità e buon augurio. Sono poi inseriti dei decori che ricordano i motivi bizantini che poi vengono impressi sulla forma. Pare che fosse regalata alle spose proprio in segno di fertilità.

 

La musulupa

La musulupa

 

La produzione non si ferma qui e spazia dalle stagionature brevi fino ai pecorini e caprini più invecchiati, venduti in fiere, nei mercati di Campagna Amica e direttamente in azienda. “Cerchiamo di fare formaggi invecchiati anche di qualche anno, ci piace sperimentare e offrire gusti diversi”, aggiunge. Con la capra dell’Aspromonte al centro del suo lavoro, Francesco Saccà non difende solo un animale o un formaggio, ma un intero modo di vivere le montagne calabresi.

 

 

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