TI HO SENTITO GRIDARE FRANCESCO DIETRO UN CAMION E NON TI HO PIU’ DIMENTICATO
(Giuseppe Ungaretti)
“Era lunedì 24 settembre 1945, se non ricordo male. E il film fu proiettato con il titolo Città Aperta.
Il film fu trasmesso in visione privata il 28 agosto 1945 a Via Veneto 108, in una serata organizzata dall’Ambasciata Americana nella saletta del Sottosegretariato Stampa e Propaganda alla presenza di un pubblico selezionato”. Il film fu acclamato a Parigi e poi a New York. Non fu compreso in Italia. Lo stesso regista diceva: ” Roma Città Aperta fu presentato a Cannes nel 1946 da una delegazione italiana che lo disprezzava profondamente. Fu proiettato nel pomeriggio e pochi giornalisti ne parlarono sui loro giornali. Fu a Parigi, due mesi dopo, che Roma Città Aperta e Paisà svegliarono un entusiasmo fino ad allora incredibile. Tanto che in Italia, i critici cinematografici avevano dovuto rivedere le loro posizioni. Io cercavo di cogliere l’essenza delle cose. Uscivamo tutti dalla guerra di cui eravamo stati vittime. L’idea era quella di mostrare la Resistenza in Italia. Roma Città Aperta e’ il film della paura”. ”Me ne infischio di fare arte”, diceva Roberto Rossellini. Per lui il cinema doveva essere utile dal punto di vista umano”. ”La tecnica è necessaria. La mitomania sulla macchina da presa è infantile”.
“L’uomo ha una capacità distruttiva che nessun animale ha”, diceva Roberto Rossellini. Se a queste cose non si guarda scientificamente, sono cose da cui non guariremo mai”. E aggiungeva: “Bisognava fare la pace a qualunque costo. L’oppressione viene dal fatto che non c’è la pace. Per vincere la vittoria contro l’imbecillità bisogna tentarla, bisogna debellare l’ignoranza. Se si debella l’ignoranza, forse possiamo tentare un altro gioco e raggiungere altre mete”. (Roberto Rossellini)
“I panni sporchi si lavano in famiglia”, sentenziò un giovane sottosegretario a cui non piaceva il Neorealismo: Giulio Andreotti che non amava i film che insistevano troppo sulla miseria e sulla disperazione del dopoguerra in Italia, tuttavia sembrerebbe che lui quella battuta non l’abbia mai confermata. Ma se l’autenticità della frase è dubbia, viene però dalla penna dello stesso Andreotti un articolo scritto per il quotidiano democristiano “Il Popolo” contro “Umberto D.”, il film di Vittorio De Sica che racconta la storia di un pensionato ridotto alla miseria: “Se nel mondo si sarà indotti, erroneamente, a ritenere che quella di Umberto D. è l’Italia della metà del XX secolo – scriveva Andreotti – De Sica avrà reso un pessimo servigio alla patria, che è la patria di don Bosco, di Forlanini e di una progredita legislazione”.
«Il 17 gennaio mi ha sempre portato bene e a certe cose bisogna crederci, hanno un significato» (Roberto Rossellini).
“Le riprese iniziarono a gennaio 1945 ma Roberto Rossellini e Sergio Amidei avevano cominciato a pensare a Roma Città Aperta già a settembre 1944, durante l’occupazione tedesca. Era la notte tra il 17 e il 18 gennaio quando Roberto Rossellini ordinò il suo primo giro di manovella: “Azione. Pronti? Ciak. Si gira!’’. La prima interruzione ci fu dopo tre giorni di lavorazione, due settimane dopo i primi ciak erano già finiti i soldi e la troupe iniziava a mostrare segni di nervosismo. Fu così che Roberto Rossellini decise di vendere la catenina che aveva al collo e diede l’incarico di rimediare i soldi al suo assistente Alberto Manni. Lo rivelò lui stesso” (dal libro di Simonetta Ramogida: Roma Citta’ Aperta Vito Annicchiarico il piccolo Marcello racconta il set con Anna Magnani Aldo Fabrizi Roberto Rossellini, Roma, 2015 Gangemi editore pag 28).
Ed ora che si festeggiano gli 80 anni da quel fatidico 24 settembre quando ci fu la prima proiezione ricordiamo alcuni episodi che hanno segnato l’uscita del capolavoro di Rossellini o Manifesto del Neorealismo, anche se tracce di Neorealismo erano già visibili in altri film come Ossessione di Luchino Visconti.
L’anteprima al Quirino, quello che noi oggi conosciamo come teatro Quirino e non il Quirinetta di via Nazionale, fu però un vero disastro, o almeno questo fu il punto di vista della critica. Poi il film arrivò a Parigi a ridosso di Paisà e proprio questa coincidenza creò il caso, perché i due film furono visti uno dopo l’altro ed apparvero come un fenomeno straordinario, rivelatore di un nuovo linguaggio cinematografico. Fu la stessa Marcella De Marchis, la prima moglie di Rossellini, nel film documentario I figli di Roma Città Aperta, a mettere in evidenza la critica negativa.
Lo stesso regista diceva: ” Roma Città Aperta fu presentato a Cannes nel 1946 da una delegazione
italiana che lo disprezzava profondamente. Fu proiettato nel pomeriggio e pochi giornalisti ne parlarono sui loro giornali. Fu a Parigi, due mesi dopo, che Roma Città Aperta e Paisà svegliarono un entusiasmo fino ad allora incredibile. Tanto che in Italia, i critici cinematografici avevano dovuto rivedere le loro posizioni. Io cercavo di cogliere l’essenza delle cose. Uscivamo tutti dalla guerra di cui eravamo stati vittime. L’idea era quella di mostrare la Resistenza in Italia. Roma Città Aperta e’ il film della paura”. Il piccolo Marcello ricorda invece che “Fino ad allora non avevo visto la pellicola montata. Avevo solo dieci anni quando incontrai Roberto Rossellini, e per me era tutto divertimento tra persone che mi volevano bene e che mi pagavano pure. Mi sono visto per la prima volta al Quirino, dopo nove mesi vissuti con la troupe di Roberto Rossellini che mi sono rimasti così profondamente impressi nella mente da non riuscire a ripercorrerli senza provare emozioni. O meglio, ho visto il film per la prima volta al cinema. Sono rimasto sbalordito perché non sapevo come si girasse un film. Solo allora ho capito che quando riprendevano le scene era per costruire quel film, che questo voleva dire fare cinema. A me dicevano solo: “Fai questo”, oppure: “Veni su per le scale”, o anche: “Vai da Romoletto”. Per me era tutto facile, anche recitare non era un problema. Quello che facevo nel film lo avevo fatto durante la guerra. È per questo che anche sul set mi muovevo con estrema facilità, quasi come in un nuovo gioco, di cui non avevo reale consapevolezza”.
Marcello, Vito Annicchiarico su per le scale di via Raimondo Montecuccoli, al Pigneto)
“Se si cambia prospettiva e si guarda al film con gli occhi di un ragazzino cresciuto durante il periodo dell’assedio nazista a Roma, con una vita segnata dalla miseria, dalla mancanza di lavoro, da un padre lontano, allora si può capire perchè il set diventa davvero un gioco. Erano questi i miei sentimenti. Non potevo comprendere che ero finito in un progetto molto più grande di me, in quella mattina in cui mi sono sentito fortunato perché avrei potuto pulire quaranta paia di scarpe”. Certo, perchè Rossellini lo trova per caso a via Capo le Case, piccola traversa di via due Macelli vicino Largo del Tritone a Roma dove fa lo sciuscià. E per convincerlo a seguirlo, gli dice di andare con lui che gli avrebbe fatto pulire 40 paia di scarpe. Vito era un bambino bellissimo e molto espressivo. Scaltro, intelligente. Aveva solo 10 anni. E Rossellini lo capì subito. Lo portò quindi dalla contessa Chiara Politi, prima finanziatrice del film, che poi però si sarebbe ritirata, dove c’era anche Sergio Amidei che con Rossellini, Alberto Consiglio e in parte Federico Fellini avrebbero scritto la sceneggiatura. Anche se in verità con Rossellini la sceneggiatura si cambiava sul set. Politi e Amidei quando Rossellini disse loro: “Eccolo”, fecero di si con il capo in segno di assenso. Vito solo questo ricarda dell’incontro nei locali di via Capo le Case. Da qui nacque la sua avventura cinematografica che lo avrebbe portato a lavorare con i più grandi: oltre a Rossellini, anche Vittorio De Sica, Cesare Zavattini, Gennaro Righelli, Mario Soldati e in teatro a recitare con Aroldo Tieri.
Poi il film fu proiettato a New York in edizione originale con i sottotitoli in inglese. Fu il soldatino americano che aveva portato la pizza di Roma Città Aperta negli Usa, Rod Geiger. L’aveva messa nel suo enorme zaino militare ed era arrivato a
New York con qualche settimana di ritardo perché la nave dove si era imbarcato fu costretta a fare ritorno a Gibilterra. A New York, c’era un solo uomo che poteva distribuire Roma Città Aperta, e il suo nome era Joe Burstyn. Era il proprietario del ” Rialto ” nella grande mela. Rod Geiger mostrò il film a Joe Burstyn, che gli disse: “Ma chi vuoi che venga a vedere un film italiano?”. Ma Rod Geiger aveva fiducia nel film e riuscì a convincerlo a proiettarlo. Si sono divisi gli incassi a metà. Il film rimase in visione al World Theatre, oggi diventato Embassy per due anni. Il genio di Roberto Rossellini era nato in America. Il mecenate che aveva consentito la realizzazione del film era stato Aldo Venturini, un commerciante di lane che staccò diversi assegni a Rossellini. Si conobbero dal barbiere. Rossellini gli dava praticamente la caccia, fino a che lo convinse. Fu poi il suo avvocato che era anche l’avvocato di Rossellini a preparare le carte. Per Venturini fu un affare. Ma come disse Adriano Aprà poteva essere un “affarone”, perchè nessuno poteva immaginare il potenziale “commerciale” del film.
Aldo Venturini sua moglie ed i loro 4 figli, Sandro Claudio, Paola e Letizia
Era stato venduto per 25 mila dollari che allora corrispondevano a oltre cinque milioni di lire. Gli americani furono entusiasti. Capirono che si trattava di scene di vita vera. Roma Città Aperta incassò in tutto 162 milioni di lire nella stagione 1945-1946. Fu un trionfo, campione d’incassi tra Parigi e New York. Il film fu portato in America da Rod Geiger, il soldatino semplice che mise nel suo zaino militare la più grande opera cinematografica di quei tempi e che poi fu anche il produttore di Paisà nel 1946. Riteneva che Roberto Rossellini con Roma Città Aperta avesse realizzato uno dei più grandi esempi di cinema che aveva mai visto in vita sua. Rimase talmente colpito dal film che decise di lavorare con Roberto Rossellini. Si incontrarono la prima volta alla Tecnostampa e fu un incontro entusiasmante. Negli Usa riuscì a convincere una piccola casa di distribuzione, di cui conosceva il proprietario, che Roma Città Aperta era un capolavoro che doveva assolutamente girare nelle sale. Joe Burstyn si chiamava il proprietario della società di produzione. E fu proprio grazie a questo incontro che Roma Città Aperta portò l’Italia in America. Era la prima volta.
(Marcella De Marchis, prima moglie di Rossellini)
“Il miracolo di allora, ha detto Renzo Rossellini, figlio di Roberto e di Marcella de Marchis, impensabile oggi, era che gli autori riuscivano a lavorare tutti insieme. La sera poi si ritrovavano a Piazza del Popolo, dove il quadrilatero tra il Caffè Canova e il Caffè Rosati era la passerella in cui si incontravano Alberto Moravia, Elsa Morante, Ennio Flaiano, Federico Fellini e Roberto Rossellini”.
Vittorio De Sica e Roberto Rossellini
Ancora Renzo Rossellini, in un incontro organizzato dal Centro Sperimentale di Cinematografia, alla settima edizione del Festival del Cinema di Roma nel 2012, spiegava il lavoro di suo padre: ”il suo scopo era di fornire uno strumento per informarsi su cose che – a suo avviso – era necessario conoscere”. E infatti Roberto Rossellini viene studiato all’estero più che in Italia e, quando nel 1968 divenne presidente del Centro Sperimentale di Cinematografia, Renzo Rossellini ricorda che mandò proprio lui a parlare con gli allievi che avevano occupato il Centro Sperimentale per cercare di capire perché mai gli studenti avessero messo come condizione per andare avanti negli studi la nomina alla guida del Centro Sperimentale di Cinematografia proprio di Roberto Rossellini.
Renzo Rossellini
”Mio padre, diceva Renzo Rossellini, non era schierato politicamente, era un pacifista che aveva dedicato la sua vita a fare film contro la guerra. Mi chiese cosa dovesse fare. Non aveva ancora deciso se accettare l’invito oppure no. Ma dopo il mio incontro con gli allievi del Centro Sperimentale di Cinematografia lo convinsi. Fu così che ne diventò presidente. Le sue due linee di formazione erano che i libri di testo per gli studenti del Centro Sperimentale di Cinematografia sono i film. E agli allievi diceva: litigate pure fra di voi su chi ama il cinema americano e chi invece no, perché questo vi porterà ad amare i film”.
Anna, vola… dice Ascanio Celestini
Ascanio Celestini, a proposito della scena in cui Anna Magnani (Pina) viene travolta da una scarica di mitra rincorrendo Francesco, scrive: “Lei muore prima di toccare terra, mentre sta volando, leggera ed elegante, spinta da una forza quasi inarrestabile, ad afferrare in volo la mano del suo uomo per trarlo via, unico e solo, da quella massa di derelitti”.
Anna Magnani invadeva lo schermo e i cuori. La sua irruenza e la sua assoluta mancanza di autocontrollo, in un volto minuto e scavato dalle profonde occhiaie in un corpo piccolo ma armonioso, rivelava una grande passione, un grande
fuoco. Sul film aleggia anche un’altra leggenda che dice che la caduta di Anna Magnani sia stata in realtà un inciampo.
Lei del Neorealismo era divenuta l’icona, con lei prendeva forma una figura femminile forte e combattiva. La storia del cinema aveva voluto che fosse proprio lei a sperimentare la prima sequenza in cui la cinepresa inseguiva un personaggio in movimento. Prima di allora non era mai stato sperimentato.
“Ieri è venuta una ragazzina piccola, mora, con gli occhi espressivi. Non recita, vive le parti che le vengono affidate: è già un’attrice, la scuola non può insegnarle molto di più di quello che ha già dentro di sé”. Questo raccontava Suso Cecchi D’Amico, ricordando le parole di suo suocero Silvio D’Amico, quando era professore di Teatro alla Scuola di Recitazione Eleonora Duse.
Lui rimase impressionato dallo sguardo intenso e dalla sua capacità di vivere il corpo al punto di parlarne con i suoi famigliari (Roma Ciità Aperta, Vito Annicchiarico racconta il set, pag.71 edizioni Gangemi).
Anna Magnani è stata la prima interprete italiana a ricevere il Premio Oscar come migliore attrice protagonista con il film “La Rosa Tatuata” del 1955 con Burt Lancaster e la regia di Daniel Mann. Non si recò alla cerimonia per l’Oscar, che venne ritirato da Marisa Pavan, anche lei candidata come migliore attrice non protagonista per lo stesso film. Ma Anna Magnani, una delle maggiori interpreti femminili della storia del cinema e grande simbolo della romanità assieme a Aldo Fabrizi, Alberto Sordi, e pochi altri, aveva già ricevuto ben quattro Nastri d’Argento, il primo dei quali per Roma Città Aperta, con la regia di Roberto Rossellini, anche lui premiato nel 1946. Il Sindacato dei Giornalisti Cinematografici (SNCGI) nel 2016 ha voluto rendere omaggio al’ultimo testimone del capolavoro del Neorealismo, Vito Annicchiarico, il piccolo Marcello nel film, il figlio della sora Pina interpretata da Anna Magnani, con un premio “Specialie”, in occasione dei 70 anni dei Nastri d’Argento.
(Vito Annicchiarico al cinema Trevi, 2014 ph Simonetta Ramogida)
Quello che ho capito lavorando con Roberto Rossellini prima e con Vittorio De Sica poi, continua Vito, è che con i loro film raccontavano un’Italia completamente differente dall’immagine che se ne aveva all’estero, soprattutto in America.
L’Italia che con la Germania aveva aggredito le altre nazioni era un Paese sofferente, non allineato agli ideali del fascismo o del nazismo. L’Italia del popolo era quella di Roberto Rossellini prima e di Vittorio De Sica poi, che con il loro cinema avevano raccontato la vita quotidiana e le storie di ordinario eroismo di chi si opponeva alla dittatura.
(Rossellini Fellini e De Sica, ph Vittorugo Contini)
Il Neorealismo che ha bisogno di prendere attori dalle strade per rendere piu’ reale il racconto cinematografico non poteva pero’ riuscire, anche in Roma Città Aperta, a frenare il divismo naturale di questa piccola donna, che sarebbe uscita nella sua natura piu’ piena come un’esplosione. L’ululato della Lupa che poi avrebbe interpretato con la regia di Franco Zeffirelli per quattro anni in teatro, con assoluta standing ovation da parte del pubblico e il placet della critica e della stampa di tutto il mondo, da Londra, a Berlino, a Leningrado. Tutti i giornali parlarono di ‘’trionfo’’, di ‘’grande successo’’.
(La Lupa)
Franco Zeffirelli proveniva dalla scuola di Luchino Visconti, di cui era stato aiuto regista, ed aveva un gusto innato per le cerimonie e i fasti religiosi.
Il termine Neorealismo fu usato la prima volta da Luigi Chiarini in ‘Bianco e Nero’ nel marzo del 1948. Luchino Visconti, parlando del film Ossessione, diceva che non sapeva come definire il film se non “Neorealistico”, ma la definizione “Neorealista” circolava già tra i cinephiles.
Luchino Visconti e Anna Magnani
Il nome di Roberto Rossellini viene sempre legato al neorealismo sebbene sia stato Luchino Visconti, con Ossessione, il regista che per primo scritturò attori non professionisti e portò la macchina da presa nelle strade. Sarebbe invece ”Quattro passi tra le nuvole” di Alessandro Blasetti uscito nel 1942 il film anticipatore del neorealismo per alcuni critici cinematografici. Il film era interpretato da Dino Cervi e Assia Noris, che avrebbe poi sposato proprio Roberto Rossellini.
Ossessione fu interpretato da Massimo Girotti e Clara Calamai, che doveva essere anche l’interprete di Roma Città Aperta, perché fu interpellata ancor prima che la parte fosse affidata ad Anna Magnani. I ruoli di queste due attrici si incrociavano per la seconda volta: Ossessione, infatti, doveva essere interpretato da Anna Magnani perché fu proprio Luchino Visconti il primo ad intuire la sua straordinaria capacità di recitazione. Clara Calamai fu un ripiego perché Anna Magnani era incinta e rifiutò. Tra i due c’era una grande amicizia. Durante l’occupazione tedesca Luchino Visconti era ricercato perché svolgeva attività antifascista e fu proprio Anna Magnani a nasconderlo in casa sua.
(il piccolo Marcello sul corpo della sora Pina)
Grandissimo Citto Maselli, che in un evento a Roma in occasione del Giorno della Memoria, nel ricordare l’atteggiamento assunto dal mondo del cinema e dagli intellettuali quando nel 1945 uscì Roma Città Aperta, è stato molto incisivo nel sottolineare che “Noi non capimmo il cinema artistico. Il nostro era settarismo intellettuale. Roberto Rossellini ha cambiato l’immagine dell’Italia all’estero. Il ministro Giulio Andreotti, addirittura, cambiò la Bilancia dei Pagamenti mettendo a punto ben due leggi sul cinema. Quando abbiamo visto Roma Città Aperta per la prima volta eravamo tutti dei cretini. Non avevamo capito perché Roberto Rossellini aveva preso due attori comici come Aldo Fabrizi e Anna Magnani per fare quelle parti così tragiche”.
Citto Maselli
Adriano Aprà, invece, mette in luce che Roma Città Aperta è un film “che va contro le regole dell’industria cinematografica. Roberto Rossellini stravolgeva le sceneggiature. Poi, dopo Paisà fa di questo il suo metodo. Ma Roma Città Aperta è un film che regge alla struttura hollywoodiana”.
(Vito Annicchiarico su per le scale di via Raimondo Montecuccoli dove siamo tornati nel 2014, ph Simonetta Ramogida)
Roma Città Aperta è un film che parla anche dell’infanzia brutalizzata: è un documento umano che è allo stesso tempo una pagina di cronaca. Roma occupata è simbolo della sofferenza, del dolore, del calvario della popolazione sotto assedio. Ma il regista Giuliano Montaldo, in una intervista metteva in luce che era un film coraggioso che nel 1945 parlava per la prima volta di droga, e di un amore tra due donne: l’ufficiale nazista Ingrid e Marina Mari, interpretata da Maria Michi.
Giuliano Montaldo
L’incontro con Roberto Rossellini non solo fu memorabile ma rappresentò proprio quell’incontro che ti cambia la vita. Non si trattò solo di una esperienza legata al cinema, ma di una esperienza di vita. Lo osservavo mentre lavorava, nel rapporto con i suoi attori, con le comparse, con i suoi collaboratori e capivo che era un uomo di grande generosità, che aveva enormi capacità e che rappresentava un mondo a cui anche io sentivo di appartenere un po’. Per questo ho cercato di stare il più possibile attaccato a lui. E ad Anna Magnani.
(A via degli Avignonesi con il piccolo Marcello, ph Simonetta Ramogida)
In tempo di guerra era difficile trovare qualcosa su cui ridere. Mai vidi Roberto Rossellini, Anna Magnani o Aldo Fabrizi ridere sul set. Ma era anche vero che quelle scene terribili che noi giravamo erano cose che vedevamo comunque nella nostra vita di tutti i giorni. Quando vedevamo i tedeschi scappavamo tutti. Sia grandi che piccoli. Avevamo tutti paura. E anche sul set eravamo tutti seri. Pure le comparse. Quando Roberto Rossellini girò la scena nel cortile del Pigneto non c’era neppure un attore che ridesse. La drammaticità del film era la nostra drammaticità quotidiana. E noi ci immedesimavamo completamente nella storia che si dipanava di ciak in ciak. Era tutto vero. Io penso che questa tristezza profonda che si avvertiva anche sul set fosse relativa proprio al fatto che la trama parlava dei nazisti, dei fascisti, della guerra, della fame, della borsa nera. Quelle cose che Roberto Rossellini voleva mostrare nel film noi le avevamo vissute davvero. Come si poteva ridere? È proprio questo che si prova ancora oggi vedendo il film, che racconta vicende realmente accadute, episodi drammaticamente veri. E anche per questo Roberto Rossellini ebbe tanti problemi nel reperire i soldi per girare il film. Tutti si chiedevano: “Chi andrà a vedere un film sulla guerra in tempo di guerra”?
Nessuno immaginava il potenziale creativo, la grande novità che rappresentava Roma Città Aperta, con la decisione di Roberto Rossellini di far lavorare attori veri e popolari, già noti al pubblico e conosciuti come artisti comici come Anna Magnani e Aldo Fabrizi insieme a persone che non avevano nessuna esperienza di cinema, come me. Per questo lavorare nella produzione di quel film era come vivere la realtà. Quando i tedeschi facevano le retate, le persone scappavano perché si sapeva che se le avessero prese le avrebbero torturate. Tutti sapevamo che a via Tasso i tedeschi torturavano. Per questo lavorare in Roma Città Aperta era come vivere la vita di tutti i giorni in quel momento storico. Mi sembrava che anche sul set proseguisse la vita vera in quel nel periodo subito dopo la guerra. La sensazione era che tutto fosse reale e per me non si trattava di eventi nuovi. Tutt’altro. Noi ragazzini eravamo cresciuti in fretta.

Roma Città Aperta è un film che parla anche dell’infanzia brutalizzata: è un documento umano che è allo stesso tempo una pagina di cronaca. Roma occupata è simbolo della sofferenza, del dolore, del calvario della popolazione sotto assedio. Rod Geiger raccontava che Aldo Venturini entrò nella produzione di Roma Città Aperta nell’ aprile del 1945 e che doveva partecipare anche alla realizzazione del film Paisà che in un primo momento si doveva chiamare Seven From the U.S. Poi un giorno arrivò Roberto Rossellini, dicendo che Aldo Venturini, aveva venduto i suoi diritti su Roma Città Aperta alla Minerva Film, e così aveva rovinato tutto…
(Aldo Venturini e sua moglie e due dei quattro figli, Sandro e Paola)
Roma Città Aperta fu anche la prima testimonianza poetica della Resistenza italiana, una fotografia in bianco e nero di come quel tempo fece diventare subito adulti i ragazzini, che giocavano anche a nascondere le bombe. Così una popolana, un prete e un comunista lottavano per la stessa causa sullo sfondo di una Roma devastata dai bombardamenti e occupata dai nazisti.
Fu a Porta San Sebastiano che Roberto Rossellini vide un Tank alleato: “Io mi incamminai, disse, e incontrai quattro soldati con vestiti che non conoscevo. Erano i primi quattro americani. Alle quattro del mattino arrivarono gli americani”.
Il 21 giugno 1944 i primi soldati americani arrivarono a Roma.
Renzo Rossellini ricorda che quello di Roma Città Aperta è un messaggio di pace. “Mio padre, spiega, aveva vissuto le due guerre mondiali e quello che lo preoccupava non era l’estetica ma era la pace”.
(il piccolo Marcello a via degli Avignonesi davanti i locali dove iniziarono le riprese del film)
Il film fu girato muto e poi fu doppiato dagli stessi attori perché la sonorizzazione costava troppo. Si girava anche con gli avanzi della Ferrania e per questo non era mai possibile vedere le parti girate. Non era facile neppure munirsi delle pellicole per girare le scene perchè non c’erano molti soldi. Proprio per risparmiare la pellicola facevamo le prove tante volte, fino a quando Roberto Rossellini non diceva che andava bene. Tutto al contrario rispetto a come si lavora oggi: sul set si girano le scene più volte e poi si monta quella giusta. Allora non era così. La scena si ripeteva tante volte fino a che si arrivava a interpretarla proprio nel modo che andava bene al regista. Solo a quel punto si prendeva la macchina da presa.
Mi sono rimaste impressioni molto nitide di tutto questo. Ricordo con molta chiarezza un giorno in cui non potevamo lavorare perché Roberto Rossellini era rimasto completamente senza pellicola, e lì erano guai seri. Allora qualcuno della troupe era andato per le vie del centro a cercare i resti delle pellicole dei soldati americani che fotografavano i monumenti della città assediata, con le loro Leica, o le pellicole degli operatori dei cinegiornali che facevano le riprese. Allora infatti le macchine fotografiche Leica montavano la stessa pellicola che veniva usata per i cinegiornali. A Roma c’erano gli ‘scattini’, i fotografi di strada possessori di una Leica, che all’epoca era l’unico apparecchio fotografico in grado di funzionare proprio con la pellicola del cinema. Spesso erano anche i militari americani a buttare per le strade spezzoni di pellicole. Giravano con la Leica al collo e usavano ottima pellicola Kodak. Alcune parti del film furono girate con pellicola di fortuna. Anche per questo alcune scene del film appaiono brevi.
(Claudio Venturini e Vito Annicchiarico, una lunga amicizia da quando fu girato il film fino ai nostri giorni, ph Simonetta Ramogida
Ma per Roma Città Aperta furono usati diversi tipi di pellicola, tra cui naturalmente un’eccellente pellicola Kodak che il regista riusciva a procurarsi dagli americani. La pellicola che veniva utilizzata per i cinegiornali Usa.
Conoscevamo le abitudini degli americani che gettavano per le vie di Roma pezzi di pellicola soprattutto davanti al Colosseo, a Piazza di Spagna o a San Pietro. Certe giornate anche la scelta di come fare la scena o di come fare l’inquadratura dipendeva da quanta pellicola c’era.
I militari americani non potevano certo immaginare quanto fosse importante per noi quella loro abitudine di gettare per terra pezzi di pellicola. C’era pure un mercato nero della pellicola e Roberto Rossellini riusciva a procurarsela pagandola sessanta lire al metro, oppure riusciva a ottenerla attraverso il Vaticano. Insomma, le vie per ottenere la pellicola Roberto Rossellini le percorreva tutte. Del regista, Carlo Lizzani diceva ”era combattivo e coerente”.
Il problema dei soldi per finanziare il film accompagnò tutta la lavorazione di Roma Città Aperta.
Lo stesso Carlo Lizzani lo avrebbe ricordato: “Roma Città Aperta non è solo un film, è un caso politico che ha reso possibile il piano Marshall e ha aperto le porte agli alleati, che con Roma Città Aperta cambiarono opinione sugli italiani. Capirono finalmente che la popolazione era sofferente, umiliata e non amava il fascismo. Aveva voglia di tornare a respirare la libertà soprattutto a Roma”.
La speranza di Roberto Rossellini era sempre quella di fare un cinema ”utile”. Allora era impensabile girare per la strada o all’interno di un androne. Fu questa la sua rivoluzione. ”Cercavo di fare un cinematografo che tutti potessero fare”. Avrebbe detto più tardi.
“Durante la guerra, fare un film per la pace, contro il fascismo, non era mica una passeggiata”, affermava Alessandro Blasetti.
‘’Serve un bambino, ci sono dei vecchietti? Occorrono delle donne…”.
Così lavorava Roberto Rossellini sul set di Paisà. E tutti portavano qualcuno da far vedere al regista.
Per lui le cose divenivano efficaci quando c’era l’istinto. Aveva ribaltato il modo di fare cinema: non più l’autore al servizio della macchina da presa ma esattamente il contrario. Era questo che cercava di insegnare anche al Centro Sperimentale di Cinematografia. Credeva che l’arte non potesse essere estranea alla vita, ”la vita è tutto”, diceva. La funzione dell’artista era per lui proprio quella di riproporre la vita così come si presentava in quel preciso momento storico. La grande funzione dell’artista si esprimeva nella sua immensa volontà di essere capito da tutti, con un linguaggio che doveva essere diretto, semplice, intellegibile.
Francesco e Pina nel film
Rispetto alla sua espressione artistica, Roberto Rossellini dice: ”Gli ingredienti sono sempre quelli, il mondo e gli uomini. C’è un mondo che appartiene alla fantasia e uno che appartiene alla realtà: quella del documento, del Neorealismo; e mi riferisco in questo caso proprio alla realtà più piatta, più polverosa, più umile. Perché per me la ricerca dell’umiltà è la cosa più importante; specie se ci si vuole dare un’etica, se si vuole raggiungere una certa morale”.
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