Il maestro Ferdinando Scianna fotografo dell’ombra svelato in un documentario da Roberto Ando’ alla Mostra di Venezia 82
Roberto Andò presenta alla Mostra del Cinema un documentario sul grande fotografo e amico. Il film, dal 6 all’8 ottobre con Fandango al cinema, è un ritratto intimo, vitale e sincero. Rigorosamente in bianco e nero
C’è una frase di Cecilia Mangini che ritorna spesso, come un controcanto: “Chi si mette davanti a una macchina da presa finge, non è mai realmente naturale e sincero”. Eppure, guardando Ferdinando Scianna. Il fotografo dell’ombra di Roberto Ando’ presentato Fuori Concorso a Venezia 82 e in sala dal 6 all’8 ottobre, questa idea sembra dissolversi.
I volti, le parole, i silenzi che abitano il documentario non si piegano alla finzione: hanno la forza semplice della verità, fatta di complicità e di un tempo condiviso. Scianna appare come un “mangiatore di vita”, uomo di oltre ottant’anni con la mente scattante e una memoria che corre leggera attraverso decenni di esperienze.
La sua biografia è intessuta di incontri con i giganti della cultura del Novecento – da Leonardo Sciascia a Henri Cartier-Bresson – e animata da una riflessione continua sul senso del fotografare. Entrare nel suo mondo significa percorrere una geografia di amicizie e interrogativi, fatta di racconti irresistibili e di un’ironia che sdrammatizza persino le ombre della morte.
Il documentario lo segue tra Palermo, Bagheria e Milano, in un viaggio che alterna passato e presente. Lo vediamo tornare nei luoghi dell’infanzia, incontrare vecchi amici ritratti da giovane e desiderosi di posare di nuovo, come per chiudere un cerchio. Lo osserviamo varcare la soglia della casa di Sciascia, intatta e silenziosa, ma segnata dall’assenza dello scrittore: “Mancava Leonardo, mancava la sua grazia”, confessa Scianna con una lucidità che commuove. Non c’è nostalgia consolatoria, ma la consapevolezza che la perdita è parte integrante della vita. Roberto Andò, regista e amico di lunga data, ha scelto di raccontarlo non come icona cristallizzata, ma come interlocutore vivo. “Il sentimento del film nasce dal desiderio di condividere con gli spettatori questa mia amicizia”, spiega. E la sensazione è proprio questa: assistere a un gesto di dono, dove la memoria privata diventa esperienza collettiva.
La scelta del bianco e nero – cifra che caratterizza da sempre l’opera di Scianna – non è stata pianificata come artificio estetico. “È come se fosse stato naturale farlo così”, dice il fotografo, grato al regista per aver trasformato un lungo dialogo in un oggetto poetico. Così il film assume i tratti di un ritratto a mano libera, privo di retorica, capace di restituire la densità di un legame e il senso di un’esistenza.
Scianna rivendica la fotografia come linguaggio autonomo, non come mera “forma d’arte”. Per lui è una sonda del reale, uno strumento che ancora oggi, in un mondo dominato da immagini che spesso occultano più che rivelare, ha il compito di cercare verità possibili. Una verità mai assoluta, ma affidata allo sguardo e alla forma del racconto.
“La spontaneità è un fatto espressivo”, ricorda, “non esiste senza una lingua che la renda percepibile”. È in questo intreccio di vita e racconto che il film trova la sua forza: non una celebrazione, ma un atto di fiducia, il ritratto di un uomo che ha fatto della fotografia un’avventura e un destino.





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