
La Grande Mostra “Negli anni dell’Impressionismo, da Monet a Boldini. Artisti in cerca di libertà“, organizzata da Micexperience Rete di Imprese, assieme a Regione Puglia e Comune di Mesagne e, in ottemperanza al protocollo d’Intesa “Puglia Walking Art”, prodotta da Reinassance srl, ha aperto i battenti il 27 giugno 2025, nelle sale nobili del castello normanno-svevo di Mesagne (Br). La mostra propone 153 capolavori originali assicurati per oltre 25 milioni di euro.
“Ancora una volta una mostra di valore internazionale a Mesagne – sono le parole del sindaco della Città, on. Toni Matarrelli -. Il nostro castello è un contenitore che rende queste mostre particolarmente accattivanti e interessanti. Noi siamo felici di questa grande opportunità che ci è stata offerta dalle imprese di Micexperience e noi abbiamo provato a fare la nostra parte perché il tema della cultura possa rimanere centrale nello sviluppo di questa città“.
La Grande Mostra è patrocinata da Federalberghi, Aeroporti di Puglia e Camera di Commercio di Brindisi-Taranto con concessione di contributo.
Mobility partner è Ferrotranviaria spa; Sponsor sono: D’Agostino Costruzioni generali Spa; Groupama Assicurazioni, che ha curato la copertura assicurativa dei visitatori e ha bandito un concorso a premi fra gli stessi; Omega Centro diagnostico di Mesagne; HDL Srl società leader nella logistica; Green Thesis Group; Fer.Metal Sud. Sponsor tecnici sono: ETRA, Habitat Azzarito e Spreach Outdoor Concept. La Grande Mostra “Negli anni dell’Impressionismo, da Monet a Boldini. Artisti in cerca di libertà” è supportata da due società leader nel rispettivo settore: Vivaticket per le attività di biglietteria e Ears Srl per le audioguide. «La nascita dell’Impressionismo francese innescò un processo di modernizzazione della pittura motivato soprattutto da una ragione: l’appropriazione, da parte dell’artista, dell’autonomia della visione. L’artista reclama ora libertà e indipendenza – osserva -. Il distacco dalla scuola e il contatto con il vero furono il traguardo comune sia per gli Impressionisti sia per molti artisti italiani che si erano instradati in questa stessa direzione anche prima della storica mostra del 1874».
«Con le sue 153 opere organizzate in otto sezioni e argomenti di indagine comuni affrontati in Francia e in Italia, dal Nord al Sud, la mostra propone uno spaccato di questo particolare periodo condiviso con l’Impressionismo, dominato dall’idea di un’arte che si era finalmente affrancata dalle regole accademiche. Nell’affermazione della propria autonomia, ogni artista, chi mediante un rapporto più stretto con Parigi, chi da lontano, aveva a suo modo recepito la lezione della modernità impressionista, grazie anche al ruolo giocato dalle mostre, che furono palestra d’incontri e di scontri sul fertile terreno dell’arte. La scelta dei pittori e degli scultori presenti è ricaduta su quelle personalità che intrapresero la strada della libertà artistica, a volte nel segno di un linguaggio che in generale si potrebbe definire “impressionista”, sebbene, rispetto al gruppo dei pittori francesi, ognuno di loro l’avesse declinato secondo la propria formazione e aspirazione».
«Nella seconda metà dell’Ottocento la pittura di paesaggio in Europa abbandona la tradizione accademica per abbracciare una visione più diretta e partecipata della natura. Il paesaggio diventa protagonista: non più sfondo ideale, ma ambiente reale, colto nei suoi mutamenti, nei suoi riflessi, nella luce cangiante delle stagioni. Questo cambiamento trova uno dei suoi centri nella Scuola di Barbizon».
«A suggellare idealmente il percorso intrapreso dagli artisti della Scuola di Barbizon e a proiettarlo verso il futuro è la presenza straordinaria di due opere di Claude Monet: la Vue de Londres dans le brouillard ‘La Tamise’, una tecnica mista su carta, e una delle sue celebri Ninfee. Qui si compie la vera rivoluzione: l’acqua non riflette più il cielo o la natura che vi si specchia, ma diventa campo d’azione di forze luminose, un vortice cromatico che dissolve la forma nel colore».
«In effetti va sempre considerato che nella pittura italiana di paesaggio della seconda metà dell’Ottocento la natura smette di essere semplice sfondo per farsi protagonista viva e mutevole». Ovvio che un posto a sé debba essere riconosciuto alla vita di città. «Cito Stendhal per descrivere appieno ciò che esponiamo a Mesagne: “Ci sono due capitali in Europa”, diceva questo grande scrittore, “Parigi e Napoli”. Era ammaliato dalla capitale borbonica ed è pur vero che se Napoli attirò artisti e intellettuali da ogni parte d’Europa, Parigi lo fu nella seconda metà. Qui troviamo De Nittis, ma anche tanti altri italiani che seguirono si espressero secondo il canone del momento».
«Nella mostra dedichiamo una sezione alla “Intimità quotidiana”. Negli anni che ci occupano è agevole notare una pittura degli affetti, concentrata su temi familiari e su un particolare intimismo. Non solo – prosegue -: la tematica familiare si espande oltre i salotti borghesi per toccare il mondo popolare e il ruolo della donna e particolare spazio è dedicato ai fanciulli, del popolo o del ceto borghese, che divengono i soggetti privilegiati di un immaginario quasi seriale, sentimentali e psicologico».
Non meno interessanti le ulteriori sezioni della mostra dedicate a «Ozio e lavoro, popolo e borghesia», a «Donna e musa, tra seduzione e mondanità» e ancora a «Echi del passato e sguardi esotici», con una riflessione conclusiva sulla «Nuova classicità simbolista».
Partiamo dalla notazione che «la contrapposizione tra l’ozio borghese e il lavoro rurale fu centrale nella pittura verista italiana e francese, divenendo sempre più esplicita fino ad assumere sfumature di vera denuncia – osserva la prof. Valente -. Non dimentichiamo che l’osservazione del vero fu la base di tale orientamento: il lavoro contadino apparve prima quale elemento naturale e pittorico; poi fu caricato di significati morali, sociali e politici».
Ma la curatrice non ha fermato qui le sue proposte, perché il visitatore è subito chiamato a cogliere un altro elemento basilare di quella temperie: «Nella pittura dell’ultimo Ottocento e del primo Novecento – fa osservare Valente – il retaggio di quell’esasperata sensualità di matrice romantica si rinverdisce in nome di una liaison tra bellezza, moda, seduzione e mondanità, che si rafforza in Italia con la poesia dannunziana. Alla donna politicamente impegnata nelle vicende risorgimentali o alla donna lavoratrice che assurge, nel realismo, a simbolo di denuncia sociale, si affianca un nuovo immaginario femminile che esplode con la Belle Époque».
E passando tra opere di Giovanni Boldini e Vittorio Corcos, solo per dare qualche esempio, e dello stesso De Nittis, ecco che viene rievocato l’immaginario ottocentesco sull’Oriente quale orizzonte nuovo dal quale nasce il gusto per l’esotico. «L’esotismo è nei tessuti e nelle pose – osserva Valente -, nei paesaggi e nelle forme… E dopo l’ondata di realismo e verismo, allo scadere degli anni Ottanta si assiste al volgere delle arti verso la nuova tendenza simbolista proveniente dalla Francia e dalla Mitteleuropa – dice ancora la curatrice -. Anche questo nuovo orizzonte abbiamo descritto in questa mostra: una nuova classicità greca e rinascimentale invase l’Italia – prosegue -: gli artisti assorbirono le linee-guida del Simbolismo europeo secondo le direttive tracciate dal poeta Jean Moréas nel 1886 sul “Figaro”, innestandole però sulla propria tradizione. Alcuni vi infusero un nuovo spiritualismo ideologico, altri recuperarono i repertori della mitologia olimpica, altri ancora, come i napoletani, conservarono un saldo legame con il vero».