Oggi, in alcune zone della Calabria, è ancora possibile ammirare e acquistare i prodotti della tessitura tradizionale, realizzati con materiali naturali, decorati con disegni che raccontano la storia e le tradizioni di questa terra. Al telaio si realizzano tappeti in cotone e in juta, runner e guide da tavola, centri tavola, copri tavola, tovaglie e corredi per cucina, coperte, cuscini e biancheria per il letto. Ci rivolgiamo a privati amanti affezionati del tessile artigianale che raggiungiamo principalmente attraverso mercatini ed eventi fieristici ma soddisfiamo anche richieste di grandi forniture da parte di società, enti, resort, alberghi, ristoranti, villaggi turistici e commercianti. La tessitura dei vancali, tradizionali scialli calabresi, è un’arte antica che ha radici profonde nel piccolo borgo di Tiriolo, situato nel cuore della Calabria. Questo paese, noto per la sua ricca tradizione tessile, mantiene viva una delle pratiche artigianali più affascinanti e preziose della regione.
Questo scialle viene generalmente realizzato in lana pettinata, in inverno mentre, in estate, si opta per la seta il tutto dimostrando sempre estrema cura del dettaglio come dimostrano le sottili fasciature trasversali multicolori con intramezzature di laminato oro e argento che vanno a ravvivare il fondo nero.” Oggi esiste una sola bottega a produrli la Tessilart della signora Mirella Leone, maestra artigiana che, da più di vent’anni, con grande passione tesse il vancale. Non lasciamo perire questa bella tradizione calabrese.
(LE CASTELLA, IL CASTELLO ARAGONESE A ISOLA CAPO RIZZUTO, CROTONE)
Nel Medioevo, Tiriolo fu un centro strategico e fortificato, conteso tra Bizantini, Longobardi, Normanni, Svevi, Angioini e Aragonesi. Sul Monte Tiriolo, che domina il borgo, si possono ancora vedere i resti di una fortificazione bizantina, che serviva a difendere il territorio dalle invasioni. Il borgo conserva il suo aspetto medievale, con le case arroccate intorno alla chiesa madre dedicata a Nostra Signora della Neve, che custodisce opere d’arte di pregio, come il polittico di Marco Cardisco, pittore rinascimentale originario di Tiriolo. Nel centro storico si possono ammirare anche il palazzo baronale, il convento dei frati minori, il museo civico e l’antiquarium, dove sono esposti reperti archeologici e storici. Luogo di tradizioni e di sapori, dove si possono assaporare i prodotti tipici della terra calabrese, come l’olio, il vino, il grano, le olive e l’uva. Tiriolo è infatti Città dell’Olio, e ogni anno organizza la Sagra dell’Olio, dove si possono degustare le varietà locali e assistere alla spremitura delle olive. Altre manifestazioni che animano il borgo sono il Festival Bacchanalia, che celebra il ritrovamento della tavoletta con concerti, spettacoli e degustazioni, e la Festa della Madonna della Neve, che si svolge il 5 agosto con una processione e uno spettacolo pirotecnico. Tiriolo è quindi una meta ideale per chi vuole scoprire la Calabria più autentica e suggestiva, tra natura, storia e cultura. Un borgo che conquista con la sua bellezza e la sua ospitalità, e che vi farà sentire parte di una terra straordinaria.
Si tratta dell’unica testimonianza rimasta di uno dei più importanti santuari della Magna Grecia, dedicato alla dea greca Hera, protettrice delle donne e della fertilità. Il tempio di Hera Lacinia fu costruito nell’VIII secolo a.C. dai coloni greci che fondarono Crotone, una delle più potenti e fiorenti città della Magna Grecia. Il tempio era situato sul promontorio Lacinio, oggi chiamato Capo Colonna, che costituisce la punta più orientale della penisola calabrese e il limite meridionale del golfo di Taranto. Il promontorio era considerato sacro dalle popolazioni autoctone e fu reso ancora più prestigioso dalla costruzione del tempio, che divenne un luogo di culto e di pellegrinaggio per i greci e i romani. Il tempio era di stile dorico e aveva 6 colonne sul fronte e 17 sui lati lunghi. Era circondato da un muro peribolare e da altri edifici di servizio, tra cui un balneum romano. Il tempio ospitava una statua in oro e avorio della dea Hera, opera dello scultore Fidia, lo stesso che realizzò la statua di Zeus a Olimpia. Il tempio era anche famoso per la sua ricchezza e per le sue offerte votive, tra cui una colonna d’oro donata dal generale cartaginese Annibale dopo la vittoria contro i romani nella battaglia di Canne nel 216 a.C.
La Calabria è culla di una delle più raffinate civiltà dell’intero bacino del Mediterraneo, quella della Magna Grecia, che a Crotone èbbe uno dei suoi fulcri. Potenza militare, sede di filosofi del calibro di Pitagora che qui tenne cenacolo, patria di atleti olimpionici di leggendaria fama come Milone, Crotone fu anche un importante crocevia di traffici commerciali lungo le rotte di collegamento con l’Egeo. E proprio a quest’ultimo aspetto si ricollega il nostro approfondimento di oggi, che ci riporta ad un ritrovamento archeologico davvero eccezionale avvenuto nel 2013. Come troppo spesso accade in Italia, esso è presto finito nel dimenticatoio, ma se debitamente riconsiderato potrebbe, insieme a tutte le altre antiche testimonianze di questo promontorio affacciato su un mare azzurro e cristallino, costituire tappa di un percorso, fra terra e mare, di grande valore storico-turistico.
(CAPO COLONNA IL TEMPIO DI HERA LACINIA)
Il riferimento è alla scoperta, effettuata a fine luglio 2013, dal gruppo di archeologi diretto da Carlo Beltrame (dell’Università Cà Foscari di Venezia) e Salvatore Medaglia (Università degli Studi della Calabria) e coadiuvato dalla Sopraintendenza per i beni archeologici della Calabria: quella del più grande carico di marmi antichi mai trovato nel Mar Mediterraneo (v. foto sopra). Il rinvenimento è avvenuto nella baia di Punta Scifo, cuore dell’Area Marina Protetta di Capo Rizzuto, e comprende ben 350 tonnellate di varietà di marmo proconnesio provenienti dalla Turchia e riconducibile ad una nave presumibilmente naufragata nel III° secolo d.C. Il preconnesio era una varietà di marmo bianco tra le più utilizzate nell’impero romano, ha grandi cristalli e presenta un colore bianco con sfumature cerulee o con venature grigio-bluastre. Il carico, di pregevole lavorazione, era forse destinato ai decori di qualche importante edifico di una grande città dell’Impero romano del Mediterraneo occidentale; qualcuno ipotizza fosse diretto a Roma. Pochi giorni prima di questo ritrovamento, con un vero balzo epocale, il mare di Capo Colonna aveva restituito anche due cannoncini petrieri del XV secolo ritrovati per caso in località Santa Domenica (Isola di Capo Rizzuto) a soli 20 metri dalla spiaggia. Una conferma di come il tratto di costa da Capo Rizzuto a Crotone abbia avuto in passato un ruolo di primo piano nelle rotte e nei traffici marittimi del Mediterraneo.
Il tempio fu saccheggiato e distrutto più volte nel corso della storia, sia da parte dei romani che dei barbari. Nel XVI secolo restavano solo due colonne in piedi, da cui il nome di “Capo delle Colonne” dato al promontorio.
Nel 1732 una delle due colonne cadde a causa di una tempesta e fu usata come materiale da costruzione. L’altra colonna rimase solitaria a testimoniare la gloria passata del tempio. Oggi l’area sacra del tempio fa parte del Parco Archeologico di Capo Colonna, che si estende per circa 50 ettari e offre ai visitatori la possibilità di ammirare i reperti provenienti dagli scavi archeologici condotti dal XIX secolo ad oggi.
Tra i reperti più importanti ci sono la laminetta bronzea con iscrizione ad Hera Lacinia, datata al IV secolo a.C., il tesoro di Hera, costituito da monete, gioielli e oggetti preziosi, e i frammenti della statua della dea. Il parco archeologico ospita anche un museo che illustra la storia e le caratteristiche del santuario. Per chi volesse avere un’idea più precisa di come doveva essere il tempio di Hera Lacinia ai suoi tempi d’oro, è possibile visitare il sito web www.heraproject.it, dove è stata realizzata una ricostruzione in 3D del tempio e del suo contesto ambientale. Il progetto è stato realizzato grazie alla collaborazione tra il Parco Archeologico di Capo Colonna, l’Università della Calabria e il Centro Interdipartimentale di Servizi Informatici e Telematici dell’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”. Il sito web offre anche informazioni storiche e culturali sul tempio e sul suo culto. L’ultima colonna del tempio di Hera Lacinia è quindi un simbolo della Magna Grecia e della sua eredità culturale. Visitare il parco archeologico o il sito web è un modo per entrare in contatto con una parte importante della nostra storia e della nostra identità.
Sulla sabbia sembra invece edificato il Castello di Roseto Capo Spulico. Il nome Roseto deriva dal latino rosetum vista la diffusione della coltura delle rose in epoca greco-romana, che venivano utilizzate per riempire i guanciali delle principesse sibarite. La specifica “Capo Spulico” fu assunta nel 1970 in riferimento alla vicinanza del paese al Capo Spulico (Akron Spylikòn, Άκρον Σπυλικόν in greco antico).
Fondata attorno al VII secolo a.C. ai tempi della Magna Grecia Roseto era una delle città satellite di Sibari. La Roseto odierna nacque nel X secolo d.C. il principe Roberto il Guiscardo vi costruì tra il 1058 e il 1085 il Castrum Roseti, mentre raggiunse il suo massimo splendore nel 1260 quando fu costruito il Castrum Petrae Roseti (castello di Roseto) dato in feudo ai baroni della Marra. Fu centro di forte presenza albanese già dai primi del Cinquecento. Dal 1623 al 1671 fu feudo della famiglia Rende di Bisignano, in persona dei baroni Lucantonio e Carlo.Dopo un periodo di declino e di sottomissione al potere baronale, aggravato dall’Unità d’Italia e dall’emigrazione che ha segnato questa terra nella prima metà del Novecento, nei primi anni 70 vennero costruiti i primi “residence”, che aprirono le porte al turismo nello Jonio Calabrese e a Roseto Capo Spulico, che è andata nel tempo sviluppandosi specie nel settore del turismo balneare.
Tra i luoghi più suggestivi della Calabria c’è sicuramente la Cattolica di Stilo arrampicata sulle colline sembra essere stata messa lì per proteggere il paese che conserva tutta la sua antica bellezza.













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