Anna, il film su Anna Magnani, che dirige e interpreta è una produzione indipendente, costruita mattoncino su mattoncino. La sceneggiatura è stata letta per due anni al pubblico, in teatri pieni, tra spettatori commossi.
Un lavoro importante su un personaggio femminile che non può essere trattato come un blockbuster, inserito in una Roma arcaica, in un film fatto dei colori del buio, della notte, che corrispondono alla sua personalità, complessa e incisiva. L’alba, una luce viola, dura pochissimo, così come il suo trionfo. Perché, subito dopo, inizia il declino. “Ho vinto troppo, ho vinto tardi”, dice».
Anna è un film atteso, già molto amato dal pubblico, che ha iniziato a sentirlo suo, a Nannarella è molto amata è un po’ dentro di noi e va maneggiata con cura. Certo Monica Guerritore ha piu’ volte dimostrato grande sensibilità e gli occhi sono puntati sulla sua versione di “Anna”. La sceneggiatura è stata scritta con Andrea Purgatori e il film sarà dedicato a lui, come ha annunciato Monica.

Piu’ volte in questi mesi di preparazione del film Monica ha ricordato di aver immaginato la notte in attesa dell’Oscar (per La rosa tatuata), la sua casa, quel lenzuolo, il letto, quel telefono dove lei aspettava di sapere se aveva vinto, quell’apparecchio nero di bachelite, era lo stesso in cui aveva detto a Rossellini “non mi lasciare”. Quel ricordo la fa uscire, sottoveste e cappotto nero, con i gatti, il primo corteo. All’alba sarà la gente di Roma a seguirla, con gli stornelli, la porta a casa e vince. Poi, quando fa l’intervista, finge di uscire dalla camera, in vestaglia: “Non mi sono accorta di nulla, dormivo”. E in quella notte vengono fuori momenti troppo forti della sua vita, una porta del Teatro Marcello la ingoia, il terribile ricordo della fine dell’amore con Rossellini. Chi non ha conosciuto la Magnani, i giovani, capiranno quanta vita c’è dietro le persone. Lei vince a cinquant’anni, poi il viso cambia, lo capirà amaramente.
Cosi’ sempre Monica racconta che quando si è trovata a interpretare La lupa, ha pensato subito a lei, senza ricordare che l’aveva fatta a teatro. Il cammino artistico di queste due grandi attrici si intreccia, Monica la scruta, la studia, ne fa un punto di riferimento, fino a scoprire lei stessa che di “Anna” vuole parlare, della sua figura alla quale si avvicina lentamente, con passo felpato, perchè il soggetto è fragile, lo si sa, e non si può farle male, ma poi scopre Monica che ancora di lei vuole raccontare, perchè dopo essersi avvicinata alla sua figura nel 1996 ha scoperto che la biografia non restituisce la verità, lo fanno invece i piccoli tocchi.

Si chiede Monica che cosa ci sia dietro la cupezza di Anna. Forse il talento non riconosciuto, non esaltato come lei avrebbe voluto. Dice Monica che lei ha subìto ciò che gli interpreti subiscono, la mancanza di considerazione. Scriveva i film insieme a Rossellini, Amidei, Fellini: Roma città aperta l’ha scritto anche la Magnani. Tuttavia non fu compresa neppure da Pasolini sul quale all’inizio per Mamma Roma riverso’ molte aspirazioni ma rimase delusa un’altra volta. Forse piuttosto il suo essere scontrosa, la sua cupezza alla fine altro non era che quel desiderio insoddisfatto di essere amata, una manchevolezza subita da bambina quando la madre Marina Magnani la abbandona per seguire un imprenditore ad Alessandria d’Egitto, e poi da adulta di nuovo con i tormenti dell’anima, dell’amore tradito di Rossellini e prima ancora di Massimo Serato, il padre di suo figlio. Ma quando ormai sarà una donna disillusa, disamorata, smagata, perchè mai avrebbe dovuto trattenersi piuttosto che svelare tutto il non detto che la sua sensibilità intuiva? Così si diviene scontrose, forse un po’ fuori le righe, perchè poi, alla fine anche se sei “Anna” nessuno ti concede di riconoscere il tuo talento, figuriamoci esaltarlo. Anzi le sue interpretazioni divengono al contrario il mezzo attraverso cui anche le storie semplici di film come Campo de Fiori o Abbasso la Ricchezza e Abbasso la Miseria possono nascere grazie solo alla sua presenza. Nannarella sa di conoscere il suo valore. E anche le sue fragilità.
Il suo grido è il dolore di chi sa di essere stata usata e di aver ricevuto dalla vita forse molto meno di quanto aveva dato. Non è mai una questione di dare-avere, è sempre una questione di sentimenti, per chi, come lei, nei fatti della vita ci metteva tutta se stessa, senza risparmiarsi mai e nonostante la sua rudezza, la sua malinconia. Lo rivela ‘O surdato ‘nammurato, film con un giovanissimo Massimo Ranieri.





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