LE DONNE DI SEBASTIANO SALGADO
SEBBENE SIA LA NATURA E L’AMAZZONIA IN PARTICOLARE IL FULCRO DEL SUO LAVORO ABBIAMO CERCATO DI ESTRAPOLARE DALLA SUA IMMENSA PRODUZIONE FOTOGRAFICA ALCUNI SCATTI SULLE DONNE TRALASCIANDO IL SUO SGUARDO PROFONDAMENTE UMANO SULL’UOMO E LA FATICA DI VIVERE UNA DENUNCIA SULLA SFRUTTAMENTO DEL LAVORO A MODO SUO CON LA MACCHINA FOTOGRAFICA INVECE CHE CON ALTRI MEZZI SONO I SUOI OCCHI A MOSTRACI QUELLO CHE NON VOGLIAMO VEDERE GRANDE OPPOSITORE DI BOLSONARO IN BRASILE LE SUE DENUNCE CONTRO LA DEFORESTAZIONE DELL’AMAZZONIA RIMANGONO LA VOCE PIU’ URLATA CON L’OBIETTIVO DELLA SUA CAMERA UN GRAZIE E PER SEMPRE ORA CHE NON POTRA’ PIU’ FOTOGRAFARE ESTESO A SUA MOGLIE Lélia Deluiz Wanick CHE SEMPRE LO HA ACCOMPAGNATO E SUPPORTATO NEL SUO CAMMINO NEL MONDO
ED ECCO UNA PICCOLISSIMA SELEZIONE DELLE SUE INCONFONDIBILI IMMAGINI DONNE E BAMBINE
Sebastião Salgado è forse il maggiore fotografo documentarista, umanista di tutti i tempi. Le sue immagini hanno documentato gli aspetti più scomodi del mondo contemporaneo: il dolore umano derivante dallo sfruttamento, il terrore delle guerre e la distruzione ecologica. Grandi titoli per le sue mostre, Genesi, Amazzonia, Ghiacciai, Workers, Migrations, Exodus, l’Altra America. Una sola parola quasi sempre per spiegare l’universo mondo e quello che i nostri occhi vogliono ignorare, guerre, desertificazioni, fatica, migrazioni, schiavitù, fame, miseria.
Ho un ricordo indelebile della visione di Genesi. La sensazione vedendo le immagini di essere anch’io dentro quelle foto, anzi no dentro quel mondo che Salgado aveva fotografato. Ero a Roma ma al contempo non ero lì. Ero in quei luoghi che lui mi faceva conoscere e mi avvicinava per la prima volta ad un universo che non sapevo esistesse. Mi avvolgeva. Non c’era frattura tra il mio corpo e quelle immagini dense di umana pietà. Ero immersa anch’io che guardavo in quella grande rappresentazione della condizione umana che i suoi scatti fossero dedicati alla natura, agli animali, agli esseri umani, la sensazione che provavo e i sentimenti che provavo non erano differenti di fronte ad ogni sua immagine.

Sebastião Ribeiro Salgado nasce l’8 febbraio 1944 ad Aimorés, nello stato di Minas Gerais, in Brasile e ci ha lasciai all’età di 81 anni il 23 maggio 2025. Avremmo voluto vedere ancora altre inedite immagini del grande fotografo brasiliano ma siamo certi che dal suo immenso archivio verranno col tempo rese noto fotografie non ancora note per il grande pubblico, perchè lui resti ancora e sempre con noi. Perchè i grandi non scompaiono mai. Si nascondono a noi ma la loro testimonianza resta, e per sempre.
Capace di commuovere intere generazioni con l’intelligenza del suo sguardo, con un modo di scattare del tutto personale, una rara capacità di andare a fondo nella sostanza del reale, il coraggio di avvicinarsi con la sua fedele alleata ai soggetti senza elargire giudizi, con l’umiltà che pone di fronte alla verità, anche più cruda e difficile da accettare.
A 16 anni Salgado si trasferisce nella vicina Vitoria, dove finisce le scuole superiori e intraprende gli studi universitari in economia. Nel 1967 sposa Lélia Deluiz Wanick. Dopo ulteriori studi a San Paolo, i due si trasferiscono prima a Parigi e quindi a Londra, dove Sebastião lavora come economista per l’Organizzazione Internazionale per il Caffè.
Nel 1973 torna insieme alla moglie a Parigi. Qui inizia a intraprendere la carriera di fotografo: lavorando prima come freelance e poi per l’agenzia fotografica Sygma documentando la rivoluzione in Portogallo, la guerra in Angola e gli avvenimenti in Mozambico.
Conosciuto per i suoi scatti in bianco e nero contrastato, ricchi di chiaroscuri, Salgado riprendeva i suoi soggetti talmente prossimi all’obiettivo fotografico da trasmettere quasi la sensazione di poterli stringere, toccare, esperire con gli occhi.
Altre Americhe è invece il primo libro scritto e pubblicato da Salgado: un reportage fotografico del suo viaggio in America Latina tra il 1977 e il 1984. Si tratta inoltre di uno dei primi esempi di foto-documentari della storia per raccontare diverse etnie e civiltà.
Un altro interessante reportage è quello sull’incendio appiccato – su ordine di Saddam Hussein nel 1991, alla fine della prima Guerra del Golfo – ai pozzi petroliferi in Kuwait: vediamo un uccello ricoperto dall’oro nero, un pompiere intriso di petrolio che si strofina la faccia con un panno e le fiamme che impazzano senza controllo.
Così Salgado descriveva lo spettacolo che si proiettava nei suoi occhi:
“Appena ho visto le prime immagini in tv ho avuto voglia di raccontare questa storia. Era come lavorare in un grande teatro, 500 pozzi che bruciavano in un gigantesco palcoscenico grosso come tutto il pianeta c’era una colonna di fumo pesante, tutto questo fumo era così denso che il sole non filtrava, anche per 24 ore di fila sembrava piena notte. Dopo che l’incendio era spento, la terra rimaneva bollente, bisognava buttare una grande quantità d’acqua altrimenti si rischiavano altre esplosioni, eppure qualche volta si sentiva ancora un’esplosione, era come un colpo di cannone, il rumore era così forte che era come lavorare accanto alle turbine di un jet. Adesso sono un po’ sordo, la mia sordità è cominciata là”.
Salgado iniziò a fotografare da professionista nel 1973, dal 1990 aveva smesso di fotografare le persone, per concentrarsi sull’attivismo sociale e ambientale. Al 1994 risale invece la fondazione, con sua moglie, dell’agenzia Amazonas Images, dedicata al suo lavoro. I suoi progetti fotografici sono stati al centro di numerosissime mostre in musei e gallerie di tutto il mondo, e proprio la sua ricerca sull’ambiente e sulla vita sulla Terra è protagonista della mostra in corso al Mart di Rovereto, Ghiacciai, visitabile fino al prossimo 21 settembre (con appendice al Muse di Trento, che ospita dieci grandi scatti della serie).
Il progetto, curato da Lélia Wanick, è nato da un’idea del Trento Film Festival in collaborazione con i due musei trentini e con Contrasto, in occasione dell’anno per la conservazione dei ghiacciai proclamato nel 2025 dalle Nazioni Unite.
“Pur senza la minima traccia di sensazionalismo, le immagini di Salgado hanno una loro spettacolarità. I suoi vigili del fuoco, i suoi operai metallurgici sono eroi al lavoro, talvolta ai limiti dell’idealizzazione romantica. I coltivatori delle piantagioni di canna da zucchero cubane brandiscono i loro machete come guerrieri di epoche arcaiche. E i fuggiaschi etiopi avvolti nei loro panni, ai margini del deserto, sembrano i personaggi di una tragedia antica. Sono immagini estreme di realtà estreme.
Il pathos, il gesto elegiaco emana dai soggetti quanto dal modo in cui vengono rappresentati. Gruppi di madri con bambini, scene di passione, masse in gran movimento: queste immagini raccontano storie bibliche che Salgado cita con la passione di un teologo marxista della liberazione”. (Peter Sarger)
I suoi numerosi viaggi nei paesi dell’America Latina, più di quindici fino al ’83, danno luogo alla pubblicazione di Altre Americhe un grande affresco sui modi di vita e le condizioni di lavoro dei contadini, quindi l’autore si interessa della carestia in Africa verso la metà degli anni Ottanta. Queste immagini confluiscono nei suoi primi libri.
Nel 1994 fonda, insieme a Lélia Wanick Salgado, l’agenzia Amazonas Images, che distribuisce il suo lavoro. Le sue immagini in bianco e nero, potenti e liriche, sono riconoscibili per il loro rigore compositivo e l’approccio umanista. Salgado ha documentato con rara intensità le condizioni di vita e di lavoro di intere comunità umane, spesso marginalizzate
Tra il 1986 e il 2001 si dedica principalmente a due progetti. Prima documenta la fine della manodopera industriale su larga scala nel libro “La mano dell’uomo”. Quindi documenta l’umanità in movimento, non solo profughi e rifugiati, ma anche immigranti verso le immense megalopoli del Terzo Mondo, in due libri di grande successo: “In cammino” e “Ritratti di bambini in cammino”.
Nel 2015 Wim Wenders con il figlio di Salgado Juliano Ribeiro ha realizzato in suo onore “Il sale della Terra – In viaggio con Sebastião Salgado”. Al Pan di Napoli “Genesi” di Salgado è un magnifico racconto del mondo in duecento eccezionali foto di uomini e animali, mentre e’ ancora in corso la sua mostra sui “Ghiaccia” a Rovereto. Il sale della terra è un documentario monumentale, che traccia l’itinerario artistico e umano del fotografo brasiliano, è un’esperienza estetica esemplare e potente, un’opera sullo splendore del mondo e sull’irragionevolezza umana che rischia di spegnerlo. Alternando la storia personale di Salgado con le riflessioni sul suo mestiere di fotografo, il documentario ha un respiro malickiano, intimo e cosmico insieme, è un oggetto fuori formato, una preghiera che dialoga con la carne, la natura e Dio.
Quella di Salgado è un’epopea fotografica degna del Fitzcarraldo herzoghiano, pronto a muovere le montagne col suo sogno ‘lirico’. Viaggiatore irriducibile, Sebastião Salgado ha esplorato ventisei paesi e concentrato il mondo in immagini bianche e nere di una semplicità sublime e una sobrietà brutale. Interrogato dallo sguardo fuori campo di Wenders e accompagnato sul campo dal figlio, l’artista si racconta attraverso i reportages che hanno omaggiato la bellezza del pianeta e gli orrori che hanno oltraggiato quella dell’uomo. Fotografo umanista della miseria e della tribolazione umana,
Salgado ha raccontato l’avidità di milioni di ricercatori d’oro brasiliani sprofondati nella più grande miniera a cielo aperto del mondo, ha denunciato i genocidi africani, ha immortalato i pozzi di petrolio incendiati in Medio Oriente, ha testimoniato i mestieri e il mondo industriale dismesso, ha perso la fede per gli uomini davanti ai cadaveri accatastati in Rwanda e ‘ricomposti’ nella perfezione formale e compositiva del suo lavoro. Un lavoro scritto con la luce e da ammirare in silenzio.
Sebastião Salgado è uno dei più grandi fotografi del mondo: Wim Wenders gli ha dedicato un bellissimo film documentario, “Il sale della terra”, alcuni anni fa. Ma non è solo questo: è qualcuno che, con le sue foto, fa vedere al mondo ciò che il mondo non vuole vedere. Con la sua mostra “L’umanità in cammino” , Salgado traccia un grande racconto sull’immigrazione , sulla diversità culturale e razziale, sul bisogno di fuggire per poter vivere. Sono foto in bianco e nero, sono le foto di una Apocalisse che si svolge sulla Terra. Sono foto di cieli minacciosi, fumi e fuochi all’orizzonte. Ma soprattutto, in primo piano, sguardi. Sguardi di una umanità che fugge . Stanca, stremata, con gli occhi come domande. Sono foto di moltitudini, uomini come formiche: ma sono anche foto di singoli volti, che guardano verso l’obiettivo.
A diffondere la notizia della sua scomparsa ieri è stato l’Instituto Terra, che aveva fondato insieme alla moglie, Lélia Deluiz Wanick Salgado, che però non ha fornito altri particolari sulle circostanze della morte.
“Ha seminato speranza dove c’era devastazione e ha dato vita alla convinzione che il ripristino ambientale è anche un profondo atto d’amore per l’umanità. Il suo obiettivo rivelava il mondo e le sue contraddizioni; la sua vita, il potere dell’azione trasformativa”, si legge sul sito. “In questo momento di lutto, esprimiamo la nostra più sentita solidarietà a Lélia, ai suoi figli Juliano e Rodrigo, ai suoi nipoti Flávio e Nara e a tutti i familiari e gli amici che ora condividono il dolore per questa immensa perdita”.






















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