LIFESTYLE/ THE WALL: SIAMO TUTTI BERLINESI KENNEDY IL GRAFFITISMO I SEGNI DI KEITH HARING E LA STREET ART

SIAMO TUTTI BERLINESI: NO WALL 

 IL MURO 30 ANNI DOPO LA CADUTA

 

 

“Ich bin ein Berliner” è la celebre frase pronunciata davanti ad una folla immensa dal presidente degli Stati Uniti d’America John F. Kennedy durante il proprio discorso tenuto a Rudolph Wilde Platz, di fronte al Rathaus Schöneberg il 26 giugno 1963 mentre era in visita ufficiale alla città di Berlino Ovest. La frase tradotta in lingua italiana significa: “IO SONO UN BERLINESE”, il presidente Kennedy la disse al termine del suo discorso sulla libertà ed ebbe un grande effetto sui berlinesi.

Nel 1963 in piena Guerra Fredda, quella frase era rivolta a tutta la città seppur divisa dal muro e alla Germania intera. Kennedy voleva così dimostrare una sorta di vicinanza tra gli Stati Uniti e la Germania, dopo il sostegno dato dall’Unione Sovietica alla Germania Est nella costruzione del muro di Berlino come barriera che impedisse gli spostamenti dal blocco orientale socialistaa a quello occidentale. Fu un discorso appassionato quello del presidente degli Stati Uniti d’America e molto applaudito dalle migliaia di persone accorse ad ascoltarlo. Quel discorso è considerato uno dei migliori di Kennedy, pieno di fiducia e amicizia per i berlinesi pur in un momento celebre della guerra fredda. “IO SONO UN BERLINESE” disse e fu un grande incoraggiamento morale per tutti gli abitanti di Berlino ovest, che vivevano isolati all’interno della Germania Est da cui temevano una invasione. Parlando dal balcone del Rathaus Schöneberg (municipio del distretto di Schöneberg, allora sede dell’amministrazione comunale dell’intera Berlino Ovest), Kennedy disse: “Duemila anni fa l’orgoglio più grande era poter dire “CIVIS ROMANUS SUM” (sono un cittadino romano). Oggi, nel mondo libero, l’orgoglio più grande è dire ‘Ich bin ein Berliner.” Tutti gli uomini liberi, dovunque essi vivano, sono cittadini di Berlino, e quindi, come uomo libero, sono orgoglioso delle parole ‘Ich bin ein Berliner!”

 

 

 

Vicino alla porta del Brandeburgo si era aperta già una breccia nel Muro. Il 9 novembre 1989 il governo della DDR aveva cancellato le restrizioni sulla circolazione tra le due Germanie e alcuni tedeschi occidentali stavano cercando di oltrepassare il Muro andando nell’area dell’Est. Erano passati già troppi anni da quando il 13 agosto 1961 il Muro di Berlino divise le famiglie. Era domenica, esattamente nella notte all’1.10 quando lo speaker della radio di Berlino Est informò che i ‘’Governi del Patto di Varsavia avevano invitato governo e parlamento della DDR ad effettuare un controllo più efficace delle proprie frontiere. Qualche ora più tardi la notizia dalle agenzie di stampa diceva che nella notte il confine tra Berlino Est e Berlino Ovest era stato chiuso.

 

 

 

 

La ‘’barriera di protezione antifascista’’ era stata costruita all’alba del 13 agosto. Die Mauer, il Muro, era una parete di cemento alta quattro metri e lunga centosessanta chilometri, di cui quaranta dentro Berlino per impedire qualsiasi tipo di collegamento tra le due parti della città.

 

 

Sono passati trenta anni dalla caduta del Muro di Berlino. Die Mauer è diventato il monumento involontario di quella separatezza tra le due Germanie, che portò così tanta sofferenza nei berlinesi, spezzato le vite di quanti non tolleravano il loro quotidiano ad est e caddero nel tentativo di oltrepassare quel limite invalicabile sotto il fuoco esploso dal fucile di un altro berlinese che stava però di là da quella cortina di ferro. Berliner Mauer ebbe ovviamente un forte impatto emotivo, sociale e culturale, non solo sui cittadini di Berlino o della Germania, ma anche nel resto del mondo. Die Mauer separò, apparentemente per sempre, famiglie e amicizie, lasciando entrambe le parti della città, dopo l’incredulità iniziale, nello sconforto e nella disperazione. Il Muro divenne così una delle rappresentazioni fisiche della Cortina di ferro della Guerra Fredda con la separazione in due blocchi dell’Europa.

 

 

Era la notte del 9 novembre 1989 quando i berlinesi cominicarono ad addentransi attorno al muro. Pian, piano divennero 50, 100, 200, 1000, trentamila e ancora di più, accorsi dopo che la televisione tedesca aveva annunaciato che la DDR aveva deciso di allentare le restrizioni che impedivano ai tedeschi dell’est di oltrepassare il muro e recarsi ad ovest. E anche Angela Merkel, prima donna dell’est a diventare cancelliera della Germania unita, racconta quella marea di gente con la quale si era confusa quella notte: ” Non lo dimenticherò mai. Erano le 22,30 forse le 23. Semplicemente mi unii alla gente. Ero sola ma mi sono unita a loro”. Tutti i berlinesi si riversarono sotto la Porta del Brandeburgo e le manifestazioni davanti al Muro si susseguirono per giorni e giorni.

 

 

 

Anch’io presi un aereo e volai a Berlino. Anch’io presi parte a quell’evento storico. A Berlino ero già stata nel 1984 ed ero stata rapita da quella città, dove si respirava l’Europa.

 

Un Muro è una parola afona, una parola non detta che però significa sempre ‘‘alt’’ e definisce un di qua e un di là. Ma che succede se su un Muro- che è esso stesso un simbolo – proliferano altri segni? Col Muro esplode il graffitismo che si era già affermato in America tra la fine degli anni settanta e gli ottanta dove artisti metropolitani come Keith Haring avevano saputo esprimere, primi in assoluto, il proprio segno che rimane per sempre e che ancora oggi è riconoscibile e definito come arte: il suo bambino raggiante e radioattivo (the radiant child).
lI fenomeno dei graffiti nasce alle fine degli anni settanta a New York ed è legato alla metropoli e al disagio che le grandi città creano. Già allora, molti artisti non conosciuti avevano scelto i grandi spazi lasciati vuoti dal degrado urbano o dalle strutture abbandonate per esprimere una loro idea di plasticità e decoro. I graffiti, cominciano a diffondersi in quartieri come il Bronx e Harlem come semplici scritte sui muri delle periferie dei sobborghi più degradati dei neri o degli ispano-americani nella grande mela.

 

 

 Piano, piano il graffitismo è una tendenza che si diffonde e si trasforma in una vera e propria forma d’espressione artistica che supera i confini culturali e territoriali. Sono proprio i muri di New York per primi ad essere interessati dal movimento artistico underground: decorati con un linguaggio grafico fatto di immagini e di parole, conquistano subito i turisti europei. In molte capitali del vecchio continente, prima fra tutte Parigi i graffiti arrivano con lo slang della musica rap e hip-hop e diventano sinonimo di libertà espressiva e trasgressione, accompagnano la contestazione dei finti valori della società opulenta dei consumi.

 

 

 

In Italia è Francesca Alinovi, docente del Dams a Bologna a portare un gruppo di artisti che chiamavano ”i ragazzi dei treni”, dove però i treni sono le metropolitane. Tra loro si mescolano anche Keith Haring, la cui arte esploderà qualche anno dopo: nel 1984 dipinge infatti a Milano il negozio dello stilista  Fiorucci, negli anni settanta questo ragazzo delicato di cui rimarrà impresso per sempre nella storia il suo segno, diceva di fare semiologia. Un altro ragazzo che porterà il graffitismo in auge è Michel Basquiat (1982). Il Dams in quegli anni ha contato molto nel mondo della semiologia. Il clima degli anni ottanta amava soprattutto i colori scintillanti. Tutto il gruppo di artisti di quegli anni proveniva direttamente o indirettamente dalla Factory di Andy Warhol, o certamente a lui si ispirava. Oggi i nipotini di quell’onda magica che attraversava le banlieu delle metropoli e stabiliva che il segno stesso era arte coniando un nuovo linguaggio che sfuggiva alle regole, vengono chiamati a decorare le facciate dei palazzi delle periferie metropolitane alla ricerca di una bellezza che l’urbanizzazione ha cancellato.

 

 

La storia del Muro di Berlino è singolare, perchè furono proprio gli artisti underground a disegnare The Wall, e non è neppure un caso il titolo che i  Pink Floyd hanno voluto dare al loro album, in cui il Muro fa da sfondo al video girato dal gruppo rock. Così Die Mauer rappresenta ad un certo punto della storia non più solo la Cortina di Ferro che i due blocchi della Guerra Fredda avevano costruito perchè la “separatezza” fosse evidente. Diventa, loro malgrado una tendenza culturale, il miraggio della libertà, l’arte dei graffiti che si espande in tutte le grandi metropoli, e viene definita “arte di frontiera”, arte di strada, non è neanche un caso che i graffiti vengono disegnati nella parte occidentale del Muro, con una combinazione simbolica di surrealismo, mista ad espressionismo, a cubismo fino alla transavanguardia. Ma la cosa importante è che i critici d’arte sono ormai costretti a riconoscere nei graffiti quella corrente sotterranea dell’underground.

 

 

 

 

Proprio Keith Haring organizzatore di mostre allo Studio 54 della grande Mela, dissemina di graffiti la superficie e le cavità sotterranee delle subway newyorkesi. Haring è solo il primo degli artisti a dipingere Die Mauer. Altri lo seguiranno. Questo significa che l’arte d’avanguardia ha dissotterrato l’ascia di guerra ed è diventata arte di frontiera, di confine, proprio perchè’ nasce in alcuni sobborghi di New York come South Bronx e Lower Est Side, e da qui si diffonde in Europa, nel resto del mondo. E’ un pregiudizio credere che i graffiti siano arte selvaggia, naif, arte incolta.

 

 

 

In Italia è al Dams di Bologna che si studiano i segni di questa corrente sotterranea che vede nell’esplosione del colore il suo tratto distintivo. Oggi il graffitismo si presenta come un fenomeno traversale e complesso, che non ha niente in comune con la deturpazione vandalica dei monumenti, ma si rifà all’arte povera nel senso di arte nata nei ghetti delle grandi metropoli, al neoeclettismo, e si contamina con i “segni” del nostro tempo che vengono poi raffigurati nella pubblicità, nella moda. Se si guarda alle raffigurazioni sul Muro, si possono tradurre i “segni”, e realizzare che tutto quanto è stato graffitato dagli artisti ha a che fare con la realtà di quel momento, in quello o in altri luoghi del mondo. In questo proprio la visione artistica di The Wall offre una lettura affatto realistica di quella precisa epoca e del cambiamento che annunciava. E paradossalmente proprio per questo Die Maurer è terribilmente attuale.

 

 

 

‘’Il Muro è la dimostrazione più eclatante del fallimento del comunismo’’, sottolineò Jhon Fitzgerald Kennedy nella sua memorabile visita a Berlino. ‘’Sono orgoglioso di dire: IO SONO UN BERLINESE’’, aggiunse tra gli applausi di tutta la popolazione accorsa ad ascoltarlo. A distanza di tempo in occasione del quarantesimo anniversario della DDR, fu chiesto a Gorbaciov di abbattere Die Mauer. Dalla Polonia il sindacalismo di Solidarsnov arruolava le fila e a un mese dalla caduta del Muro, l’Ungheria aveva già aperto le frontiere. Tutto ciò aveva preparato la “rottura” del Muro.

 

 

 

Benvenuti nel paese senza Die Mauer dove una città importante come Berlino grazie  alla sua riunificazione risorge e vive un grande momento di rinascita storica ed esplosione artistica, architettonica, attraverso la ricostruzione della città dove vengono peraltro abbattuti molti dei palazzi storici ma cupi e grigi che ancora portavano i segni della seconda guerra mondiale soprattutto nei fori lasciati dalle mitragliatrici sui prospetti delle case, quasi sempre ad altezza d’uomo e dove adesso finalmente la costruzione di palazzi più moderni diventa il segno inequivocabile di una nuova nascita.

 

 

 

 

 

 

 

 Il 9 novembre 2019 ricorre il trentennale della caduta del Muro di Berlino e il tema è di nuovo all’ordine del giorno per la politIca: Donald Trump ha deciso di costruire un muro che impedisca ai cittadini messicani di oltrepassare il confine e arrivare negli States mentre in Europa si costruiscono muri al ideologici. Per l’economia: la globalizzazione ha dimostrato che la finanza abbatte i muri. Per l’umanità intera, i muri si abbattono anche rischiando di morire pur di avere la speranza di un futuro migliore. Ogni giorno i migranti cercano di raggiungere mete lontane al riparo da guerre, calamità naturali, povertà.

 

 

 

fotografie e testi di Simonetta Ramogida (tutti i diritti riservati)

 

Clicca sotto per chiudere la ricerca