Roma Città Aperta

Roma Città Aperta Vito Annicchiarico racconta il set …

“Sul set ero il piu’ piccolo e Roberto Rossellini mi spiegava con molta calma quello che dovevo fare eio lo facevo con grande facilita’, come spesso accade ai ragazzini di quell’eta'”. Vito Annicchiarico si racconta per laprima volta a 70 anni dall’uscita del film “Roma citta’ aperta”dove all’eta’ di dieci anni interpreto’ Marcello, il figlio di Anna Magnani, la “sora Pina” della pellicola forse piu’ nota e importante del Neorealismo. A condurre per mano il lettore alla scoperta di un capitolo inedito della storia del cinema italiano e’ Simonetta Ramogida, giornalista e fotografa, con il libro “Roma citta’ aperta” (Gangemi Editore). “Perchè si parla ancora oggi di Roma citta’ aperta? Perche’ un film riesce ad essere vivo e a commuovere, emozionare, far riflettere sul passato con straordinaria freschezza anche molti anni dopo?Chiede Laura Delli Colli nella prefazione al volume di Ramogida. La riposta, ancora una volta – osserva Delli Colli – è  in queste pagine scritte come un fiume in piena di ricordi,testimonianze, preziosa ricostruzione. Pagine che riaprono di nuovo con lucidita’ ma anche con palpabile trepidazione, un cassetto ancora pieno di immagini e parole che questa lunga carrellata ci restituisce come un lungo piano sequenza, conbl’immagine di Anna Magnani sempre sullo sfondo”. E allora ecco il nostro Vito-Marcello che parla della sua grande ‘mamma’cinematografica. “Ricordo la splendida Anna Magnani che mi accolse e amò proprio come un figlio… E’ un film che non mi stanco mai di guardare e ogni volta ritrovo l’emozione che honsentito la prima volta, quando fu proiettato al Quirino il 24settembre 1945. E’ un film che ha un ritmo costante, non ha pieni e vuoti. E mi commuove sempre”. L’autrice nel libro,denso non solo di ricordi e testimonianze ma anche di immagini,ci porta nelle strade del Pigneto, il quartiere dove fu girato il film, in un viaggio che rivela, attraverso documenti spesso inediti, emozioni e ricordi del piccolo attore che dopo Rossellini lavorerà ancora con registi del calibro di Vittorio De Sica calcando anche le scene teatrali. “Il libro e’ stato realizzato in un arco temporale di cinque anni. – spiega Simonetta Ramogida, che ha utilizzato dichiarazioni, interviste e molto materiale d’archivio – Il mio grande impegno e’ stata una ricerca minuziosa negli archivi di biblioteche, cineteche, presso le Teche Rai e Rai Storia, la Fondazione Ente dello Spettacolo, la Cineteca Nazionale del Centro Sperimentale di Cinematografia, la Rivista il Cinematografo, l’Istituto Cinecittà-Luce. Ci sono stati giornali e riviste, mostre fotografiche, rassegne cinematografiche”. Poi la parola di Vito Annicchiarico, la cui cstoria personale e professionale, da Roma citta’ aperta e fino agli anni ’50, si e’ intrecciata con quella del Neorealismo.


Prefazione
di Laura Delli Colli

Grazie, Marcello…

Perché si parla ancora oggi di Roma città aperta? Perché un film riesce ad essere ‘vivo’ e a commuovere, emozionare, far riflettere sul passato con straordinaria freschezza, anche molti decenni dopo? La risposta, ancora una volta, è in queste pagine scritte come un fiume in piena di ricordi, testimonianze, preziosa ricostruzione. Pagine che riaprono di nuovo, con lucidità ma anche con palpabile trepidazione, un cassetto ancora pieno di immagini e parole che questa lunga carrellata ci restituisce come un lungo piano sequenza, con l’immagine di Anna Magnani sempre sullo sfondo…

Sì, leggendo queste pagine è come se da quell’ultima immagine di Pina, da quel bianco e nero ormai quasi sfocato nelle ultime proiezioni possibili che hanno preceduto il restauro del film, si materializzino forme, contorni, particolari che aggiungono alle certezze altre domande, alla Storia altre storie, alla dignità eroica dei non-eroi che Roberto Rossellini ha consegnato

al manifesto del Neorealismo nel mondo, un’umanità che rende ancora più incisivo il senso di riscatto e di orgoglio che quelle immagini hanno impresso negli occhi e nel cuore, non solo nella memoria, di intere generazioni di spettatori.

Anna Magnani aveva voluto fortissimamente quel film: possibile, diceva, che non si possa fare un film su una donna qualunque, che non sia bella, che non sia giovane, che non sia l’immagine falsa di una diva?

Quando Roberto Rossellini arrivò da lei col copione, la vera storia di Teresa Gullace le sembrò subito cucita a misura della sua forza, della sua capacità di essere appassionata e passionale, nel grido che la lasciò, davvero, stremata a terra, dopo la mitragliata che fermava la sua corsa; ma anche nel semplice gesto, nell’emozione di accarezzare la testa a un bambino.

E quella mano, quella leggerezza così protettiva, i suoi abbracci sofferti come l’ansia febbrile e divorante di una donna, una madre che, come dissero all’epoca, riusciva a chiudere “una perfetta equazione tra verità e poesia” e che a giudicare da quanto si legge in questo libro ha lasciato un’impronta forte nei sentimenti e anche nello sguardo di un bambino, attore per caso.

I bambini del cinema restano bambini per sempre. Ma soprattutto hanno un destino speciale: c’è chi, come Jean Pierre Lèaud, resta prigioniero per sempre del suo Antoine Doinel e di un mondo, di una professione in cui grazie a un maestro come Truffaut, la sua avventura cinematografica si è specchiata come nell’incantesimo della favola, per tutta la vita. Chi, come il piccolo Salvatore “Totò” Cascio di Nuovo Cinema Paradiso ha perso presto, invece, la strada del cinema e forse per sempre la magia sulla quale Giuseppe Tornatore, allora semplicemente ‘Peppuccio’ sul set, gli aveva simbolicamente aperto gli occhi. E c’è chi invece, come ‘Marcello’, che queste pagine ci fanno ritrovare nel cuore e nella semplice memoria di quei giorni, è riuscito a rimanere ‘Marcello’.

Questo piccolo libro che ricostruisce la storia di una grande emozione, ancora viva e riconoscente, ha il pregio, credo, di portare per mano ogni lettore, ogni spettatore nel cuore ma anche nel ventre di un film ‘partorito’ come un figlio da una donna straordinaria.

Un film irripetibile, proprio come è irripetibile ogni nascita. “Non posso più vederlo, non piango, però torno a casa e sto male” diceva la Magnani “Non mi invitate, non mi chiedete di intervenire, non mi va più”.

Ecco, forse se ‘Pina’ avesse avuto la possibilità di leggerlo, oggi avrebbe abbracciato forte ‘Marcello’, con quello sguardo lucido di emozione che, oltre il cinema, Anna ci ha lasciato per sempre. E certo avrebbe detto grazie a Vito e agli amici che lo hanno convinto a fissare qui i suoi ricordi per l’emozione di una storia ritrovata.  

                                                                       Laura Delli Colli

 

Vito Annicchiarico, il piccolo Marcello in Roma Città Aperta

Vito Annicchiarico nasce a Grottaglie (Taranto) il 26 febbraio 1934, approda al cinema nel 1944 dopo l’incontro magico con Roberto Rossellini, che lo fece debuttare nel film Roma Citta’ Aperta, nel ruolo del  piccolo Marcello, il figlio di Anna Magnani. Da questo  momento e fino al 1950 la sua attivita’ cinematografica si  intreccia con la storia del neorelismo: partecipa ad ”Abbasso la miseria!” di Gennario Righelli, e ad  ”Abbasso la ricchezza”, di Vittorio de

Sica, con il quale gira pure  il film ”Cuore” (1948) e successivamente ”Domani e’ troppo tardi”. Con Cesare Zavattini e Mario Soldati  partecipa al film documentario ”Chi e’ Dio?”.

Successivamente nel 1947 viene scritturato sempre da Gennaro  Righelli, per ”Un mese d’onesta”’, e per ”Ok John!”,  mentre a teatro lavora con Anna Magnani e Aldo Fabrizi, in  ‘Tor di Nona’, al teatro Quirino a Roma, e nel 1949 con  Aroldo Tieri in ”L’uomo la bestia e la virtu”’.Nel 1953  consegue il  diploma di perito tecnico.

Nel 1954 svolge il servizio di  leva nell’aeronautica militare. Nel 1955 inizia a lavorare  in una multinazionale americana come tenico informatico  hardware, dove rimane fino alla fine della sua  carriera. Nel  2005 partecipa al docu-film ‘I figli di Roma Citta’  Aperta’  di Laura Muscardin, per Nuvola Film. Nel 2011 partecipa  al docu-film ‘Voi siete qui’, di Alberto Crespi.

Di Roma Citta’ Aperta dice: ”E’ un film che non mi stanco mai di  guardare e ogni volta provo l’emozione che ho sentito la  prima volta, quando fu proiettato al Quirino a Roma il 24 settembre 1945, e io mi vidi per la prima volta sullo schermo. Solo allora ho capito perche’ Roberto Rossellini  mi  diceva ”viene su per le scale!”, oppure ”Corri verso il prete!”, o anche ”Vai da Romoletto!”. Io non sapevo  come si girasse un film avevo solo undici anni, e Roberto

Rossellini non rivedeva il girato. Quindi fino al doppiaggio alla Tecnostampa non avevo visto ancora  la pellicola. Roma Citta’ Aperta e’ un film che ha un ritmo costante, non ha pieni e vuoti. E mi commuove sempre.

 

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